lunedì 14 novembre 2016

Luna Bellesa!


...perché per te
per ogni donna
la Luna rimarrà per sempre
ciò che ti narravano, bambina
tra le braccia della mamma o della nonna...

L'attesa non è mai lunga, quando giunge sera.
Puoi trovarla in cielo, o all'orizzonte, o riflessa sul mare o in uno specchio d'acqua. Certo è che la sua luce, in un modo o nell'altro ti rapisce e ti porta con sé. O scende, entra ad illuminare il buio della tua notte e proietta ombre sulla parete della stanza dove ti sei rifugiata. E nelle ombre c'è una storia, come in quelle proiettate attraverso la pellicola che scorre, al cinema.
Scorre la storia. Quella del mondo. E la tua.

Era stato caldo quell'inizio d'autunno. Troppo caldo. E troppo buio. Soffiava vento, ma veniva da Sud, carico di umidità. C'erano stati lunghi giorni senza cielo, grigio di giorno e viola la notte. Senza cielo, senza sole e senza stelle. Prometteva pioggia, ma non la dava: e si restava così, rivolti al cielo, aridi e assetati. Così gli uomini, così gli alberi e gli animali. Così le donne. Così la terra.

Uscì di casa quella sera, in preda a una smania che era bisogno d'aria e di spazio. Non c'era rumore, se non quello dei suoi passi sul selciato. Ritmico. Come il martellare del cuore nel petto e il respiro che le sfuggiva, soffiante, dalle labbra socchiuse. Camminava senza meta e si trovò ai piedi del promontorio che sovrasta la città, da un lato, e all'opposto il golfo. La salita era erta: di quelle che tagliano le gambe come il curvone e la successiva “esse” tagliano il fianco della collina, prima di condurre in cima. Ma decise di affrontarla. Ne valeva sempre la pena, pensò, e sarebbe stato così anche quella sera. Da lassù il mondo è un altro e lo si può stringere da tutte le direzioni in un unico abbraccio.
Si sentì sfiorare il viso da un alito di vento e fu invasa dal profumo dei pini, misto a quello dello stagno e poi, in fondo, del mare. Fu come una carezza lieve, di benvenuto. Di quelle che non si fermano all'epidermide del viso, ma scendono nel profondo, fino a sfiorarti il cuore, a bussare alla sua porta, perché si schiuda. E, in quell'alito di vento si sentì a casa, come non le capitava da tanto tempo, in nessun luogo dove si trovasse, compreso il suo letto. Proseguì con più lena, aveva fretta di raggiungere la cima. Dietro di lei scoppiava un tramonto più rosso del fuoco, più fluente della fiamma che danza nel camino, quando aggiungi legna buona e l'avvolge tutta, circondandola di braccia affusolate e di lingue saettanti. Dovunque posasse lo sguardo era bellezza immensa e doveva fare uno sforzo sovrumano per non fermarsi lì, a riempirsi di quei colori, come se non dovesse esserci un domani; a strappare pezzi di cuore e recuperarli dai recessi di quell'orizzonte infuocato, che l'aveva rapito e voleva farlo suo per sempre.
In cima prese fiato e riposò gli occhi e l'animo stanco, lasciandoli vagare sul mare e sul cielo, ormai buio, ad est, laddove il creato aspettava già che fosse un giorno nuovo, che giungesse mattina. Voci di umanità. Echi lontani di vita. Il rumore del traffico o lo starnazzare di gruppi di giovani appostati a far niente sul ciglio della strada, tra salita e discesa: consci solo di sé; né degli amici con cui dividevano il tempo, né dello spettacolo che il cielo offriva in quel momento. Si distrasse. Diede un occhio al cellulare. C'erano dei messaggi, che lesse, una chiamata a cui non aveva risposto, ma che decise avrebbe recuperato più tardi; si perse per qualche minuto nelle notifiche dei social, scorrendo verso il basso, senza fretta e senza interesse, la bacheca di facebook.
E quando alzò lo sguardo, lei era lì. Immensa, bianca e rotonda. Luminosa, le sorrideva, la Luna!
Fu un tuffo al cuore, un trovar senso a quella sorta d'ansia da appuntamento che l'aveva accompagnata per tutto il giorno. Si guardarono a lungo. E lei si sentì di lasciasi scrutare, di non ritrarsi, di rilassarsi, di lasciar cadere le barriere. Stava lì, ferma e vuota, a vedere cosa sarebbe successo ora. E provava solo uno stupore grande e nuovo, che le muoveva corde invisibili, tese chissà dove nell'intrico delle sue viscere di donna. E da quelle corde iniziarono a volare note, sempre uguali, ripetute a ritmo di una nenia d'infanzia, di filastrocche lontane nel tempo, perdute nel vento.
E si ricordò di un tempo che non aveva vissuto, sulle ginocchia di una vecchia, ad annusare un profumo buono di fiori di gelsomino. Ad ascoltare storie.

Ormai la mente era in moto e cominciò a ragionare. Le passarono davanti le leggende della sua Terra, i chiari di luna della sua vita, le lacerazioni che avevano segnato, quando da lassù, Luna, muta, stava a guardare, e accompagnava, bianca e algida, i fiumi di lacrime calde che bagnavano e aravano il suo viso. Le venne in mente il giorno che lei, la Luna, sorse rossa e fu come un abbraccio caldo, di riconciliazione.
Si alzò il vento mentre si guardavano a vicenda. Aprì le braccia, desiderosa di volare. E si ricordò dei racconti delle fate: le Janas chiedevano alla Luna la capacità di raggiungere altri luoghi lontani...
Luna luna, para luna
Paristella, luna bella
Uve ses? In muntanna
Sennor'Anna, s'ebba mia
mi che jucat in Baronia
Le labbra s'erano mosse da sole e le parole erano fluite leggere al ritmo della filastrocca, udita chissà quando, chissà dove. E mentre rifletteva, altrettanto leggeri fluivano i desideri che non aveva più il coraggio di pronunciare, perché non s'erano mai avverati. Così li aveva lasciati a se stessi, ad amuffire, chiusi a chiave in un cassetto buio e dimenticato, nei recessi di ciò che era stata, ormai tante e tante vite fa, quando giocava spensierata, e la sera, sola sul balcone, reinventava storie. Quelle storie che le avevano regalato, ognuna a suo modo, le Donne della sua infanzia, miste a insegnamento e gesti di cura.

Cosa rimaneva di quel tempo che fu, di quei desideri, degli insegnamenti, di quella vita felice?
Per scoprirlo si sarebbe dovuta guardare a lungo in fondo agli occhi, fino a scavare in ogni sguardo negato e distolto, per troppa fretta, per pudore, per disaccordo o disapprovazione. Non aveva uno specchio, ma c'era lei, là davanti, Luna, più luminosa che mai, più accogliente di sempre, le sorrideva. Così fecero un patto e intrapresero insieme la ricerca di ciò sembrava perduto, ma semplicemente, ora lo intuiva, era diventato terra della sua terra. Covava nuova vita in fondo al suo essere, e germinava continuamente per poi germogliare e mettere radici e fiorire e dare frutti e cadere in quella sua terra. E ricominciare da capo, ad ogni stagione, ad ogni nuovo ciclo che veniva ad abitarla.
Cosa rimaneva di quel tempo che fu, dei desideri, degli insegnamenti, di quella vita felice?
Cercarono insieme, tra le nebbie della coscienza che si addensavano e diradavano, nel riposo di quei momenti, nel silenzio che ora regnava sovrano. Cercarono e trovarono mille gesti di cura che lei perpetrava ogni giorno, appresi in quel tempo lontano, ed ora reinventati, riscritti, moltiplicati, donati. A piene mani, con cuore largo.
E iniziò a riconoscersi, a vedersi bella. Lei. Proprio lei. Com'era ora, come era sempre stata!

Rinnovarono il patto, lei e la Luna: ad ogni andare avrebbero liberato i desideri, avrebbero dato loro ali, per diventare grandi e volare lontano, dove l'aria è più fina, dove nasce il vento e si respira l'immenso. Ad ogni ritorno, invece, lei, la Luna, le avrebbe messo sul tavolo un po' di realtà, le creature nate da quel desiderio, perché potesse vederle e toccarle con mano. E ninnarle in un abbraccio avvolgente. E cantarle con un canto lontano.
Come faceva da bambina, insieme alla mamma e alla sorellina... quando in cielo splendeva la luna:
Luna luna
bettamind'una
in pitz'e sa mesa
Luna bellesa.