lunedì 19 settembre 2016

Il Tesoro delle Janas



Tanto tempo fa, o forse ieri, quando in Terra di Sardigna gli uomini vivevano in pace e in armonia con la Natura, si dice che fosse facile per i pastori, o per le donne che andavano alla fonte, incontrare le Janas. Le janas erano donne bellissime, ma molto minute: sapevano filare e tessere, fili d'oro e stoffe preziose; cavalcavano bianchi cavalli dalla lunga criniera; conoscevano i rimedi di Natura e curavano con le erbe; danzavano, suonavano e cantavano. Si diceva che fossero le figlie predilette della Luna, nate da un suo candido raggio, filtrato tra le fronde dei boschi di lecci.
Più tardi, quando i villaggi degli uomini si spostarono all'ombra dei Nuraghe, si dice che le Janas si ritirarono a vivere in piccole case scavate nella roccia. Presero a cavalcare i loro destrieri solo la notte e, durante il giorno, andavano nei boschi a filare e tessere, in compagnia di un cagnetto che abbaiava tre volte, se veniva qualcuno. Da allora gli uomini iniziarono a pensare che le Janas fossero fate e che nascondessero un immenso tesoro.

Tutti volevano vedere le Janas per avere una parte del tesoro: una moneta o una stoffa preziosa, lo sgabello d'oro su cui sedevano nel bosco o il telaio d'oro sul quale tessevano. Ma il cagnetto svolgeva bene il compito, abbaiava tre volte, e le Janas si nascondevano leste. La notte, poi, erano i bianchi cavalli, veloci come il vento di maestrale, zoccoli a s'arrevexiu, che facevano perdere le tracce se qualche giovane balente osava seguirle. Fu così che tutti percepivano la presenza delle Janas, vedevano le tracce del loro passaggio, ma più nessuno era in grado di avvicinarle e parlarci, come nei primi tempi della vita in Terra di Sardigna.

Un giorno venne dal mare un vecchio viaggiatore. Si diceva fosse molto furbo e avesse visto con i propri occhi le Porte che separano il Noto e l'Ignoto. Di sicuro aveva girato tutti gli angoli del Mondo conosciuto e sapeva molte cose. “Se volete trovare i tesori nascosti dalle fate, – andava dicendo – dovete farle avvicinare da una coppia di bambini. Solo gli innocenti possono vedere le Janas!”.
Gli uomini si fecero suggestionare e convincere dalle parole del vecchio forestiero e così fecero. Prepararono un bambino e una bambina e li accompagnarono al limitare del bosco con un agnellino e una capretta. Dissero loro: “Se viene una bella signora non vi spaventate. Solo, offritele la capretta e l'agnellino e chiedete che vi doni il suo telaio d'oro”.

Venne una Jana, con il suo cagnetto. Ma questo non abbaiò tre volte, come al solito. Prese a scodinzolare e a giocare con i bimbi. Incuriosita la Jana si avvicinò e, con una breve risata, lieta come il tintinnio di un campanellino, accolse i doni. Poi portò i bambini con sé nel bosco, giocò con loro, diede da bere acqua freschissima delle fonti e da mangiare piccoli dolci di pasta ricamata con il cuore di mandorla e miele. La sera raccontò storie mai udite e la notte, al chiarore della Luna, cantò la Ninnananna più dolce e più lieve che una voce di donna potesse mai aver cantato.
La Jana guardava i bimbi con occhi amorevoli: avrebbe voluto tenerli con sé, ma pensò che non poteva far questo agli uomini. Così, all'alba del giorno seguente, li accompagnò dove finisce il bosco. I bambini chiesero in dono il telaio d'oro.
“Non vi darò il telaio, nelle mani degli uomini diventerebbe di legno, – disse la Jana – ma ho preparato dei doni per voi!”.
Diede loro una stoffa ricamata, preziosa come l'oro e fine come la tela di un ragno, e un sacchetto pieno di monete tintinnanti. Li salutò con un bacio di rugiada sulla fronte e con un bianco sorriso di luna. E li lasciò andare.

I bambini avevano fatto solo pochi passi.
Un cagnetto abbaiò. Abbaiò tre volte. Felici, si voltarono insieme, per salutare una volta ancora la bella signora. Ma c'era solo il bosco, là dietro. Cercarono a lungo con i loro occhietti curiosi tra l'intrico dei rami, ma non riuscirono a scorgere nessuno.
Tintinnava, intanto, nel vento, una risata lieve come un campanellino.

Da quel giorno, mai più nessuno, vide le Janas.

La tradizione sarda è ricca di racconti sulle fate, Janas e Fadas. In essa è comune ritrovare contatti tra il mondo fantastico e gli uomini, quasi fossero due realtà parallele, che si sfiorano, convivono, ma la cui interazione è limitata, come guardarsi dal buco della serratura o salutarsi da una rete... Una cosa è certa: questa modernità e il mondo fantastico sembrano lontani. Si cercano, forse, ma non si trovano. E, quando l'innocenza è perduta, le Janas sanno aspettare senza smettere di tessere bellezza per il mondo. Al reale, invece, rimane scegliere la via e domandarsi se l'innocenza, recuperata, possa essere ancora una via percorribile per un mondo migliore, dove chi è cieco vede, chi è muto canta e chi è zoppo possa danzare insieme agli altri nel grande cerchio della Vita!

domenica 11 settembre 2016

Stiletto Sport - il calcio visto dai tacchi a spillo

Proemio


Siamo tornati. Anzi, siAmo tornati, come abbiamo detto, ripetuto e scritto in tutti i luoghi, in tutti i monti e in tutti i laghi. Siamo tornati e siamo sempre noi, che felicità, quanto amore!
Cuoricini rossoblù, quante meraviglie e quante novità ci sono da raccontare, quante gioie, quante soddisfazioni, tutto questo per un punto in due partite, direbbe qualche cugurrina rediviva. Il calcio, ricordatevi sempre, è degli sfigati replico io, e quest’anno per noi piccoli romantici orgogliosi della propria sudatissima sfiga arriveranno tante, piccole gioie, incantevoli come il testolino duro di Sau che svetta su un muro di mastodonti.
In questo primo numero dello stiletto ho deciso di non procedere alla cronaca delle prime due giornate di campionato, che avrete già letto e riletto, ma ho ritenuto più utile analizzare alcuni punti fondamentali che ci possano aiutare a capire meglio, e quindi a sbarcare, il campionato appena iniziato.
1 I nuovi arrivati dalla Juventus: Isla e Padoin, ottimi giocatori di sostanza ed esperienza. Il loro apporto nel rendere la squadra solida e compatta è innegabile, ma c’è una cosa da fare al più presto per far crollare drasticamente il rischio di prendere gol. Bisogna spiegare, subito immediatamente, a Isla che non è più alla Juventus. Glielo dite con calma e poi vi assicurate che l’abbia capito e che se lo ricordi sempre. Per esempio potrebbe, come esercizio, scrivere cento volte nelle pareti degli spogliatoi “Io sono rossoblù, se mimo un fallo sono nella cacca, se lo faccio sono espulso, se lo faccio dalla tre quarti in su è rigore. E se lo ricevo? Chiedi a Barella, chiedi a Sau. Se mi spezzano una gamba? Chiedi a Dessena.”. Così quando entrano negli spogliatoi ripassano anche Padoin, Storari, e tutti quelli a cui servisse.
n.b. Mister Isla, mister Pado, ragazzi tutti, badate bene che non vi ho detto di non fare falli. A noi i cartellini piacciono, Conti non uscirà mai dal nostro cuore. Però vogliamo qualità: basta con i rigorini da fighette al sesto minuto, noi vi vogliamo vedere con una tibia tra i denti, o partendone gente di testa alla Larry. Noi vogliamo consapevoli tacchetti sui denti, non tiratine di maglietta da compagni di banco. Non vogliamo proteste contro la terna, quaterna o cinquina, noi vogliamo che l’albero genealogico della giacchetta fluo scenda sulle ramificazioni del palco arbitrale e lo addobbi come un alberello di Natale. Imparate dai nostri Daniele capitani Conti e Dessena. Ma anche da Lopez e Abejon. Uno di noi, siate uno di noi! E al mio tre scatenate l’inferno!
2 Come diventare un mito indiscusso per un popolo intero in cinque minuti: Bruno Alves. Una prenda ‘e oro, tecnica e potenza, piace agli uomini perché è un duro e alle donne perché è bello. A me per tutte e due le cose, a nonna Nenna e Violet ancora di più. Portoghese di origini brasiliane, in realtà se lo guardi bene ha la faccia da Casteddaio verace e il colorito di un unto del Poetto: uno di noi prima ancora di saperlo!
 Bruno è uno che se lo incontri da Mariuccia mentre fa colazione, gli dai un pallone e gli dici “senti, c’è un gatto che prende il sole in via Risorgimento 37, è bravissimo di testa” lui esce un attimo e gli passa un pallone millimetrico, morbido morbido e il gatto la piazza dritta nella cuccia del doberman del vicino, che neanche se ne accorge. Poi torna dentro, si accorge che uno brutto con la maglia del Napoli mi ha rubato il cornetto alla crema e gli fa cadere i denti con lo sguardo. Infine, per assicurarsi che non lo farà mai più, gli spezza le braccine. Io Bruno me lo immagino così, un cavaliere errante, un eroe.
3 Punto tre, come i tre Marco, la nostra carta vincente dell’anno. L’idea di Violet è: “facciamo una squadra tutti di Marchi e un Marcantonio!” laddove il Marcantonio è Bruno, ovviamente.  Per le cugurre la questione si può riassumere con Marco “chi mi paridi Saponetta Fiori”, Marco “ma se non c’è Belen allo stadio cosa l’abbiamo comprato a fare”, Marco “cussu paccu ‘e Sau”. Per noi la questione è ben più interessante e positiva e la riassumerei così.
Marcone: posto che il paragone con saponettino mio non è un difetto ma un onore, Marcone Storari vale doppio in campo: fa da portiere, peraltro bravo, e da caricatore di agonismo, che ci serve ancor più di un portiere. Come esulta lui esulta solo Peter Pan con i bimbi sperduti, ha una voglia di vincere che se la contagia a tutto lo stadio, dagli spogliatoi alla curva, dai magazzinieri ai fenicotteri che sorvolano il campo per guardare la partita, non ci manca niente per essere felici.
Marcolino: non capisco perché si stenta sempre a riconoscerne il valore, io lo trovo una meraviglia. Lui gioca, è generoso ma sa prendersi la responsabilità di tirare in porta. Di sbagliare a volte. Altre di fare i miracoli con quel piedino d’oro che si ritrova. Quest’anno ha deciso di mostrare che anche il suo testolino non è male, sembra di vedere Zola! Se solo gli si lasciasse il tempo di provare a fare una doppietta…
Marco: devo ammettere che io ero piuttosto scettica, ma per ora mi pento e gioisco dei miei errori di valutazione. Il suo incontro calcistico con Sau sta contribuendo positivamente all’entropia universale. Nonna Nenna, quando ha appreso nel dettaglio la carriera di Borriello ha detto: “se segna almeno un gol a ogni ex vinciamo il campionato!”. Magari è troppo… ma… schhhhhhhhh!!! Tacciamo e non mettiamo limiti alla provvidenza.
4: le scelte tattiche. Dall’osservazione attenta dello scorso campionato e di queste prime giornate del nuovo e dalle importanti disquisizioni con Violet siamo giunte a formulare un piccolo e semplice consiglio per Rastelli: NON PROVARE MAI PIU’ A TENERE IL RISULTATO!!! DOBBIAMO FARE ANCORA UN GOL! Quindi se ci troviamo in vantaggio pensiamo sempre al raddoppio, non a togliere Sau di corsa. Sempre al raddoppio, sempre. E ripassiamo la tabellina del 2 per essere certi di sapere com’è fatto un raddoppio.
5: I mincidissi. Ne ho individuato due, Barella e Giannetti, più un mincidisso alternativo: Murru. Se pensate di scatenare l’inferno e non avete un mincidisso non siete nessuno, sappiatelo!
6: le cugurre. Ricordiamo che sono tra noi: se le conosci non ti uccidono.
7: il Tonara. Inizia anche quest’anno con il derby in coppa Italia, domina la partita e vince per 2-1. Il primo round è andato, avanti così!
8: come l’8 sulla maglia di Nenè. Se qualcosa si dovesse inceppare, se arrivassero momenti di crisi, se dovesse all’improvviso mancare il gioco… pensiamo intensamente alla mitologica cavalcata di Nenè a Roma. Lui che corre e tutti i giocatori della Roma che a turno gli cadono ai piedi. Oronzo Pugliese che lo insegue a bordo campo provando a distrarlo, a dirottarlo. L’azione più famosa di Nenè non si conclude con un gol, ma con
l’appoggio perfetto per Riva. Ecco, quando arriveranno i momenti brutti, pensiamo tutti insieme a che cos’è una squadra, a che meravigliosa poesia è il calcio. Giochiamo e sorridiamo, in campo e sugli spalti, e le stelle ci sorrideranno!
E adesso tutti ai posti di combattimento, che inizia la partita!