venerdì 1 novembre 2013

Una coccola per Rina - By Red

Qualche tempo fa andavo in dipartimento e il sei, come al solito, è passato davanti al cimitero di Bonaria. Io però non ho fatto come faccio di solito e sono scesa. Al volo, d'istinto, senza prenotare la fermata. Ho pensato "in vela, come al liceo!". Mi è tornata in mente una volta al liceo, che con Olga non siamo entrate a scuola e ci siamo rifugiate lì, a parlare, parlare, parlare... a riempirci gli occhi e le orecchie di pace e bellezza. A cercare come un ago in un pagliaio la foto di sua nonna, a trovarla e notare che era bellissima, e che aveva  suoi occhi. Quella mattina sono scesa dal pullman perché avevo bisogno di respirare, e i cimiteri non sono tristi come li dipingono.
I cimiteri hanno scritti sulle pietre secoli di storia, la loro aria e la loro terra, pur colma di morti ha respirato più vita di qualunque altro luogo. Perché lì tutti hanno pianto in maniera sincera, perché anche la mente più razionale e l'anima più fredda lì si sono arrese alla propria umanità, anche la zitellaccia più inacidita e ipocrita ha perso per un attimo il controllo di sé. La morte non è solo perdita e disperazione. A volte è sollievo, a volte è l'abbandono sereno all'ultima speranza. Nei cimiteri si susseguono morti e rinascite, passano preghiere, pianti e, perché no, sorrisi. Un cimitero è molto più vitale di una sede di banca e spiega tanto dell’umanità, questo è certo. Perché tra foto, cappelle, bellissime statue di marmo, orribili sculture in ottone, fiori, frasi, dediche e poesie mal riuscite si coglie tutta la vanità, l'ipocrisia, il cattivo gusto e la sobrietà, la dignità, la tenerezza di cui è capace il genere umano. Tra nomi e date si nascondono storie incredibili. Alcune si possono ancora ascoltare, altre sono perse nell'aria, perché un giorno qualcuno ha smesso di raccontarle. Io che amo le storie stamattina ho risposto al loro richiamo e sono scesa dal sei.
Ci sono due tipi di storie nei cimiteri: quelle dei morti e dei loro cari e quelle del mondo che sta fuori. Quando si entra a Bonaria si capisce a quale livello di inciviltà ci si possa ridurre. Quando si vedono opere d'arte spezzate e umiliate dentro un luogo che dovrebbe essere sacro per tutti si percepisce come una fitta allo stomaco la soglia di insensibilità alla quale ci siamo assuefatti. E purtroppo ci siamo assuefatti, io per prima. Con il mestiere che faccio ormai sono abituata ad indignarmi e un secondo dopo a fare i conti con le priorità e con i soldi che non possono bastare a tutto. Sui beni culturali nessuno perde il sonno: firmiamo petizioni e poi dormiamo sonni tranquilli. Pensavo a queste cose passeggiando tra le tombe dell'inizio del Novecento, pensavo di andare a salutare il piccolo Efisino, tutto impolverato dietro una grata, per dirgli di non preoccuparsi, di dormire tranquillo. Ma mentre camminavo una cosa ha colpito la mia attenzione, ed è andata al di là del disappunto per il degrado di un monumento importante e bellissimo come il Cimitero di Bonaria.
Accanto al busto di una bimba, posato per terra probabilmente per salvarlo dalla sua stele ormai a pezzi, stavano delle ossa e un chiodo di bronzo. Non lo so se fossero ossa umane, non penso, a osservarne la lunghezza e lo spessore, anche se la presenza del chiodo da bara ha dato un brivido alla mia schiena di archeologa. Penso a quante persone sono passate accanto a quella tomba senza curarsi del fatto che ciò che le stava intorno era al di sotto della soglia di dignità. Ho letto l'epigrafe: 
"AL NOSTRO ANGIOLETTO RINA PORRU SANNA. 
SORGONO 1 LUGLIO 1901 CAGLIARI 13 AGOSTO 1909 
I GENITORI DESOLATI". 
Ho guardato il busto, l'espressione troppo seria e compassata per una bimba di otto anni, alla maniera del realismo italiano di inizio Novecento. "Il nostro angioletto". Accovacciata ai suoi piedi ho accarezzato quel viso di pietra, da quanto tempo nessuno pensava a Rina? E' sciocco, quante persone muoiono senza una tomba, senza un atto di pietà? Cosa cambia se a tutta l'incuria per l'arte e la storia che c'è in Italia si aggiunge una tomba sporca e violata? Cosa cambia se una bambina di cui nessuno parla più riceve un pensiero e una lacrima? A cosa serve prendersi cura di un morto? E a me che importa della ragione? Da quando in qua io non sono sciocca? "Aspettami piccola" le sussurro come fosse in grado di spostarsi. Corro all'ingresso, ma di lunedì mattina nessuno vende fiori davanti ai cimiteri. Allora percorro i vialetti in cerca di un segno per la mia piccola amica. Trovo dei cespugli di margheritine, ne colgo un rametto bianco, uno giallo e uno viola. Torno alla tomba ma il vaso per i fiori non si può più utilizzare tanto è consumato dal tempo. Avvolgo i fiorellini in un fazzoletto di carta: bagnandolo si terranno freschi per qualche ora di più. In cerca dell'acqua arrivo fino alla parte nuova del cimitero, agli scaffali per bare, come li chiamo io. Bagno il fazzoletto e spolvero i fiori, sono piccoli piccoli, ma è tutto quel che ho trovato: non ci si spreca a far belle le tombe poco prima del due novembre. Però sono colorati, freschi come la bimba che li riceverà. Torno alla tomba di Rina, poso i fiori al piedi del busto, accarezzo il suo viso, accenno una preghiera. Scende una lacrima di tenerezza, penso a quanto dolore sia passato da questo metro quadro di terra. Le prometto che tornerò. Con una spugnetta e del sapone per toglierle tutta quella polvere di dosso, e con un fiore più bello, raccolto nel mio giardino. "Non ti lascerò sola" le dico.
Che cosa siamo se non storie da raccontare? Cosa resta di noi se non lasciamo una storia? Rina mi ha regalato un'emozione e io le ho regalato una storia, così, ovunque sia, non sarà più sola.


Epilogo. Ovviamente uscendo dal cimitero ho segnalato al custode che c'erano delle ossa per terra e che la cosa era piuttosto brutta da vedersi oltre che irrispettosa per il luogo e per la piccola Rina. Lui è subito è andato a vedere e mi ha detto che non sono ossa umane, oltre che spiegarmi che sarebbe impossibile profanare una tomba in quel modo. Di fatto ha preso ossa e chiodo e le ha portate via, non so dove. Chissà.

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