
I
l confronto di questo mese con Red
riguarda una delle più antiche opposizioni dell'uomo: ragione o
sentimento? Jane Austen ci ha persino scritto un libro, rendendo le
due protagoniste paladine dell'uno o dell'altro: Elinor per la
Ragione e Marianne per il sentimento. Pur essendo in qualche modo
legata a Marianne, devo ammettere che in tutto e per tutto ho sempre
pensato che Elinor avesse capito tutto della vita. Marianne è una
ragazzetta egoista, che non riesce a vedere altro che se stessa e non
ammette che qualcuno la pensi diversamente da lei. Nel momento in cui
infatti viene a sapere che la sorella sta soffrendo per amore quanto
lei, ma che ha dovuto tenersi tutto dentro per rispettare un patto,
le chiede dove sia il suo cuore. Elinor le risponde che se solo
avesse avuto l'accortezza di guardarsi intorno allora avrebbe visto
un cuore tanto spezzato quanto il suo. Non è vero quindi che le
persone più “raziocinanti” siano fredde e prive di sentimenti,
semplicemente non si lasciano trascinare vorticosamente da essi,
sanno fermarsi e dire “Ok, cosa voglio fare?”. Si tende a dire
che la facoltà di ragionare, di possedere cioè un intelletto, sia
quello che ci distigue dagli animali, i quali (come dimostra
l'etologia) hanno invece dei sentimenti. Troppo vago: anche gli
animali hanno un intelletto, semplicemente è diverso da quello
umano. Eppure io non mi ritengo una persona razionale, ma se vado a
vedere cosa mi piace realmente, scopro che si tratta sempre di cose,
fatti e persone fortemente legati all'ambito razionale. Ho sempre
amato alla follia Aristotele e avrei picchiato a sangue Platone:
troppo “idealista” (battuta pessima, scusatemi), preferisco la
concretezza. Allo stesso modo non ho mai amato la corrente del
Romanticismo, se non nella sua accezione di “romanticismo civile”.
Non sono una persona che tende a commuoversi guardando il tramonto o
che fa “sogni romantici”, il mio primo fidanzato mi definì senza
mezzi termini “una lastra di marmo”. Non sono proprio marmorea,
soffro come tutti quando mi sento ferita o per amore, ma prevale ad
un certo punto la ragione per cui io debba andare avanti. Non come la
Marianne di Jane Austen che non riesce a vedere null'altro che il
proprio dolore, affliggendo chiunque le stia attorno. Quello che
voglio dire è, in sostanza, che i sentimenti possono essere vissuti
in modo non isterico, ma solo più consapevole. C'è anche da dire
che esistono sempre diverse scale di “raziocinio”. Prendo ad
esempio me e Black. Se io e lei ci confrontassimo, come generalmente
facciamo, viene fuori che io sono quella filosofica, umanista e fatta
d'aria, mentre lei è lo scienziato in tutto e per tutto, capace di
definire l'intelligenza (la mia) in una funzione matematica e
commentare gli incidenti di montagna con formule di fisica.
Aristotele sosteneva che l'uomo è un animale razionale, ovvero un
essere che ha le peculiarità di un animale, ma dotato di quel
raziocinio, di quell'intelletto che gli permette di elevarsi tra gli
altri esseri della propria specie. Ciononostante riesce ad arrivare
alla fusione tra raziocinio e passioni estreme. Come? Con il giusto
mezzo, la mesÒthj.
L'essere raziocinante dunque è quello che va alla ricerca
dell'equilibrio, che non affronta la vita buttandosi dentro di essa
come dentro l'uragano Katrina, ma nemmeno andandoci coi piedi di
piombo. Semplicemente cerca di viverla ad occhi aperti perché solo
così la può contemplare nella sua pienezza, cerca di fare tesoro di
ogni esperienza per costruirsi un bagaglio di conoscenze. Pascal
diceva che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”.
Io però non ci credo. Sono grata a Pascal per un sacco di cose
fantastiche, ma non mi sento di condividere questa frase. La Ragione
conosce le ragioni del cuore e viceversa, ma non sempre accade che
siano le stesse. E allora che si fa? Si propende per l'uno o per
l'altra, ma il modo in cui scegliamo è già di fatto razionale.
Stando al saggio Commissario Montalbano, “gli uomini ragionano con
tante parti del corpo, ma il cervello resta sempre disoccupato”,
tanto che a volte la gente muore avendolo ancora perfettamente
avvolto nel cellophane d'imballaggio. Siamo tutti bravi a ragionare
con la pancia, con il cuore, coi genitali, con deretano e spesso
maestri del ragionare coi piedi. Ma pochi davvero ragionano con la
testa, magari con quella degli altri. Ragionare con la testa, con la
propria, non vuol dire essere freddi o agire per proprio tornaconto.
A
volte il mio modo di fare mi ha fatto pensare di avere paura di
lasciarmi andare o di non esserne proprio capace. Ma come ho cercato
di spiegare in un post di qualche tempo fa, la vita mi ha già
davvero fatto male da non potermi permettere di mollare la presa
salda che ho con la mia esistenza e di imparare a considerare bene
ciò che faccio. Sarà anche dovuto al fatto che quando ho agito
(anche piuttosto di recente) senza pensarci troppo ho preso degli
“schiaffi” così forti che tutt'oggi mi fanno male. Ragionare
vuol dire anche crescere, vuol dire conoscersi. Vivere con
spensieratezza e leggerezza non vuol dire dimenticarsi di essere
dotati di neuroni funzionanti, ci si può divertire alla grandissima
anche pensando a quello che si sta facendo. Non sto parlando di
alcoolici e droghe, che sforano nel campo dell'idiozia applicata, ma
della consapevolezza del proprio Io. Divertirsi, vivere con
spensieratezza non vuol dire dimenticare chi si è veramente, non
vuol dire abbandonare il cervello sul ciglio della strada. La
razionalità non è fredda, la razionalità è ampia e, tanto quanto
i sentimenti, ci può portare ovunque nella vita, su strade
bellissime e intense da vivere a occhi aperti.
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