giovedì 19 maggio 2016

Stiletto sport - il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica dei Santi in Paradiso (o dell’inno a Casteddu)
 

Casteddu è un’incantevole città del sud Sardegna, posta a controllo di un ampio golfo ricco di approdi e per questo meta, dalla remota antichità, dei più strambi e coloriti personaggi che si possano immaginare. Tra loro come non menzionare Fenici, Cartaginesi, Romani, Pisani, Spagnoli, Gobbi, Interisti, Savoia, Milanisti? Nonostante ciò, i Casteddai da almeno 8000 anni vanno avanti tranquilli e serafici, armati di un bicchiere di vino bianco da consumarsi vista mare, grazie al prezioso aiuto di due potenti alleati: Efis e il Maestrale. La storia ci racconta di come la loro inscindibile alleanza già salvò la città da terribili eventi, quali lo sbarco di quel nanerottolo arrogante di Napoleone e altre simpatiche amenità. Bene, da oggi, anzi, da sabato, alla serie si unisce la grande Promozione del 2016.
Abbiamo già detto di come Efis abbia evitato la matematica risalita in A alla vigilia della sua festa. Qualcuno si è anche arrabbiato per questo, ma in fondo qui a Casteddu lo sapevamo tutti che non si poteva spostare la festa nazionale e che un paio di bottiglie di Ichnusa abbandonate in piazza Yenne, che normalmente possono passare come parte integrante dell’arredo urbano, alla vigilia dell’evento cittadino più in mondovisione dell’anno, sarebbero state punite col sangue. 
E poi è uno di noi, Efis, come solo gli immigrati sanno essere, come Gigi Riva, per dirne uno. Quando, dopo il martirio, ha bussato in Paradiso, san Pietro gli ha aperto e gli ha detto: “Fai come fossi a casa tua”. Lui non se l’è fatto ripetere due volte, si è preso un bicchierino di vino bianco, si è trovato una nuvoletta con vista sul Golfo e si è messo tranquillo a prendere il sole. 
Quante volte avrà festeggiato con noi dalla sua casa nel cuore di Stampace, a un passo da piazza Yenne! Da lì può sentire i clacson, le grida, i canti. Può partecipare alla festa con i suoi amati concittadini. Ma secondo voi? Va a Pula una volta all’anno e su Casteddu sale in A all’ora che lui deve uscire? Ma voi ve lo vedete uno che scaccia la peste e respinge i Francesi che rinuncia alla festa del decennio per le lagne di quattro tifosi spazientiti? Ci vuole pazienza, ragazzi, la pazienza del vino bianco davanti al mare, ad aspettare che il tramonto arrivi e finisca. Ci vuole pazienza, se vogliamo essere sardi, e ci vuol fede: Efis non ci ha mai tradito!
E da brava gente di fede, segni inequivocabili della riscossa incipiente ci si palesano in una uggiosa mattina in via Dante: segni belli come il sole e scuri come la notte. Ma non diciamo niente, perché infrangere la regola numero uno del tifoso, la regola del silenzio (sempre ve lo devo ricordare?), potrebbe avere effetti catastrofici.
La partita del destino arriva venerdì sera a Bari, al san Nicola. San Nicola, brav’uomo, che porta i regali ai bambini buoni e noi, lo sapete, siamo buonissimi! Sant’Efisi si sfrega ancora le mani al ricordo dell’ultimo regalo che la Bari ci fece: era il 1970. E allora andiamo, bei ragazzoni rossoblù, e comportiamoci bene ché se saremo buoni avremo un bel regalo!
Alle 20,30 si parte, con il boccone in bocca e una valigia da fare: per una volta che dobbiamo lasciare Casteddu il Cagliari sale in serie A? Per fortuna non siamo fisimose come Efisi, altrimenti un’altra settimana vi toccava aspettare!
Il fischio iniziale ci coglie che ancora siamo tutti seduti a tavola, per i primi venti minuti il grido è solo uno: “itt’e Micai?”. La svolta viene quando Violet si alza repente dicendo: "Devo andare via, altrimenti questi qua non segnano!”. Il gol la coglie al penultimo gradino delle scale di casa: Joaooooooo Peeeedroooooooo!!! Ma non basta, Red la raggiunge a breve con la radio spianata e le due poverette provano a preparare le valigie per il loro lungo viaggio. Ora, vedete un po’ voi se è facile pensare alla conta delle mutande mentre ci si gioca la serie A, soprattutto se ad ogni break pubblicitario Zola segna di testa contro la Juventus. Una sincope ogni volta. Il raddoppio arriva durante la ricerca dei calzini, al quarto minuto della ripresa: nel festeggiare invitiamo le cugurre a intraprendere subito un volo verso un paese a tutti noto: Quel. La partita si rilassa, i nostri controllano, noi non ci rilassiamo mancu po brulla, soprattutto perché uno, brutto e barese, si mette in testa che deve tirare in porta. Quando prende il palo non vi dico cosa fa Efis in Paradiso. Storari respinge il tiro successivo come il maestrale le bombe delle navi francesi… non vi ricorda nulla il capello lungo con pizzetto del nostro portierone? Sicuri che la devozione al Gloriosu Martiri non c’entra nulla?
Al quarantunesimo del secondo tempo Vittorio Sanna dà la linea alla pubblicità. Come al solito un grido: Gooooooooooooooolllllllllll!!!! Violet, stremata dopo il ventesimo gol di Zola, dice: “e basta con questi gol, io sono concentrata!”. Io, incerta, con una grazia che mi fa sembrare lei, le sussurro: no, questo è vero… Ha detto Cerri!!!
E sì, signori, è proprio vero: tre a zero e Casteddu in serie A!
Si scatena la festa, Efisi dalla sua chiesetta stampacina se la gode alla grande, noi finiamo i preparativi cantando, infilo la maglia del Cagliari in valigia, ma quando arriviamo a Elmas è mattina e sembra che nella notte non sia successo niente. Sembra, perché ci siamo noi a ricordarlo! 
Serie A! Serie A! Ce ne andiamo ce ne andiamo ce ne andiamo in serie A! Ad libitum... 
Al bar, in fila al gate, in volo sul mare, sul pullman per Torino, in treno, sui monti della val Gobba… tutto sembra rossoblù.
Ma non ci basta ancora, perché piove e Carlo Felice ha su solo un pareo, nemmeno fosse agosto e stesse andando a prendersi un’Ichnusa alle Palmette, mentre invece fa ancora unu frius’e galera. Ci vuole di più, assolutamente di più.
Lo sappiamo noi, lo sa il generale Millelire, lo sanno i francesi: quando c’è da potenziare il potere del nostro valente Santo guerriero è necessario il suo fido scudiero, il Maestrale.
Sabato pomeriggio inizia a soffiare, le nuvole si mettono in moto. Quando arriva ha superato la Francia continentale e ha respirato il profumo della lavanda in Provenza. Si è riempito gli occhi del mare e delle aspre montagne corse, è entrato in Sardegna dai bastioni di Alghero, ha picchiato alle porte del Limbara e del Gennargentu, ha giocato con le onde a san Giovanni di Sinis, ha preteso l’inchino del grano d’oro del Campidano e quando dalla vecchia ferrovia, tra Donori e Settimo, ha visto il Golfo degli Angeli, ha guardato Casteddu e le sue torri bianche di calcare, e si è come ubriacato. Arriva ebbro a Cagliari, il maestrale. Ubriaco del viaggio che ha fatto e ubriaco della meta. Brinda prima di tuffarsi ancora in mare per ascoltare le storie dell’Africa. Arriva ciucco marcio, e ci ubriaca tutti.
Così, mentre arrivava il Maestrale, ci è venuto fuori un tre a zero che è stato come un brindisi lungo novanta minuti, con lo stadio, con le curve, con il vento e con i colori. Salamon, Giannetti, Sau e un brindisi al capitano in campo, agli spogliatoi, al primo posto in classifica riacciuffato. E poi fuori, dallo stadio fino a piazza Yenne, e in ogni angolo di città. 
Casteddu era ebbra di gioia, così felice e su di giri che ogni cosa tamburellava al ritmo di una semplice battuta musicale in quattro quarti da suonare con il clacson, tamburellare con le dita sul tavolo, con il tacco sull’asfalto, da scandire col battito delle mani: ogni cosa può dire “Forza Cagliari”. 
Mentre Red, attraversando la città salutava decine di sconosciuti al grido di “forza Casteddu”, Violet, raggiungendola, festeggiava sull’M con un giovin signore, giusto un po’ su di giri per il maestrale e per la gioia: “Onore ai diffidati! Su le mani! Lei signora, lo sa dove siamo? Siamo in serie AAAA!!!!”. Ma la signora, razza di cugurra travestita da gentildonna ardiva replicare: “Questo è tutto da vedere!”. Al che Violet: “e no, signora, qui si sbaglia: è matematica, e siamo anche i primi in classifica!”. E fu così che la nostra Violet conquistò l’onorevole cuore dei nostri diffidati.
E così via, tra cori, bandiere e sorrisi, con il maestrale che faceva volare tutto e lentamente scopriva il cielo. 
Sembrava tutto così bello che domenica mattina si temeva di aver sognato.
Allora siamo andate a fare una passeggiata per vedere se era vero e sì, lo era.
Cagliari splendida e assolata, spettinata e raggiante. Carlo felice vestito di tutto punto, con tanto di cappello da grande puffo rossoblù. Le strade piene di gente e sant’Efisi trionfante che si sfregava le mani soddisfatto dicendo: “Ma siete sicuri sicuri che tutta questa gente è in giro per i Monumenti Aperti? Vuoi mettere 360 edizioni contro 20? Ma ba’!!! Il primo maggio sì, era tutto per me, ma oggi… naaaa! Stanno festeggiando tutti su Casteddu! Un capolavoro, ho fatto!”

E giù un bicchierino di vino bianco, guardando il Golfo e prendendo il sole al fresco del maestrale.

lunedì 16 maggio 2016

Le Fate del Sole



È giunto il Vento.
E mi trovo a volare leggera sulle sue ali. Volteggio, della Danza eterna. Mi lascio trasportare, chissà dove, separata dalle mie sorelle a cui stringevo forte le mani fino a poco fa.
È giunto il Vento.
È amico il vento in quest'Isola di Smeraldo, porta il profumo dell'Oceano. Lo diffonde, lascia che intrida ogni cosa: è salsa la terra e l'aria, la spiaggia e la brughiera, i prati e le pietre.
È giunto il Vento.
Reca mille voci. Parla molti linguaggi. Parla e racconta. Dell'oggi e di tempi lontani. Del perdersi l'uno negli altri e del ritrovarsi vicini, a guardarsi negli occhi e sfiorarsi, come uno specchio dell'Ora che rende presente l'Allora che fu.
È giunto il Vento.
E racconta. Racconta di quando i Folletti, gli Elfi e le Fate del Sole correvano liberi tra queste lande, non temendo i passi grevi dell'uomo e i suoi rozzi calzari. Racconta la fuga degli Elfi nei boschi più fitti. Racconta di come i Folletti cercarono rifugio nel ventre della Terra.
È giunto il Vento.
Se annusi a fondo, puoi sentire ancora il gusto acido della paura che attanagliò le Fate del Sole quando scoprirono di essere rimaste sole a danzare sui prati, a correre leggere sulle contrade ormai battute dagli uomini. Vivevano di Luce, le sorelline, di Luce, d'aria e di Vento, non potevano seguire gli Elfi e i Folletti.
È giunto il Vento.
Se tendi l'orecchio porta il pianto accorato di mille e mille Fate, ferite sotto le suole pesanti delle scarpe degli uomini. Porta le voci sottili e i richiami delle Fate Anziane che radunarono l'Assemblea nella grande Radura. Porta il battito all'unisono del cuore delle Fate, quando decidemmo di non abbandonare la nostra Terra, l'Isola di Smeraldo, perché la Madre ce l'aveva affidata, e siamo Figlie fedeli!
È giunto il Vento.
E, ogni volta che giunge, danziamo nei campi, Fate del Sole. Il nostro Spirito abita il più umile tra tutti i fiori, il Tarassaco dalla gialla corolla. Per questo, se lo calpesti, torna subito ritto: perché il cuore delle Fate è indomito e nessuno potrà spezzarlo e interrompere la Danza della Vita.
È giunto il Vento.
Noi Fate bambine, a primavera, vestiamo gonne leggere. Sono fili di libertà e d'amore che le Fate Madrine hanno ricamato di trasparenza di Cielo. Ci stringiamo, ci teniamo la mano. Finché viene il Vento dell'Oceano e ci porta a danzare con sé.
E sarà danza di Vita, trovare una contrada da chiamare Casa. E sarà danza di Piccola Morte, posare il capo sull'umida Terra e abbandonarsi al sonno nel canto del suo grembo. E sarà danza di Rinascita, aprire gli occhi un giorno, gialla corolla di fronte al Sole, a danzare in un prato verde, baciato dalla rugiada, la vita che non muore.

Il tarassaco, o dente di leone, nelle credenze popolari europee è definito un fiore magico e soprannaturale grazie alla sua tenace sopravvivenza. Una leggenda irlandese racconta come, quando l'uomo popolò l'isola, che fino ad allora era stata abitata da gnomi, fate, folletti ed elfi, le fate si rifugiarono nella sua corolla color del sole per non essere calpestate dai nuovi abitanti, molto più grandi di loro e soprattutto non dotati della facoltà di percepire la presenza di forme di vita diverse dalla propria. Da questo, prende avvio, il breve racconto che si libra nel vento come i semi di un Soffione.

venerdì 6 maggio 2016

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica degli sfigati


A volte mi capita che qualche superficiale conoscente si stupisca della mia incontenibile passione per il calcio. Stolto! Non pago dello stupore a volte mi capita che provi a redimermi con i soliti, giusti per carità, discorsi sull’immoralità di certi stipendi, sulla corruzione, gli interessi, l’inconsistenza, gli eccessi dei tifosi… Ma io se penso al calcio penso ad altro, vedo tutt’altra cosa.
Se penso al calcio penso ai ragazzini. Penso a scene tipo… 
“Eh, mi hanno cambiato di banco perché i professori volevano che socializzassimo tra ragazzi e ragazze. Io ho avuto culo, mi hanno messo con lei ed ero troppo contento e quando è arrivata a scuola io sono corso a dirglielo! Eh… però lei si è arrabbiata e mi ha detto che con me non ci vuole stare e che sono antipatico. Oh, ci sono rimasto malissimo, non è giusto… Però… oh, ho il pallone nello zaino, giochiamo a calcio?”. 
Come si può non amare una cosa così, che fa tornare il sorriso nel pieno della prima delusione d’amore della vita di un quindicenne? Il calcio è questo, un sorriso nella sfiga, e per questo, per godere davvero delle vittorie bisogna aspettarle, desiderarle, sfiorarle, lasciarsele scivolare via, prima di afferlarle e stringerle forte. Insomma, i veri eroi del calcio, che giochino o tifino, sono un po’ sfigati. Finché non vincono. E allora non ce n’è per nessuno, neanche per la bella della classe.
E siccome noi un po’ sfigate lo siamo, abbiamo aspettato sabato come se fosse la giornata più importante dell’anno, e in effetti lo era. Cavoli se lo era.
Iniziava il week end che poteva decidere tutto, e noi dovevamo essere pronte.
Devo dire che lunedì sera, a fine settimana concluso, eravamo davvero felici e soddisfatte. 
Sì, lunedì, che mentre Ranieri volava e noi ballavamo, il Leicester diventava campione d’Inghilterra. Ora ve lo posso dire, io ho seguito passo passo l’impresa del mio Mister, ma non potevo contravvenire alla regola numero 1 del tifoso scaramantico, dovevo tacere. 
Non è stato facile, ma per “alè alè alè Claudio Ranieri” questo ed altro! Quanto ho temuto quando tutte quelle brutte cugurre belzavano sul carro del vincitore quando ancora non aveva vinto! Ma nulla, nulla è più invincibile di Claudio Ranieri quando sposa una causa persa. Lo sappiamo bene a Cagliari, dove giovane e sconosciuto portò un’armata di sfigati d'ogni sorta a diventare la squadra del miracolo rossoblù, secondo solo allo scudetto. Quanta gioia portò in città salire in serie B, poi volare in A e conquistare la salvezza! Non l’avrebbe detto nessuno, e nessuno avrebbe pensato che il gioco scaturito da quella squadra avrebbe continuato a far sorridere tutta la città al solo pensiero. Eppure è così: tu a Cagliari dici "Matteoli arrodugò" e tutti sorridono e sospirano di nostalgia. Non è che abbiamo vinto nulla in quegli anni, ma son stati così, come una magia! Perché Ranieri non è un allenatore normale, che fa vincere le squadre destinate a vincere, ma è un mago e fa vincere la magia del calcio: fa vincere gli sfigati.
A lunedì sera, poi, eravamo arrivate già felici, perché domenica il Leicester aveva agguantato un pareggio difficile con il Manchester e ci aveva riempite di orgoglio, perché noi ragazze abituate a soffrire con squadre come il Cagliari gioiamo più per un pareggio difeso con le unghie e con i denti che una vittoria facile. Perché il calcio vero è per quelli come noi (sfigati), ricordatevelo sempre.
E, comunque, venivamo da un sabato pomeriggio era successa una cosa meravigliosa.
Sabato pomeriggio né io né Violet potevamo seguire le partite. Perché se il calcio è degli sfigati, sfiga vuole e pretende che tu sia impegnata proprio il giorno x. E non ci puoi fare nulla, perché eri impegnata da prima che fosse deciso il giorno x. Il giorno dei play out, il giorno del dentro o fuori. Il giorno per dimostrare che questa promozione acciuffata dopo che anche l’ultimo treno era passato in realtà era più che meritata. Di che parlo? Se avete fatto questa domanda pentitevi della vostra ignoranza e redimetevi subito. Parlo del Tonara, ovvio. Tonara – Selargius, chi vince resta in Eccellenza, chi perde torna in Promozione. E il Tonara ci vuol restare tanto in Eccellenza, tolto il fatto che, dobbiamo dirlo, il Selargius per quest’anno le palle le ha rotte già abbastanza. È la partita più importante di giornata, Violet lo sa e lo ricorda a Nonna Nenna, io ovviamente approvo. Concentrazione massima, scaramanzia a livelli eccelsi. Alle 18.00 prendo il cellulare per cercare aggiornamenti sulla situazione. 
Batteria scarica. Ma come? Era fermo in borsa! Batteria scarica a causa di ottantaduemilaquattrocentoventitrè messaggi su whatsapp sulla chat delle colleghe. Ma porca miseria! Accenditi, accenditi, accenditi, ti prego, ti prego, ti prego! Si accende, ma non faccio in tempo a provare a chiamare che “quattrocentocinquantuno messaggi non letti”, e nuova catalessi dell'aggeggio. Allora permettetemi di tornare un attimo alla domanda da cui partiva questo mio post: “come fai a seguire il calcio? Perché?”. Ma perché non lo seguite anche voi, o non seguite il badmintong o il carling o non vi date ai campionati di corsa a su corru e sa furca, anziché macellare l’anima al prossimo con lagnanze di lavoro di sabato sera, quando il cellulare serve a vedere i risultati delle partite?
Tornando a noi, torno a casa e Violet mi dice: il Tonara ha vinto!!!! Doppietta del nostro nipotino!!!! Il nostro Calaresu… non poteva che farlo lui il miracolo, non ce ne voglia nessuno. Doveva andare così, all’ultimo minuto, con tutto il cuore di una squadra che è inciampata spesso quest’anno, ha sbagliato delle partite, ne ha fatto scivolare via altre, ma non ha mai smesso di crederci. Come il paese che l’ha fatta volare, un paese intero al campo di calcio a cantare sotto la pioggia fino all’ultimo minuto, anche quando il sogno sembrava potesse sfumare. Sarà che Tonara è un paese di poeti, ma sembra di raccontare una poesia. Perché tutti, la squadra e la sua voglia di vincere, il paese e i suoi cori, hanno caricato a pallettoni lui, il Cala, il bomber che quest’anno sembrava non segnare abbastanza, che qualcuno diceva non fosse all’altezza di un campionato di Eccellenza, finché non ha segnato la doppietta che serviva, quando serviva, come fanno i giocatori simbolo. Quelli che non segnano solo con i piedi o la testa, ma soprattutto con l’amore per una maglia. Che poi è amore per un paese, perché come diceva Pavese ne “la luna e i falò”: “…un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo…”. E così, dalla pioggia alla birra, vissero tutti eccellenti e contenti.

E infine c’è su Casteddu meu ‘e su coro. Non abbiamo potuto sentire la partita ed è finita 2-2, festa rimandata. Che sfigati! Violet ed io lo sappiamo di chi è la colpa, e se non smette di portare sfiga ci vendicheremo dando nome, cognome, indirizzo e ascia bipenne in omaggio, ma per ora va bene così. Perché Efisi Martiri Gloriosu lo sapeva che se il Cagliari fosse stato promosso il 30 aprile, il 1 maggio Carlo Felice sarebbe stato liberato nottetempo dalle bandiere, e non sta bene. E poi, comunque vada, il Cagliari la prossima puntata avrà uno stiletto tutto per lui, visto che mister Ranieri e il Tonara hanno già fatto il loro dovere. Sembra impossibile ma sarà il primo stiletto dedicato a una sola partita e uuna sola squadra... su Casteddu se lo merita, no? Anzi, me lo merito io!