martedì 12 novembre 2013

Ragione - by Pink

Il confronto di questo mese con Red riguarda una delle più antiche opposizioni dell'uomo: ragione o sentimento? Jane Austen ci ha persino scritto un libro, rendendo le due protagoniste paladine dell'uno o dell'altro: Elinor per la Ragione e Marianne per il sentimento. Pur essendo in qualche modo legata a Marianne, devo ammettere che in tutto e per tutto ho sempre pensato che Elinor avesse capito tutto della vita. Marianne è una ragazzetta egoista, che non riesce a vedere altro che se stessa e non ammette che qualcuno la pensi diversamente da lei. Nel momento in cui infatti viene a sapere che la sorella sta soffrendo per amore quanto lei, ma che ha dovuto tenersi tutto dentro per rispettare un patto, le chiede dove sia il suo cuore. Elinor le risponde che se solo avesse avuto l'accortezza di guardarsi intorno allora avrebbe visto un cuore tanto spezzato quanto il suo. Non è vero quindi che le persone più “raziocinanti” siano fredde e prive di sentimenti, semplicemente non si lasciano trascinare vorticosamente da essi, sanno fermarsi e dire “Ok, cosa voglio fare?”. Si tende a dire che la facoltà di ragionare, di possedere cioè un intelletto, sia quello che ci distigue dagli animali, i quali (come dimostra l'etologia) hanno invece dei sentimenti. Troppo vago: anche gli animali hanno un intelletto, semplicemente è diverso da quello umano. Eppure io non mi ritengo una persona razionale, ma se vado a vedere cosa mi piace realmente, scopro che si tratta sempre di cose, fatti e persone fortemente legati all'ambito razionale. Ho sempre amato alla follia Aristotele e avrei picchiato a sangue Platone: troppo “idealista” (battuta pessima, scusatemi), preferisco la concretezza. Allo stesso modo non ho mai amato la corrente del Romanticismo, se non nella sua accezione di “romanticismo civile”. Non sono una persona che tende a commuoversi guardando il tramonto o che fa “sogni romantici”, il mio primo fidanzato mi definì senza mezzi termini “una lastra di marmo”. Non sono proprio marmorea, soffro come tutti quando mi sento ferita o per amore, ma prevale ad un certo punto la ragione per cui io debba andare avanti. Non come la Marianne di Jane Austen che non riesce a vedere null'altro che il proprio dolore, affliggendo chiunque le stia attorno. Quello che voglio dire è, in sostanza, che i sentimenti possono essere vissuti in modo non isterico, ma solo più consapevole. C'è anche da dire che esistono sempre diverse scale di “raziocinio”. Prendo ad esempio me e Black. Se io e lei ci confrontassimo, come generalmente facciamo, viene fuori che io sono quella filosofica, umanista e fatta d'aria, mentre lei è lo scienziato in tutto e per tutto, capace di definire l'intelligenza (la mia) in una funzione matematica e commentare gli incidenti di montagna con formule di fisica. Aristotele sosteneva che l'uomo è un animale razionale, ovvero un essere che ha le peculiarità di un animale, ma dotato di quel raziocinio, di quell'intelletto che gli permette di elevarsi tra gli altri esseri della propria specie. Ciononostante riesce ad arrivare alla fusione tra raziocinio e passioni estreme. Come? Con il giusto mezzo, la mesÒthj. L'essere raziocinante dunque è quello che va alla ricerca dell'equilibrio, che non affronta la vita buttandosi dentro di essa come dentro l'uragano Katrina, ma nemmeno andandoci coi piedi di piombo. Semplicemente cerca di viverla ad occhi aperti perché solo così la può contemplare nella sua pienezza, cerca di fare tesoro di ogni esperienza per costruirsi un bagaglio di conoscenze. Pascal diceva che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Io però non ci credo. Sono grata a Pascal per un sacco di cose fantastiche, ma non mi sento di condividere questa frase. La Ragione conosce le ragioni del cuore e viceversa, ma non sempre accade che siano le stesse. E allora che si fa? Si propende per l'uno o per l'altra, ma il modo in cui scegliamo è già di fatto razionale. Stando al saggio Commissario Montalbano, “gli uomini ragionano con tante parti del corpo, ma il cervello resta sempre disoccupato”, tanto che a volte la gente muore avendolo ancora perfettamente avvolto nel cellophane d'imballaggio. Siamo tutti bravi a ragionare con la pancia, con il cuore, coi genitali, con deretano e spesso maestri del ragionare coi piedi. Ma pochi davvero ragionano con la testa, magari con quella degli altri. Ragionare con la testa, con la propria, non vuol dire essere freddi o agire per proprio tornaconto.

A volte il mio modo di fare mi ha fatto pensare di avere paura di lasciarmi andare o di non esserne proprio capace. Ma come ho cercato di spiegare in un post di qualche tempo fa, la vita mi ha già davvero fatto male da non potermi permettere di mollare la presa salda che ho con la mia esistenza e di imparare a considerare bene ciò che faccio. Sarà anche dovuto al fatto che quando ho agito (anche piuttosto di recente) senza pensarci troppo ho preso degli “schiaffi” così forti che tutt'oggi mi fanno male. Ragionare vuol dire anche crescere, vuol dire conoscersi. Vivere con spensieratezza e leggerezza non vuol dire dimenticarsi di essere dotati di neuroni funzionanti, ci si può divertire alla grandissima anche pensando a quello che si sta facendo. Non sto parlando di alcoolici e droghe, che sforano nel campo dell'idiozia applicata, ma della consapevolezza del proprio Io. Divertirsi, vivere con spensieratezza non vuol dire dimenticare chi si è veramente, non vuol dire abbandonare il cervello sul ciglio della strada. La razionalità non è fredda, la razionalità è ampia e, tanto quanto i sentimenti, ci può portare ovunque nella vita, su strade bellissime e intense da vivere a occhi aperti. 

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