lunedì 14 novembre 2016

Luna Bellesa!


...perché per te
per ogni donna
la Luna rimarrà per sempre
ciò che ti narravano, bambina
tra le braccia della mamma o della nonna...

L'attesa non è mai lunga, quando giunge sera.
Puoi trovarla in cielo, o all'orizzonte, o riflessa sul mare o in uno specchio d'acqua. Certo è che la sua luce, in un modo o nell'altro ti rapisce e ti porta con sé. O scende, entra ad illuminare il buio della tua notte e proietta ombre sulla parete della stanza dove ti sei rifugiata. E nelle ombre c'è una storia, come in quelle proiettate attraverso la pellicola che scorre, al cinema.
Scorre la storia. Quella del mondo. E la tua.

Era stato caldo quell'inizio d'autunno. Troppo caldo. E troppo buio. Soffiava vento, ma veniva da Sud, carico di umidità. C'erano stati lunghi giorni senza cielo, grigio di giorno e viola la notte. Senza cielo, senza sole e senza stelle. Prometteva pioggia, ma non la dava: e si restava così, rivolti al cielo, aridi e assetati. Così gli uomini, così gli alberi e gli animali. Così le donne. Così la terra.

Uscì di casa quella sera, in preda a una smania che era bisogno d'aria e di spazio. Non c'era rumore, se non quello dei suoi passi sul selciato. Ritmico. Come il martellare del cuore nel petto e il respiro che le sfuggiva, soffiante, dalle labbra socchiuse. Camminava senza meta e si trovò ai piedi del promontorio che sovrasta la città, da un lato, e all'opposto il golfo. La salita era erta: di quelle che tagliano le gambe come il curvone e la successiva “esse” tagliano il fianco della collina, prima di condurre in cima. Ma decise di affrontarla. Ne valeva sempre la pena, pensò, e sarebbe stato così anche quella sera. Da lassù il mondo è un altro e lo si può stringere da tutte le direzioni in un unico abbraccio.
Si sentì sfiorare il viso da un alito di vento e fu invasa dal profumo dei pini, misto a quello dello stagno e poi, in fondo, del mare. Fu come una carezza lieve, di benvenuto. Di quelle che non si fermano all'epidermide del viso, ma scendono nel profondo, fino a sfiorarti il cuore, a bussare alla sua porta, perché si schiuda. E, in quell'alito di vento si sentì a casa, come non le capitava da tanto tempo, in nessun luogo dove si trovasse, compreso il suo letto. Proseguì con più lena, aveva fretta di raggiungere la cima. Dietro di lei scoppiava un tramonto più rosso del fuoco, più fluente della fiamma che danza nel camino, quando aggiungi legna buona e l'avvolge tutta, circondandola di braccia affusolate e di lingue saettanti. Dovunque posasse lo sguardo era bellezza immensa e doveva fare uno sforzo sovrumano per non fermarsi lì, a riempirsi di quei colori, come se non dovesse esserci un domani; a strappare pezzi di cuore e recuperarli dai recessi di quell'orizzonte infuocato, che l'aveva rapito e voleva farlo suo per sempre.
In cima prese fiato e riposò gli occhi e l'animo stanco, lasciandoli vagare sul mare e sul cielo, ormai buio, ad est, laddove il creato aspettava già che fosse un giorno nuovo, che giungesse mattina. Voci di umanità. Echi lontani di vita. Il rumore del traffico o lo starnazzare di gruppi di giovani appostati a far niente sul ciglio della strada, tra salita e discesa: consci solo di sé; né degli amici con cui dividevano il tempo, né dello spettacolo che il cielo offriva in quel momento. Si distrasse. Diede un occhio al cellulare. C'erano dei messaggi, che lesse, una chiamata a cui non aveva risposto, ma che decise avrebbe recuperato più tardi; si perse per qualche minuto nelle notifiche dei social, scorrendo verso il basso, senza fretta e senza interesse, la bacheca di facebook.
E quando alzò lo sguardo, lei era lì. Immensa, bianca e rotonda. Luminosa, le sorrideva, la Luna!
Fu un tuffo al cuore, un trovar senso a quella sorta d'ansia da appuntamento che l'aveva accompagnata per tutto il giorno. Si guardarono a lungo. E lei si sentì di lasciasi scrutare, di non ritrarsi, di rilassarsi, di lasciar cadere le barriere. Stava lì, ferma e vuota, a vedere cosa sarebbe successo ora. E provava solo uno stupore grande e nuovo, che le muoveva corde invisibili, tese chissà dove nell'intrico delle sue viscere di donna. E da quelle corde iniziarono a volare note, sempre uguali, ripetute a ritmo di una nenia d'infanzia, di filastrocche lontane nel tempo, perdute nel vento.
E si ricordò di un tempo che non aveva vissuto, sulle ginocchia di una vecchia, ad annusare un profumo buono di fiori di gelsomino. Ad ascoltare storie.

Ormai la mente era in moto e cominciò a ragionare. Le passarono davanti le leggende della sua Terra, i chiari di luna della sua vita, le lacerazioni che avevano segnato, quando da lassù, Luna, muta, stava a guardare, e accompagnava, bianca e algida, i fiumi di lacrime calde che bagnavano e aravano il suo viso. Le venne in mente il giorno che lei, la Luna, sorse rossa e fu come un abbraccio caldo, di riconciliazione.
Si alzò il vento mentre si guardavano a vicenda. Aprì le braccia, desiderosa di volare. E si ricordò dei racconti delle fate: le Janas chiedevano alla Luna la capacità di raggiungere altri luoghi lontani...
Luna luna, para luna
Paristella, luna bella
Uve ses? In muntanna
Sennor'Anna, s'ebba mia
mi che jucat in Baronia
Le labbra s'erano mosse da sole e le parole erano fluite leggere al ritmo della filastrocca, udita chissà quando, chissà dove. E mentre rifletteva, altrettanto leggeri fluivano i desideri che non aveva più il coraggio di pronunciare, perché non s'erano mai avverati. Così li aveva lasciati a se stessi, ad amuffire, chiusi a chiave in un cassetto buio e dimenticato, nei recessi di ciò che era stata, ormai tante e tante vite fa, quando giocava spensierata, e la sera, sola sul balcone, reinventava storie. Quelle storie che le avevano regalato, ognuna a suo modo, le Donne della sua infanzia, miste a insegnamento e gesti di cura.

Cosa rimaneva di quel tempo che fu, di quei desideri, degli insegnamenti, di quella vita felice?
Per scoprirlo si sarebbe dovuta guardare a lungo in fondo agli occhi, fino a scavare in ogni sguardo negato e distolto, per troppa fretta, per pudore, per disaccordo o disapprovazione. Non aveva uno specchio, ma c'era lei, là davanti, Luna, più luminosa che mai, più accogliente di sempre, le sorrideva. Così fecero un patto e intrapresero insieme la ricerca di ciò sembrava perduto, ma semplicemente, ora lo intuiva, era diventato terra della sua terra. Covava nuova vita in fondo al suo essere, e germinava continuamente per poi germogliare e mettere radici e fiorire e dare frutti e cadere in quella sua terra. E ricominciare da capo, ad ogni stagione, ad ogni nuovo ciclo che veniva ad abitarla.
Cosa rimaneva di quel tempo che fu, dei desideri, degli insegnamenti, di quella vita felice?
Cercarono insieme, tra le nebbie della coscienza che si addensavano e diradavano, nel riposo di quei momenti, nel silenzio che ora regnava sovrano. Cercarono e trovarono mille gesti di cura che lei perpetrava ogni giorno, appresi in quel tempo lontano, ed ora reinventati, riscritti, moltiplicati, donati. A piene mani, con cuore largo.
E iniziò a riconoscersi, a vedersi bella. Lei. Proprio lei. Com'era ora, come era sempre stata!

Rinnovarono il patto, lei e la Luna: ad ogni andare avrebbero liberato i desideri, avrebbero dato loro ali, per diventare grandi e volare lontano, dove l'aria è più fina, dove nasce il vento e si respira l'immenso. Ad ogni ritorno, invece, lei, la Luna, le avrebbe messo sul tavolo un po' di realtà, le creature nate da quel desiderio, perché potesse vederle e toccarle con mano. E ninnarle in un abbraccio avvolgente. E cantarle con un canto lontano.
Come faceva da bambina, insieme alla mamma e alla sorellina... quando in cielo splendeva la luna:
Luna luna
bettamind'una
in pitz'e sa mesa
Luna bellesa.

lunedì 19 settembre 2016

Il Tesoro delle Janas



Tanto tempo fa, o forse ieri, quando in Terra di Sardigna gli uomini vivevano in pace e in armonia con la Natura, si dice che fosse facile per i pastori, o per le donne che andavano alla fonte, incontrare le Janas. Le janas erano donne bellissime, ma molto minute: sapevano filare e tessere, fili d'oro e stoffe preziose; cavalcavano bianchi cavalli dalla lunga criniera; conoscevano i rimedi di Natura e curavano con le erbe; danzavano, suonavano e cantavano. Si diceva che fossero le figlie predilette della Luna, nate da un suo candido raggio, filtrato tra le fronde dei boschi di lecci.
Più tardi, quando i villaggi degli uomini si spostarono all'ombra dei Nuraghe, si dice che le Janas si ritirarono a vivere in piccole case scavate nella roccia. Presero a cavalcare i loro destrieri solo la notte e, durante il giorno, andavano nei boschi a filare e tessere, in compagnia di un cagnetto che abbaiava tre volte, se veniva qualcuno. Da allora gli uomini iniziarono a pensare che le Janas fossero fate e che nascondessero un immenso tesoro.

Tutti volevano vedere le Janas per avere una parte del tesoro: una moneta o una stoffa preziosa, lo sgabello d'oro su cui sedevano nel bosco o il telaio d'oro sul quale tessevano. Ma il cagnetto svolgeva bene il compito, abbaiava tre volte, e le Janas si nascondevano leste. La notte, poi, erano i bianchi cavalli, veloci come il vento di maestrale, zoccoli a s'arrevexiu, che facevano perdere le tracce se qualche giovane balente osava seguirle. Fu così che tutti percepivano la presenza delle Janas, vedevano le tracce del loro passaggio, ma più nessuno era in grado di avvicinarle e parlarci, come nei primi tempi della vita in Terra di Sardigna.

Un giorno venne dal mare un vecchio viaggiatore. Si diceva fosse molto furbo e avesse visto con i propri occhi le Porte che separano il Noto e l'Ignoto. Di sicuro aveva girato tutti gli angoli del Mondo conosciuto e sapeva molte cose. “Se volete trovare i tesori nascosti dalle fate, – andava dicendo – dovete farle avvicinare da una coppia di bambini. Solo gli innocenti possono vedere le Janas!”.
Gli uomini si fecero suggestionare e convincere dalle parole del vecchio forestiero e così fecero. Prepararono un bambino e una bambina e li accompagnarono al limitare del bosco con un agnellino e una capretta. Dissero loro: “Se viene una bella signora non vi spaventate. Solo, offritele la capretta e l'agnellino e chiedete che vi doni il suo telaio d'oro”.

Venne una Jana, con il suo cagnetto. Ma questo non abbaiò tre volte, come al solito. Prese a scodinzolare e a giocare con i bimbi. Incuriosita la Jana si avvicinò e, con una breve risata, lieta come il tintinnio di un campanellino, accolse i doni. Poi portò i bambini con sé nel bosco, giocò con loro, diede da bere acqua freschissima delle fonti e da mangiare piccoli dolci di pasta ricamata con il cuore di mandorla e miele. La sera raccontò storie mai udite e la notte, al chiarore della Luna, cantò la Ninnananna più dolce e più lieve che una voce di donna potesse mai aver cantato.
La Jana guardava i bimbi con occhi amorevoli: avrebbe voluto tenerli con sé, ma pensò che non poteva far questo agli uomini. Così, all'alba del giorno seguente, li accompagnò dove finisce il bosco. I bambini chiesero in dono il telaio d'oro.
“Non vi darò il telaio, nelle mani degli uomini diventerebbe di legno, – disse la Jana – ma ho preparato dei doni per voi!”.
Diede loro una stoffa ricamata, preziosa come l'oro e fine come la tela di un ragno, e un sacchetto pieno di monete tintinnanti. Li salutò con un bacio di rugiada sulla fronte e con un bianco sorriso di luna. E li lasciò andare.

I bambini avevano fatto solo pochi passi.
Un cagnetto abbaiò. Abbaiò tre volte. Felici, si voltarono insieme, per salutare una volta ancora la bella signora. Ma c'era solo il bosco, là dietro. Cercarono a lungo con i loro occhietti curiosi tra l'intrico dei rami, ma non riuscirono a scorgere nessuno.
Tintinnava, intanto, nel vento, una risata lieve come un campanellino.

Da quel giorno, mai più nessuno, vide le Janas.

La tradizione sarda è ricca di racconti sulle fate, Janas e Fadas. In essa è comune ritrovare contatti tra il mondo fantastico e gli uomini, quasi fossero due realtà parallele, che si sfiorano, convivono, ma la cui interazione è limitata, come guardarsi dal buco della serratura o salutarsi da una rete... Una cosa è certa: questa modernità e il mondo fantastico sembrano lontani. Si cercano, forse, ma non si trovano. E, quando l'innocenza è perduta, le Janas sanno aspettare senza smettere di tessere bellezza per il mondo. Al reale, invece, rimane scegliere la via e domandarsi se l'innocenza, recuperata, possa essere ancora una via percorribile per un mondo migliore, dove chi è cieco vede, chi è muto canta e chi è zoppo possa danzare insieme agli altri nel grande cerchio della Vita!

domenica 11 settembre 2016

Stiletto Sport - il calcio visto dai tacchi a spillo

Proemio


Siamo tornati. Anzi, siAmo tornati, come abbiamo detto, ripetuto e scritto in tutti i luoghi, in tutti i monti e in tutti i laghi. Siamo tornati e siamo sempre noi, che felicità, quanto amore!
Cuoricini rossoblù, quante meraviglie e quante novità ci sono da raccontare, quante gioie, quante soddisfazioni, tutto questo per un punto in due partite, direbbe qualche cugurrina rediviva. Il calcio, ricordatevi sempre, è degli sfigati replico io, e quest’anno per noi piccoli romantici orgogliosi della propria sudatissima sfiga arriveranno tante, piccole gioie, incantevoli come il testolino duro di Sau che svetta su un muro di mastodonti.
In questo primo numero dello stiletto ho deciso di non procedere alla cronaca delle prime due giornate di campionato, che avrete già letto e riletto, ma ho ritenuto più utile analizzare alcuni punti fondamentali che ci possano aiutare a capire meglio, e quindi a sbarcare, il campionato appena iniziato.
1 I nuovi arrivati dalla Juventus: Isla e Padoin, ottimi giocatori di sostanza ed esperienza. Il loro apporto nel rendere la squadra solida e compatta è innegabile, ma c’è una cosa da fare al più presto per far crollare drasticamente il rischio di prendere gol. Bisogna spiegare, subito immediatamente, a Isla che non è più alla Juventus. Glielo dite con calma e poi vi assicurate che l’abbia capito e che se lo ricordi sempre. Per esempio potrebbe, come esercizio, scrivere cento volte nelle pareti degli spogliatoi “Io sono rossoblù, se mimo un fallo sono nella cacca, se lo faccio sono espulso, se lo faccio dalla tre quarti in su è rigore. E se lo ricevo? Chiedi a Barella, chiedi a Sau. Se mi spezzano una gamba? Chiedi a Dessena.”. Così quando entrano negli spogliatoi ripassano anche Padoin, Storari, e tutti quelli a cui servisse.
n.b. Mister Isla, mister Pado, ragazzi tutti, badate bene che non vi ho detto di non fare falli. A noi i cartellini piacciono, Conti non uscirà mai dal nostro cuore. Però vogliamo qualità: basta con i rigorini da fighette al sesto minuto, noi vi vogliamo vedere con una tibia tra i denti, o partendone gente di testa alla Larry. Noi vogliamo consapevoli tacchetti sui denti, non tiratine di maglietta da compagni di banco. Non vogliamo proteste contro la terna, quaterna o cinquina, noi vogliamo che l’albero genealogico della giacchetta fluo scenda sulle ramificazioni del palco arbitrale e lo addobbi come un alberello di Natale. Imparate dai nostri Daniele capitani Conti e Dessena. Ma anche da Lopez e Abejon. Uno di noi, siate uno di noi! E al mio tre scatenate l’inferno!
2 Come diventare un mito indiscusso per un popolo intero in cinque minuti: Bruno Alves. Una prenda ‘e oro, tecnica e potenza, piace agli uomini perché è un duro e alle donne perché è bello. A me per tutte e due le cose, a nonna Nenna e Violet ancora di più. Portoghese di origini brasiliane, in realtà se lo guardi bene ha la faccia da Casteddaio verace e il colorito di un unto del Poetto: uno di noi prima ancora di saperlo!
 Bruno è uno che se lo incontri da Mariuccia mentre fa colazione, gli dai un pallone e gli dici “senti, c’è un gatto che prende il sole in via Risorgimento 37, è bravissimo di testa” lui esce un attimo e gli passa un pallone millimetrico, morbido morbido e il gatto la piazza dritta nella cuccia del doberman del vicino, che neanche se ne accorge. Poi torna dentro, si accorge che uno brutto con la maglia del Napoli mi ha rubato il cornetto alla crema e gli fa cadere i denti con lo sguardo. Infine, per assicurarsi che non lo farà mai più, gli spezza le braccine. Io Bruno me lo immagino così, un cavaliere errante, un eroe.
3 Punto tre, come i tre Marco, la nostra carta vincente dell’anno. L’idea di Violet è: “facciamo una squadra tutti di Marchi e un Marcantonio!” laddove il Marcantonio è Bruno, ovviamente.  Per le cugurre la questione si può riassumere con Marco “chi mi paridi Saponetta Fiori”, Marco “ma se non c’è Belen allo stadio cosa l’abbiamo comprato a fare”, Marco “cussu paccu ‘e Sau”. Per noi la questione è ben più interessante e positiva e la riassumerei così.
Marcone: posto che il paragone con saponettino mio non è un difetto ma un onore, Marcone Storari vale doppio in campo: fa da portiere, peraltro bravo, e da caricatore di agonismo, che ci serve ancor più di un portiere. Come esulta lui esulta solo Peter Pan con i bimbi sperduti, ha una voglia di vincere che se la contagia a tutto lo stadio, dagli spogliatoi alla curva, dai magazzinieri ai fenicotteri che sorvolano il campo per guardare la partita, non ci manca niente per essere felici.
Marcolino: non capisco perché si stenta sempre a riconoscerne il valore, io lo trovo una meraviglia. Lui gioca, è generoso ma sa prendersi la responsabilità di tirare in porta. Di sbagliare a volte. Altre di fare i miracoli con quel piedino d’oro che si ritrova. Quest’anno ha deciso di mostrare che anche il suo testolino non è male, sembra di vedere Zola! Se solo gli si lasciasse il tempo di provare a fare una doppietta…
Marco: devo ammettere che io ero piuttosto scettica, ma per ora mi pento e gioisco dei miei errori di valutazione. Il suo incontro calcistico con Sau sta contribuendo positivamente all’entropia universale. Nonna Nenna, quando ha appreso nel dettaglio la carriera di Borriello ha detto: “se segna almeno un gol a ogni ex vinciamo il campionato!”. Magari è troppo… ma… schhhhhhhhh!!! Tacciamo e non mettiamo limiti alla provvidenza.
4: le scelte tattiche. Dall’osservazione attenta dello scorso campionato e di queste prime giornate del nuovo e dalle importanti disquisizioni con Violet siamo giunte a formulare un piccolo e semplice consiglio per Rastelli: NON PROVARE MAI PIU’ A TENERE IL RISULTATO!!! DOBBIAMO FARE ANCORA UN GOL! Quindi se ci troviamo in vantaggio pensiamo sempre al raddoppio, non a togliere Sau di corsa. Sempre al raddoppio, sempre. E ripassiamo la tabellina del 2 per essere certi di sapere com’è fatto un raddoppio.
5: I mincidissi. Ne ho individuato due, Barella e Giannetti, più un mincidisso alternativo: Murru. Se pensate di scatenare l’inferno e non avete un mincidisso non siete nessuno, sappiatelo!
6: le cugurre. Ricordiamo che sono tra noi: se le conosci non ti uccidono.
7: il Tonara. Inizia anche quest’anno con il derby in coppa Italia, domina la partita e vince per 2-1. Il primo round è andato, avanti così!
8: come l’8 sulla maglia di Nenè. Se qualcosa si dovesse inceppare, se arrivassero momenti di crisi, se dovesse all’improvviso mancare il gioco… pensiamo intensamente alla mitologica cavalcata di Nenè a Roma. Lui che corre e tutti i giocatori della Roma che a turno gli cadono ai piedi. Oronzo Pugliese che lo insegue a bordo campo provando a distrarlo, a dirottarlo. L’azione più famosa di Nenè non si conclude con un gol, ma con
l’appoggio perfetto per Riva. Ecco, quando arriveranno i momenti brutti, pensiamo tutti insieme a che cos’è una squadra, a che meravigliosa poesia è il calcio. Giochiamo e sorridiamo, in campo e sugli spalti, e le stelle ci sorrideranno!
E adesso tutti ai posti di combattimento, che inizia la partita!






giovedì 4 agosto 2016

I Monti Pallidi


Tanto tempo fa esisteva sulle Montagne Dolomitiche un Antico Regno di pace e d'amore. Le valli del Regno erano ricoperte di prati verdi, punteggiati di fiori dai mille colori. Le pendici dei monti erano ricche di boschi freschi e ombrosi. Le conche invitavano il Cielo a specchiarsi nei laghetti, limpidi e trasparenti come il brillante più puro. A quel tempo le rocce delle Montagne Dolomitiche avevano lo stesso colore di quelle delle Alpi e il popolo dell'Antico Regno viveva  felice attorno al proprio Sovrano. Chiunque fosse passato di là avrebbe potuto respirare un'atmosfera lieta e accogliente, ricca di serenità e bellezza. Era un luogo magico!
Il Re abitava in un grande Castello insieme al Principe, suo unico figlio, sposo novello. Il giovane si era innamorato follemente della figlia della Luna e la fanciulla di lui: presto si erano sposati e stabiliti nell'Antico Regno. La Principessa amava quei luoghi profondamente, specialmente i boschi: da lungo tempo li percorreva sulle ali della Notte, quando la Luna, sua madre, splendeva piena e regale, riempiendo del proprio chiarore le radure e giocando a nascondino con le lucciole e le altre piccole vite notturne del bosco. Ma una cosa è amare e visitare un luogo, altra è lasciare il proprio mondo per venire a vivere quaggiù! La fanciulla si ammalò di nostalgia: la luce del sole era accecante durante il giorno e non le dava pace; poteva vedere il volto pieno della madre solo una notte al mese e il sorriso della Luna le mancava moltissimo. Amava il Principe, di un amore pieno e vivo, ma ogni giorno diventava più pallida e triste. Così tornò da sua madre: come ai tempi del loro breve fidanzamento, il Principe e la Principessa si incontravano nel bosco solo nelle notti di Luna Piena.
Non era una buona soluzione. Scese la mestizia nel cuore del Principe e contagiò tutto il popolo dell'Antico Regno. Il giovane ormai vagava per il bosco, dove ogni radura, ogni gioco di luce ed ombre, gli ricordava il sorriso della Principessa. Ma si sentiva solo, perché la Sposa era perduta e lontana!
Un bel giorno, però, fece un incontro particolare che si rivelò provvidenziale per la vita di tutto il Regno, per il suo popolo e le sue montagne. Passava nel bosco a quel tempo il Popolo dei Salvàns, guidato dal proprio Re. Piccoli come gli gnomi, operosi come i folletti, i Salvàns erano alla ricerca di una Terra dove stabilirsi. Fu stretto un patto tra l'Antico Regno delle Dolomiti e il Popolo dei Salvàns: le Montagne avrebbero assunto un aspetto nuovo, più adatto perché la Figlia della Luna potesse trovare dimora sulla Terra e, in cambio, i Salvàns avrebbero fatto di quei boschi ospitali la loro casa per sempre.
Quella notte ci fu un gran lavorio sulle Dolomiti: piccole mani veloci filaronono instancabilmente ogni singolo raggio di luce lunare e il ticchettio dei telai, che tessevano una splendida veste, bianca e luminosa, per le Montagne, riempì tutti i boschi, le valli e le contrade dell'Antico Regno.
Da quel giorno molte cose cambiarono: le Dolomiti divennero i Monti Pallidi che ancora oggi possiamo ammirare; il Principe dell'Antico Regno e la Figlia della Luna si ritrovarono e vissero felici e contenti, mai più divisi, la storia d'amore più lunga e perfetta di tutti i tempi e di tutti i luoghi; i Salvàns trovarono finalmente, dopo un lungo peregrinare, una patria accogliente dove abitare.

Così vi raccomando, se passate di là, sollevate gli occhi alle pallide rocce delle Dolomiti e pensate che esse sono una casa bianca e accogliente, come quella che solo un grande amore e un lungo viaggio possono creare nel buio operoso di una notte.
Così vi prego, se attraversate quei boschi, fatelo con passo leggero, abbassate la voce e lasciate, qua e là, semplici e umili omaggi per il Piccolo Popolo che, ancora oggi, lì vive.


Questa storia è liberamente tratta e adattata da una antica leggenda ladina delle valli dolomitiche: "i Monti Pallidi".

lunedì 25 luglio 2016

Operazione Rosso Trasparente

Mi sono accorta ieri di non essere l'unica Red nei dintorni.
Ho visto infatti che Red è anche la firma di diversi post di una pagina Facebook molto popolare che si occupa di archeologia sarda e di un sito cagliaritano di informazione.
Quindi, per non alimentare possibili equivoci, voglio sottolineare che io uso lo pseudonimo Red solo ed esclusivamente su La Rassegna Stronza, dal 21 luglio 2011.
Che poi, più che uno pseudonimo è un gioco, visto che il mio nome, Valentina Basciu, è noto a tutti, o quasi, i nostri venticinque lettori.

giovedì 21 luglio 2016

Quinto Genetliaco Stronzo

Mentre si conclude il Quinto Genetliaco di questo nostro piccolo blog, Red e Violet vogliono ringraziare tutte e tutti coloro che gli hanno dato vita, gli hanno regalato tempo, creatività ed anima in questi anni: per periodi più lunghi o anche solo per pochi mesi, non è importante, perché ciò che è essenziale è il cuore... la piccola o grande scia colorata che si lascia
Grazie a Pink, che insieme a Red ha incominciato questa avventura!
Grazie a Black, a Cyan, a Green, a White e a Rainbow
Grazie a Paul Blau Vierzig
Grazie a Nicola Pisano per il logo e tante delle nostre illustrazioni
Grazie a tutti coloro che ci hanno regalato storie, poesie, foto...
A chi ha ospitato i nostri eventi dal vivo
A Tonara e al Tonara
A chi ci segue e legge e non ci fa mancare il suo affetto
Grazie
Red e Violet

mercoledì 15 giugno 2016

Il Canto

Io sento il tuo canto
Di fronte al tramonto
Anche quando è lontano
Disperso nel vento

Io sento il tuo canto
Di fronte al tramonto
Anche quando lontano
Non lo intoni più
Non lo senti più

Io intono il mio canto
Di fronte al tramonto
E lo accordo a quello
Degli uccelli del cielo
Lo accordo al mare
Che accarezza la riva
Lo accordo al respiro
Che sale dal bosco

Gli do ritmo dell'onda
Nei campi di grano
Del piegarsi di un pino
Dove più tira il vento
Gli do ritmo di Luna
Che danza nel cielo
E del carro di stelle
Che fa le stagioni

Ora tutto si ferma
È silenzio nel mare
Per un attimo tace
Anche il ritmo del cuore
Apro gli occhi
Li allungo sull'orizzonte
Nell'attesa ritrovo
La pace e il respiro

C'è una linea sottile
E la guardo salire
Dove nasce ogni giorno
Dove stanco poi muore
Dove nasce la notte
Che rincorre il mattino
Dove ogni vagito
S'intona col Primo

Sarà là che in un tempo
Non troppo lontano
Il mio canto potrà
Fare danza col tuo

Ed è là che ti aspetto
Di fronte al tramonto
Dove sento il tuo canto
Dove intono il mio canto

Solo se ascolto il Canto

lunedì 6 giugno 2016

Il Regno della Perfezione

Immagine da Web

   In un tempo lontano, in un castello del Grande Nord, viveva un Re che aveva dodici figliole. Si racconta che la Regina fosse bellissima, la Bellezza in persona, scesa a visitare il Mondo: ma questa visita era stata davvero molto breve e la Regina era tornata al Regno della Perfezione, a cui apparteneva, poco tempo dopo aver dato alla luce l'ultima delle sue bambine. Le Principesse erano belle come il Sole, perché conservavano ciascuna un raggio di Bellezza della loro amata Mamma.

Il Re era rimasto molto rattristato dalla perdita della sua sposa e aveva paura che potesse accadere qualcosa di brutto alle sue figliole, così aveva ordinato che le Principesse non abbandonassero mai il castello, né giorno né notte, e che non praticassero le tre Arti della perfezione, la Danza, il Canto e la Musica. Le fanciulle, oltre che belle, erano sagge e prudenti: obbedienti, rispettavano del tutto il volere del padre.

La vita procedeva tranquilla, se non fosse per un unico piccolo particolare: ogni mattina le fanciulle avevano bisogno di un paio di scarpe nuove, perché durante la notte, misteriosamente, le scarpe che avevano indossato il giorno precedente si consumavano. Il Re si insospettì e, all'insaputa delle figlie, decise di scoprire cosa facessero e dove andassero, ogni notte, le Principesse. Chiamò i più valorosi Cavalieri del Regno e affidò loro questo incarico: “Scoprite perché e come le mie figliole ogni notte consumano un paio di scarpette nuove! Chi di voi lo farà, potrà scegliere in sposa la Principessa che preferisce e diventerà mio erede”.
Passò molto tempo, ma nessuno dei Cavalieri riuscì a venire a capo dell'arcano. Allora si offrì di provarci un povero sguattero che viveva e lavorava nelle cucine del castello. Ben presto, però, si accorse di non sapere come portare a compimento l'impresa e si convinse che il Re l'avrebbe messo a morte. Così se ne stava davanti al focolare, immerso nei più cupi pensieri quando, in un rivolo di fumo, apparve una vecchia: “Prendi il berretto-non-ti-vedo, con questo potrai scoprire tutto ciò che vorrai”, gli disse. Pronunciate queste parole, la vecchia sparì.
Vicino al focolare, rimase un berretto rosso e il giovane decise di provarlo quella notte stessa. Mentre il Re e le Principesse erano a tavola, per la cena, infilò il berretto, sgattaiolò senza esser visto nella stanza delle fanciulle e si mise in attesa. Arrivò la notte, le fanciulle andarono a letto e spensero le candele. Non accadde niente fino a che il castello fu immerso nel più grande buio e nel più completo silenzio e in esso si fu perso anche l'ultimo dei dodici ritocchi della mezzanotte.
Allora la più giovane delle Principesse accese un lume, si alzò e svegliò le sorelle. Insieme spostarono i letti e nella parete si aprì un passaggio, dove si infilarono leste, con lo sguattero che indossava il berretto-non-ti-vedo dietro di loro. Alla Principessa più giovane sembrò che qualcuno pestasse l'orlo del suo lungo vestito e lo disse alle sorelle. Ma esse proseguirono senza pensarci.
Scesero e scesero, che quanti gradini scesero dirvi non so. Arrivarono ad un boschetto dove crescevano dei fiorellini d'oro. Lo sguattero colse un fiorellino d'oro e tutto il boschetto rumoreggiò e mormorò. La più giovane delle Principesse lo udì e lo disse alle sorelle. Ma esse proseguirono senza pensarci.
Andarono e andarono, che per quanto tempo camminarono dirvi non so. Arrivarono al Palazzo dello Zar Appassionato. Là c'era una grande festa con Musica, Danza e Canti. Alcune delle Principesse si misero a suonare come se le loro note potessero arrivare fino al Regno della Perfezione. Altre iniziarono a cantare come usignoli e la loro voce raggiunse altezze così vertiginose che sembrava potessero sfiorare il Regno della Perfezione. Le ultime si misero a danzare e i loro passi leggeri presero ali come se fossero capaci di arrivare al Regno della Perfezione.
All'alba la festa finì e le Principesse corsero a casa e si infilarono dentro i propri letti appena in tempo per essere svegliate dalle ancelle, come ogni mattina.

Lo sguattero chiese udienza al Re e raccontò ciò che aveva scoperto. Allora il sovrano fece chiamare le dodici figliole e le interrogò sul perché la notte andassero nel Regno Sotterraneo dello Zar Appassionato. Le fanciulle negarono tutto, ma lo sguattero aveva una prova: il fiorellino d'oro del boschetto! Il Re tuonò le sue sentenze: il passaggio segreto nella stanza delle Principesse fu chiuso, lo sguattero fu fatto Primo Cavaliere del Regno e scelse come sposa la più giovane delle Principesse.

Non so dirvi come finì la storia, se il Cavaliere e la Principessa convolarono a giuste nozze e vissero felici e contenti come nelle migliori favole, perché del castello del Grande Nord, del Re e delle sue dodici figliole s'è persa memoria.

Ma le antiche tradizioni ci raccontano che la Bellezza perfetta, prima o poi, fa ritorno al Regno della Perfezione, perché il Canto la chiama, la Musica l'accompagna e la Danza la conduce.
E il Regno Sotterraneo, le cui porte si chiudono e si riaprono, chissà come, chissà quando e chissà dove, ne mantiene memoria e la trasmette a chi sa essere Appassionato come il suo Zar.
Ecco perché io credo che andò come ora vi racconterò.

La Principessa pianse e pianse, perché non voleva andare in sposa alla sguattero divenuto Cavaliere. Non so dirvi quanto pianse, ma pianse tanto che il pianto, ad un tratto, spense il raggio di bellezza che aveva ereditato dall'amata Mamma. Il Re non si lasciò muovere a compassione e, adirato con le figliole per la loro disobbedienza, ordinò le nozze ed esse furono celebrate con grande sfarzo.
Passò del tempo, fu poco o fu tanto dirvi non so, ma un bel giorno la Principessa cominciò ad andar scalza e mai più mise le scarpe in vita sua. Da allora, pian piano, un raggio di Sole tornò ad illuminare il suo viso, e ogni giorno la sua bellezza diventava più perfetta.
Vissero insieme a lungo i due sposi, ma quanto a lungo dirvi non so. Però so che la Principessa non seppe mai del berretto-non-ti-vedo e il Cavaliere, un bel giorno, si svegliò e non la trovò.
E ancora oggi ne ignora il perché.

Questa storia è liberamente tratta e adattata da una favola russa tradizionale: Le Danze notturne.



giovedì 19 maggio 2016

Stiletto sport - il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica dei Santi in Paradiso (o dell’inno a Casteddu)
 

Casteddu è un’incantevole città del sud Sardegna, posta a controllo di un ampio golfo ricco di approdi e per questo meta, dalla remota antichità, dei più strambi e coloriti personaggi che si possano immaginare. Tra loro come non menzionare Fenici, Cartaginesi, Romani, Pisani, Spagnoli, Gobbi, Interisti, Savoia, Milanisti? Nonostante ciò, i Casteddai da almeno 8000 anni vanno avanti tranquilli e serafici, armati di un bicchiere di vino bianco da consumarsi vista mare, grazie al prezioso aiuto di due potenti alleati: Efis e il Maestrale. La storia ci racconta di come la loro inscindibile alleanza già salvò la città da terribili eventi, quali lo sbarco di quel nanerottolo arrogante di Napoleone e altre simpatiche amenità. Bene, da oggi, anzi, da sabato, alla serie si unisce la grande Promozione del 2016.
Abbiamo già detto di come Efis abbia evitato la matematica risalita in A alla vigilia della sua festa. Qualcuno si è anche arrabbiato per questo, ma in fondo qui a Casteddu lo sapevamo tutti che non si poteva spostare la festa nazionale e che un paio di bottiglie di Ichnusa abbandonate in piazza Yenne, che normalmente possono passare come parte integrante dell’arredo urbano, alla vigilia dell’evento cittadino più in mondovisione dell’anno, sarebbero state punite col sangue. 
E poi è uno di noi, Efis, come solo gli immigrati sanno essere, come Gigi Riva, per dirne uno. Quando, dopo il martirio, ha bussato in Paradiso, san Pietro gli ha aperto e gli ha detto: “Fai come fossi a casa tua”. Lui non se l’è fatto ripetere due volte, si è preso un bicchierino di vino bianco, si è trovato una nuvoletta con vista sul Golfo e si è messo tranquillo a prendere il sole. 
Quante volte avrà festeggiato con noi dalla sua casa nel cuore di Stampace, a un passo da piazza Yenne! Da lì può sentire i clacson, le grida, i canti. Può partecipare alla festa con i suoi amati concittadini. Ma secondo voi? Va a Pula una volta all’anno e su Casteddu sale in A all’ora che lui deve uscire? Ma voi ve lo vedete uno che scaccia la peste e respinge i Francesi che rinuncia alla festa del decennio per le lagne di quattro tifosi spazientiti? Ci vuole pazienza, ragazzi, la pazienza del vino bianco davanti al mare, ad aspettare che il tramonto arrivi e finisca. Ci vuole pazienza, se vogliamo essere sardi, e ci vuol fede: Efis non ci ha mai tradito!
E da brava gente di fede, segni inequivocabili della riscossa incipiente ci si palesano in una uggiosa mattina in via Dante: segni belli come il sole e scuri come la notte. Ma non diciamo niente, perché infrangere la regola numero uno del tifoso, la regola del silenzio (sempre ve lo devo ricordare?), potrebbe avere effetti catastrofici.
La partita del destino arriva venerdì sera a Bari, al san Nicola. San Nicola, brav’uomo, che porta i regali ai bambini buoni e noi, lo sapete, siamo buonissimi! Sant’Efisi si sfrega ancora le mani al ricordo dell’ultimo regalo che la Bari ci fece: era il 1970. E allora andiamo, bei ragazzoni rossoblù, e comportiamoci bene ché se saremo buoni avremo un bel regalo!
Alle 20,30 si parte, con il boccone in bocca e una valigia da fare: per una volta che dobbiamo lasciare Casteddu il Cagliari sale in serie A? Per fortuna non siamo fisimose come Efisi, altrimenti un’altra settimana vi toccava aspettare!
Il fischio iniziale ci coglie che ancora siamo tutti seduti a tavola, per i primi venti minuti il grido è solo uno: “itt’e Micai?”. La svolta viene quando Violet si alza repente dicendo: "Devo andare via, altrimenti questi qua non segnano!”. Il gol la coglie al penultimo gradino delle scale di casa: Joaooooooo Peeeedroooooooo!!! Ma non basta, Red la raggiunge a breve con la radio spianata e le due poverette provano a preparare le valigie per il loro lungo viaggio. Ora, vedete un po’ voi se è facile pensare alla conta delle mutande mentre ci si gioca la serie A, soprattutto se ad ogni break pubblicitario Zola segna di testa contro la Juventus. Una sincope ogni volta. Il raddoppio arriva durante la ricerca dei calzini, al quarto minuto della ripresa: nel festeggiare invitiamo le cugurre a intraprendere subito un volo verso un paese a tutti noto: Quel. La partita si rilassa, i nostri controllano, noi non ci rilassiamo mancu po brulla, soprattutto perché uno, brutto e barese, si mette in testa che deve tirare in porta. Quando prende il palo non vi dico cosa fa Efis in Paradiso. Storari respinge il tiro successivo come il maestrale le bombe delle navi francesi… non vi ricorda nulla il capello lungo con pizzetto del nostro portierone? Sicuri che la devozione al Gloriosu Martiri non c’entra nulla?
Al quarantunesimo del secondo tempo Vittorio Sanna dà la linea alla pubblicità. Come al solito un grido: Gooooooooooooooolllllllllll!!!! Violet, stremata dopo il ventesimo gol di Zola, dice: “e basta con questi gol, io sono concentrata!”. Io, incerta, con una grazia che mi fa sembrare lei, le sussurro: no, questo è vero… Ha detto Cerri!!!
E sì, signori, è proprio vero: tre a zero e Casteddu in serie A!
Si scatena la festa, Efisi dalla sua chiesetta stampacina se la gode alla grande, noi finiamo i preparativi cantando, infilo la maglia del Cagliari in valigia, ma quando arriviamo a Elmas è mattina e sembra che nella notte non sia successo niente. Sembra, perché ci siamo noi a ricordarlo! 
Serie A! Serie A! Ce ne andiamo ce ne andiamo ce ne andiamo in serie A! Ad libitum... 
Al bar, in fila al gate, in volo sul mare, sul pullman per Torino, in treno, sui monti della val Gobba… tutto sembra rossoblù.
Ma non ci basta ancora, perché piove e Carlo Felice ha su solo un pareo, nemmeno fosse agosto e stesse andando a prendersi un’Ichnusa alle Palmette, mentre invece fa ancora unu frius’e galera. Ci vuole di più, assolutamente di più.
Lo sappiamo noi, lo sa il generale Millelire, lo sanno i francesi: quando c’è da potenziare il potere del nostro valente Santo guerriero è necessario il suo fido scudiero, il Maestrale.
Sabato pomeriggio inizia a soffiare, le nuvole si mettono in moto. Quando arriva ha superato la Francia continentale e ha respirato il profumo della lavanda in Provenza. Si è riempito gli occhi del mare e delle aspre montagne corse, è entrato in Sardegna dai bastioni di Alghero, ha picchiato alle porte del Limbara e del Gennargentu, ha giocato con le onde a san Giovanni di Sinis, ha preteso l’inchino del grano d’oro del Campidano e quando dalla vecchia ferrovia, tra Donori e Settimo, ha visto il Golfo degli Angeli, ha guardato Casteddu e le sue torri bianche di calcare, e si è come ubriacato. Arriva ebbro a Cagliari, il maestrale. Ubriaco del viaggio che ha fatto e ubriaco della meta. Brinda prima di tuffarsi ancora in mare per ascoltare le storie dell’Africa. Arriva ciucco marcio, e ci ubriaca tutti.
Così, mentre arrivava il Maestrale, ci è venuto fuori un tre a zero che è stato come un brindisi lungo novanta minuti, con lo stadio, con le curve, con il vento e con i colori. Salamon, Giannetti, Sau e un brindisi al capitano in campo, agli spogliatoi, al primo posto in classifica riacciuffato. E poi fuori, dallo stadio fino a piazza Yenne, e in ogni angolo di città. 
Casteddu era ebbra di gioia, così felice e su di giri che ogni cosa tamburellava al ritmo di una semplice battuta musicale in quattro quarti da suonare con il clacson, tamburellare con le dita sul tavolo, con il tacco sull’asfalto, da scandire col battito delle mani: ogni cosa può dire “Forza Cagliari”. 
Mentre Red, attraversando la città salutava decine di sconosciuti al grido di “forza Casteddu”, Violet, raggiungendola, festeggiava sull’M con un giovin signore, giusto un po’ su di giri per il maestrale e per la gioia: “Onore ai diffidati! Su le mani! Lei signora, lo sa dove siamo? Siamo in serie AAAA!!!!”. Ma la signora, razza di cugurra travestita da gentildonna ardiva replicare: “Questo è tutto da vedere!”. Al che Violet: “e no, signora, qui si sbaglia: è matematica, e siamo anche i primi in classifica!”. E fu così che la nostra Violet conquistò l’onorevole cuore dei nostri diffidati.
E così via, tra cori, bandiere e sorrisi, con il maestrale che faceva volare tutto e lentamente scopriva il cielo. 
Sembrava tutto così bello che domenica mattina si temeva di aver sognato.
Allora siamo andate a fare una passeggiata per vedere se era vero e sì, lo era.
Cagliari splendida e assolata, spettinata e raggiante. Carlo felice vestito di tutto punto, con tanto di cappello da grande puffo rossoblù. Le strade piene di gente e sant’Efisi trionfante che si sfregava le mani soddisfatto dicendo: “Ma siete sicuri sicuri che tutta questa gente è in giro per i Monumenti Aperti? Vuoi mettere 360 edizioni contro 20? Ma ba’!!! Il primo maggio sì, era tutto per me, ma oggi… naaaa! Stanno festeggiando tutti su Casteddu! Un capolavoro, ho fatto!”

E giù un bicchierino di vino bianco, guardando il Golfo e prendendo il sole al fresco del maestrale.

lunedì 16 maggio 2016

Le Fate del Sole



È giunto il Vento.
E mi trovo a volare leggera sulle sue ali. Volteggio, della Danza eterna. Mi lascio trasportare, chissà dove, separata dalle mie sorelle a cui stringevo forte le mani fino a poco fa.
È giunto il Vento.
È amico il vento in quest'Isola di Smeraldo, porta il profumo dell'Oceano. Lo diffonde, lascia che intrida ogni cosa: è salsa la terra e l'aria, la spiaggia e la brughiera, i prati e le pietre.
È giunto il Vento.
Reca mille voci. Parla molti linguaggi. Parla e racconta. Dell'oggi e di tempi lontani. Del perdersi l'uno negli altri e del ritrovarsi vicini, a guardarsi negli occhi e sfiorarsi, come uno specchio dell'Ora che rende presente l'Allora che fu.
È giunto il Vento.
E racconta. Racconta di quando i Folletti, gli Elfi e le Fate del Sole correvano liberi tra queste lande, non temendo i passi grevi dell'uomo e i suoi rozzi calzari. Racconta la fuga degli Elfi nei boschi più fitti. Racconta di come i Folletti cercarono rifugio nel ventre della Terra.
È giunto il Vento.
Se annusi a fondo, puoi sentire ancora il gusto acido della paura che attanagliò le Fate del Sole quando scoprirono di essere rimaste sole a danzare sui prati, a correre leggere sulle contrade ormai battute dagli uomini. Vivevano di Luce, le sorelline, di Luce, d'aria e di Vento, non potevano seguire gli Elfi e i Folletti.
È giunto il Vento.
Se tendi l'orecchio porta il pianto accorato di mille e mille Fate, ferite sotto le suole pesanti delle scarpe degli uomini. Porta le voci sottili e i richiami delle Fate Anziane che radunarono l'Assemblea nella grande Radura. Porta il battito all'unisono del cuore delle Fate, quando decidemmo di non abbandonare la nostra Terra, l'Isola di Smeraldo, perché la Madre ce l'aveva affidata, e siamo Figlie fedeli!
È giunto il Vento.
E, ogni volta che giunge, danziamo nei campi, Fate del Sole. Il nostro Spirito abita il più umile tra tutti i fiori, il Tarassaco dalla gialla corolla. Per questo, se lo calpesti, torna subito ritto: perché il cuore delle Fate è indomito e nessuno potrà spezzarlo e interrompere la Danza della Vita.
È giunto il Vento.
Noi Fate bambine, a primavera, vestiamo gonne leggere. Sono fili di libertà e d'amore che le Fate Madrine hanno ricamato di trasparenza di Cielo. Ci stringiamo, ci teniamo la mano. Finché viene il Vento dell'Oceano e ci porta a danzare con sé.
E sarà danza di Vita, trovare una contrada da chiamare Casa. E sarà danza di Piccola Morte, posare il capo sull'umida Terra e abbandonarsi al sonno nel canto del suo grembo. E sarà danza di Rinascita, aprire gli occhi un giorno, gialla corolla di fronte al Sole, a danzare in un prato verde, baciato dalla rugiada, la vita che non muore.

Il tarassaco, o dente di leone, nelle credenze popolari europee è definito un fiore magico e soprannaturale grazie alla sua tenace sopravvivenza. Una leggenda irlandese racconta come, quando l'uomo popolò l'isola, che fino ad allora era stata abitata da gnomi, fate, folletti ed elfi, le fate si rifugiarono nella sua corolla color del sole per non essere calpestate dai nuovi abitanti, molto più grandi di loro e soprattutto non dotati della facoltà di percepire la presenza di forme di vita diverse dalla propria. Da questo, prende avvio, il breve racconto che si libra nel vento come i semi di un Soffione.

venerdì 6 maggio 2016

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica degli sfigati


A volte mi capita che qualche superficiale conoscente si stupisca della mia incontenibile passione per il calcio. Stolto! Non pago dello stupore a volte mi capita che provi a redimermi con i soliti, giusti per carità, discorsi sull’immoralità di certi stipendi, sulla corruzione, gli interessi, l’inconsistenza, gli eccessi dei tifosi… Ma io se penso al calcio penso ad altro, vedo tutt’altra cosa.
Se penso al calcio penso ai ragazzini. Penso a scene tipo… 
“Eh, mi hanno cambiato di banco perché i professori volevano che socializzassimo tra ragazzi e ragazze. Io ho avuto culo, mi hanno messo con lei ed ero troppo contento e quando è arrivata a scuola io sono corso a dirglielo! Eh… però lei si è arrabbiata e mi ha detto che con me non ci vuole stare e che sono antipatico. Oh, ci sono rimasto malissimo, non è giusto… Però… oh, ho il pallone nello zaino, giochiamo a calcio?”. 
Come si può non amare una cosa così, che fa tornare il sorriso nel pieno della prima delusione d’amore della vita di un quindicenne? Il calcio è questo, un sorriso nella sfiga, e per questo, per godere davvero delle vittorie bisogna aspettarle, desiderarle, sfiorarle, lasciarsele scivolare via, prima di afferlarle e stringerle forte. Insomma, i veri eroi del calcio, che giochino o tifino, sono un po’ sfigati. Finché non vincono. E allora non ce n’è per nessuno, neanche per la bella della classe.
E siccome noi un po’ sfigate lo siamo, abbiamo aspettato sabato come se fosse la giornata più importante dell’anno, e in effetti lo era. Cavoli se lo era.
Iniziava il week end che poteva decidere tutto, e noi dovevamo essere pronte.
Devo dire che lunedì sera, a fine settimana concluso, eravamo davvero felici e soddisfatte. 
Sì, lunedì, che mentre Ranieri volava e noi ballavamo, il Leicester diventava campione d’Inghilterra. Ora ve lo posso dire, io ho seguito passo passo l’impresa del mio Mister, ma non potevo contravvenire alla regola numero 1 del tifoso scaramantico, dovevo tacere. 
Non è stato facile, ma per “alè alè alè Claudio Ranieri” questo ed altro! Quanto ho temuto quando tutte quelle brutte cugurre belzavano sul carro del vincitore quando ancora non aveva vinto! Ma nulla, nulla è più invincibile di Claudio Ranieri quando sposa una causa persa. Lo sappiamo bene a Cagliari, dove giovane e sconosciuto portò un’armata di sfigati d'ogni sorta a diventare la squadra del miracolo rossoblù, secondo solo allo scudetto. Quanta gioia portò in città salire in serie B, poi volare in A e conquistare la salvezza! Non l’avrebbe detto nessuno, e nessuno avrebbe pensato che il gioco scaturito da quella squadra avrebbe continuato a far sorridere tutta la città al solo pensiero. Eppure è così: tu a Cagliari dici "Matteoli arrodugò" e tutti sorridono e sospirano di nostalgia. Non è che abbiamo vinto nulla in quegli anni, ma son stati così, come una magia! Perché Ranieri non è un allenatore normale, che fa vincere le squadre destinate a vincere, ma è un mago e fa vincere la magia del calcio: fa vincere gli sfigati.
A lunedì sera, poi, eravamo arrivate già felici, perché domenica il Leicester aveva agguantato un pareggio difficile con il Manchester e ci aveva riempite di orgoglio, perché noi ragazze abituate a soffrire con squadre come il Cagliari gioiamo più per un pareggio difeso con le unghie e con i denti che una vittoria facile. Perché il calcio vero è per quelli come noi (sfigati), ricordatevelo sempre.
E, comunque, venivamo da un sabato pomeriggio era successa una cosa meravigliosa.
Sabato pomeriggio né io né Violet potevamo seguire le partite. Perché se il calcio è degli sfigati, sfiga vuole e pretende che tu sia impegnata proprio il giorno x. E non ci puoi fare nulla, perché eri impegnata da prima che fosse deciso il giorno x. Il giorno dei play out, il giorno del dentro o fuori. Il giorno per dimostrare che questa promozione acciuffata dopo che anche l’ultimo treno era passato in realtà era più che meritata. Di che parlo? Se avete fatto questa domanda pentitevi della vostra ignoranza e redimetevi subito. Parlo del Tonara, ovvio. Tonara – Selargius, chi vince resta in Eccellenza, chi perde torna in Promozione. E il Tonara ci vuol restare tanto in Eccellenza, tolto il fatto che, dobbiamo dirlo, il Selargius per quest’anno le palle le ha rotte già abbastanza. È la partita più importante di giornata, Violet lo sa e lo ricorda a Nonna Nenna, io ovviamente approvo. Concentrazione massima, scaramanzia a livelli eccelsi. Alle 18.00 prendo il cellulare per cercare aggiornamenti sulla situazione. 
Batteria scarica. Ma come? Era fermo in borsa! Batteria scarica a causa di ottantaduemilaquattrocentoventitrè messaggi su whatsapp sulla chat delle colleghe. Ma porca miseria! Accenditi, accenditi, accenditi, ti prego, ti prego, ti prego! Si accende, ma non faccio in tempo a provare a chiamare che “quattrocentocinquantuno messaggi non letti”, e nuova catalessi dell'aggeggio. Allora permettetemi di tornare un attimo alla domanda da cui partiva questo mio post: “come fai a seguire il calcio? Perché?”. Ma perché non lo seguite anche voi, o non seguite il badmintong o il carling o non vi date ai campionati di corsa a su corru e sa furca, anziché macellare l’anima al prossimo con lagnanze di lavoro di sabato sera, quando il cellulare serve a vedere i risultati delle partite?
Tornando a noi, torno a casa e Violet mi dice: il Tonara ha vinto!!!! Doppietta del nostro nipotino!!!! Il nostro Calaresu… non poteva che farlo lui il miracolo, non ce ne voglia nessuno. Doveva andare così, all’ultimo minuto, con tutto il cuore di una squadra che è inciampata spesso quest’anno, ha sbagliato delle partite, ne ha fatto scivolare via altre, ma non ha mai smesso di crederci. Come il paese che l’ha fatta volare, un paese intero al campo di calcio a cantare sotto la pioggia fino all’ultimo minuto, anche quando il sogno sembrava potesse sfumare. Sarà che Tonara è un paese di poeti, ma sembra di raccontare una poesia. Perché tutti, la squadra e la sua voglia di vincere, il paese e i suoi cori, hanno caricato a pallettoni lui, il Cala, il bomber che quest’anno sembrava non segnare abbastanza, che qualcuno diceva non fosse all’altezza di un campionato di Eccellenza, finché non ha segnato la doppietta che serviva, quando serviva, come fanno i giocatori simbolo. Quelli che non segnano solo con i piedi o la testa, ma soprattutto con l’amore per una maglia. Che poi è amore per un paese, perché come diceva Pavese ne “la luna e i falò”: “…un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo…”. E così, dalla pioggia alla birra, vissero tutti eccellenti e contenti.

E infine c’è su Casteddu meu ‘e su coro. Non abbiamo potuto sentire la partita ed è finita 2-2, festa rimandata. Che sfigati! Violet ed io lo sappiamo di chi è la colpa, e se non smette di portare sfiga ci vendicheremo dando nome, cognome, indirizzo e ascia bipenne in omaggio, ma per ora va bene così. Perché Efisi Martiri Gloriosu lo sapeva che se il Cagliari fosse stato promosso il 30 aprile, il 1 maggio Carlo Felice sarebbe stato liberato nottetempo dalle bandiere, e non sta bene. E poi, comunque vada, il Cagliari la prossima puntata avrà uno stiletto tutto per lui, visto che mister Ranieri e il Tonara hanno già fatto il loro dovere. Sembra impossibile ma sarà il primo stiletto dedicato a una sola partita e uuna sola squadra... su Casteddu se lo merita, no? Anzi, me lo merito io!

mercoledì 13 aprile 2016

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica della grammatica del calcio


Oh, ma guarda chi si rivede!
Ce ne eravamo liberati, e ora sono tutte in gran spolvero a piangere crisi, sconfitta e delusione per questa retrocessione in C, ops, scusate, Lega Pro, che ormai sembra inevitabile, a cinque punti dalla vetta della classifica. Dai, tornate a guardarvi il calcio che conta, lasciateci in pace che portate evidentemente sfiga, portate il vostro disfattismo fuori dal sant’Elia: è contagioso. La situazione delle ultime settimane non è entusiasmante neanche un po’, è vero, ma all’inizio di settembre ce l’eravamo detto, o no? “Il campionato di B è lungo e difficile, ci sono squadre affamate e agguerrite, è impossibile concluderlo senza aver passato momenti difficili, e noi in allora saremo con la squadra ancor più che nelle vittorie. Ogni punto è prezioso, perché se arriveranno periodi di calo, e arriveranno, sarà importante avere un vantaggio da parte e ancor più sarà importante il sostegno dei tifosi che ci sospingeranno fino all’ultima giornata e ci porteranno fuori dai momenti difficili”. Non l’ho sognato, l’avevamo detto, no? Ecco, il momento difficile è arrivato. Cosa facciamo? Un bel piagnisteo collettivo? Scateniamo l’inferno? Ci fermiamo, respiriamo e ripartiamo? No, cugurriamo! Anzi, cugurrate, perché io me ne tiro fuori. Mi prendo le mie responsabilità: evidentemente il mio blocco dello scrittore non porta bene. Devo rimediare, spero di riuscire a farlo, e mi cruccio di aver saltato così tante settimane di cronaca calcistico-apotroppaica. Poi possiamo analizzare l’andamento del gioco: i mincidissi che fine hanno fatto? L’energia e la voglia di giocare di inizio campionato si sono un po’ sbiadite, bisogna ammetterlo. Ma le cugurre… le cugurre se le vogliono prendere le responsabilità delle loro azioni? Voglio dire, a inizio anno erano tutti spariti, ché la B non è interessante. Poi, appena il profumo di vittorie si è fatto persistente nell’aria sono tutti saltati sul carro del vincitore. 
Ora, il salto del carro è uno sport sgraziato e molto poco dignitoso, ma scambiare uno che sta vincendo con uno che ha vinto è un errore imperdonabile! È una questione di aspetto verbale, in latino e in greco lo si capisce molto meglio: tema del presente, tema del perfetto. Nel primo si esprime un’azione nel momento in cui avviene: l’azione è dinamica, in divenire e quindi modificabile. Chi parla di calcio con questo aspetto verbale o è un cronista o è una cugurra (molto spesso entrambe le cose). Poi c’è il tema del perfetto: azione finita, conclusa, non modificabile. Hanno voglia le cugurre di parlare: non si può cambiare ciò che è perfetto. Per esempio: "L’anno scorso siamo retrocessi, quindi quest’anno giochiamo in B": siamo retrocessi è un passato prossimo, in latino perfetto, indicativo. Condizione provocata dalle cugurre, ma attualmente non modificabile. Su questo potete dire tutto quello che volete. Giochiamo: tempo presente. Penso che siate, in quanto nostri lettori, abbastanza intelligenti da capire se e come dobbiate aprire la bocca in questo contesto.
Altro esempio. "Quarantasei anni fa la città di Cagliari si svegliò in festa; anzi non si svegliò per nulla, visto che la notte del 12 non era andata a dormire: avevamo vinto lo scudetto!" Analizziamo: svegliò, passato remoto, in latino si tradurrebbe con un perfetto, quindi l’evento non è modificabile. Era andata, avevamo vinto: trapassato prossimo, in latino si tradurrebbe con un verbo formato dal tema del perfetto, che esprime quindi un’azione non modificabile, ma non ci si accontenterebbe di un semplice perfetto. Lo scudetto del Cagliari è piuccheperfetto. Il latino lo sa, la grammatica lo sa, sappiamolo tutti!
Detto questo, cosa posso aggiungere? Sono troppe le partite che dovrei raccontarvi, sarei troppo lunga e rischierei di risvegliare pensieri malinconici. Direi che tra infortuni disgraziati, pareggi rocamboleschi, vittorie epiche e sconfitte stregate l’analisi di Storari è sintetica ma esaustiva: "Dobbiamo scuoterci". Giusto! Risvegliamo il mincidisso che c’è in noi e andiamo dritti, entusiasti e sicuri verso il nostro fulgido destino, portando ognuno a termine il proprio compito con dedizione: i giocatori giochino, i tifosi tifino e tutti insieme accoppiamo le cugurre!
Ed ora passiamo ai Rossoneri, quelli belli, anzi bellissimi. Non pensiate che ci siamo dimenticate di voi! Abbiamo seguito e sofferto partita dopo partita di questo primo e difficile campionato di Eccellenza e ora siamo arrivati agli sgoccioli. Domenica prossima sarà importantissima, ci si ritrova contro il Monastir e sarà come fosse un'altra finale. Allora ragazzi, noi siamo concentratissime e facciamo appello alla grammatica: tutto quello che bisogna fare domenica è trasformare il campionato presente in un campionato perfetto, tutti insieme, squadra e tifosi, con un solo coro: forza Tonara alè!

E adesso zitti tutti, parte il prepartita!

Intanto nell'Olimpo: ci fosse uno che chiude la porta!

lunedì 11 aprile 2016

La Grande Orsa

Illustrazione originale Nicola Pisano

A primavera, ai confini dell'immensa prateria, quando la Notte stendeva il suo manto stellato, sembrava che in cielo si aprisse la danza della vita.
Era allora che l'Anziana della tribù radunava i bambini, fuori dai tepee, di fronte al Cielo stellato, per insegnare loro le cose della Terra, le vicende della Vita. E cominciava a narrare.
Per l'Anziana donna tutti i cuccioli della tribù erano i suoi nipotini, ma una bimba era speciale nel suo cuore, perché era la figlia di sua figlia. Era una bambina minuta, particolare, riflessiva e solitaria, e sapeva ascoltare. La chiamavano Luna Piccola Bocca, perché emanava una luce pura e parlava da sola, nella prateria, come se il Vento potesse udirla.
Quando gli altri bambini rientravano nei tepee per la notte, Luna Piccola Bocca si avvicinava alla nonna, metteva la sua piccola mano morbida in quella grinzosa dell'Anziana e le chiedeva: “Nonna, raccontami della Grande Orsa che vediamo in cielo”.
Così, a primavera, ad ogni primavera, a sera inoltrata, la nonna si voltava verso Est, indicava un gruppo di sette stelle poco più alte dell'orizzonte, e cominciava una storia, che sarebbe durata un anno intero. Eccola!

Vedi Luna Piccola Bocca: là c'è la Grande Orsa. È bellissima e immensa, è un animale sacro in Terra e anche tra le Stelle del Cielo. La Grande Orsa si è appena svegliata dal lungo sonno del letargo ed ora è ai piedi delle Montagne in cerca di cibo nutriente per riprendere a vivere.
Ma la vita, piccola mia, non è mai piana: guarda laggiù, più vicino all'orizzonte, e vedrai che l'Orsa non è sola nel suo cammino. Tre Cacciatori stanno organizzando un appostamento per catturarla: il primo, il più vicino all'Orsa, è l'Arciere e ha la faretra carica di frecce preparate durante l'inverno; il secondo porta con sé il carico pesante di un grosso pentolone da mettere sul fuoco; il terzo, invece, sembra essere rimasto indietro, ma sta facendo scorta di legna per il fuoco.
Non passa molto tempo e l'Orsa si accorge di essere inseguita dai cacciatori. Ma la Grande Orsa è forte e indomita: saggia, già punta verso le montagne per sfuggire alla cattura. Quando verrà l'Estate, piccola mia, ti mostrerò la Grande Orsa in cielo e la vedrai lassù, correre tra le cime, libera e veloce. Sulle montagne l'estate è più fresca e questo le dà vita e forza. Impara dall'Orsa, Luna Piccola Bocca!
La Ruota del Tempo non si ferma mai e dopo l'estate arriva l'autunno. L'Orsa sa di essere inseguita ma l'istinto la porta a scendere giù dalla montagna: lassù l'inverno è troppo rigido e la caverna dove affrontare il letargo è più vicina al ventre di Madre Terra. Ora, però, sente i cacciatori molto vicini e l'Arciere è ben appostato tra gli alberi del bosco. La Grande Orsa conosce il pericolo, ma sa che deve affrontarlo con coraggio, perché non bisogna sottrarsi ai ritmi del Tempo e al proprio destino. Impara dall'Orsa, Luna Piccola Bocca!
L'Autunno avrà già varcato lo spazio del Cerchio del Tempo quando l'Arciere colpirà l'Orsa. La Grande Orsa è ferita e attraversa il bosco, per raggiungere la caverna dove scenderà in letargo. Perde molto sangue. Allora, piccola mia, vedrai le foglie dei grandi alberi diventare rosse: è il sangue dell'Orsa. Il bosco, pian piano, si spoglia: piange per la sua ferita.
Quando verrà il freddo Inverno, vedremo le Sette Stelle che sfiorano l'orizzonte e tu saprai, piccola mia, che l'Orsa è dentro la caverna, nel ventre della Madre Terra che con il sonno la cura e la guarisce. I Cacciatori, invece, sono tornati all'accampamento a mani vuote e la loro ferita, quella dell'orgoglio, non li lascia dormire. Così, il giorno fabbricano frecce e la notte progettano la caccia, mentre l'Orsa dorme e sogna la libertà. Ecco perché puoi ferire la Grande Orsa ma non la catturerai mai: perché nel cuore della Terra essa sogna di essere libera e i sogni benedetti dalla Madre si avverano sempre. Impara dall'Orsa, Luna Piccola Bocca!
La Ruota del Tempo gira e tornerà Primavera. La Grande Orsa si sveglierà dal letargo e ricomincerà la sua danza in cielo, libera e felice. Anche i tre Cacciatori riprenderanno l'inseguimento.
Noi ci volgeremo ad est e vedremo le Sette Stelle e canteremo la loro danza: racconteremo la loro storia. Perché la Notte, quando stende il suo manto stellato, ci insegna le cose della Terra, piccola mia, le vicende della Vita. Impara dalla Notte, Luna Piccola Bocca!

Tratta da una leggenda del popolo degli Irochesi, Nativi dell'America Settentrionale.

venerdì 1 aprile 2016

La Fanciulla dal Sorriso di Luna - by White



La signora Lea

Per undici mesi e mezzo dell'anno la signora Lea risparmiava fino al centesimo, facendo anche qualche piccolo imbroglio sulle spese domestiche, per lasciarsi a sua volta rapinare, una volta tanto, dal sarto e dalla modista.
Sarto di grande stile, modista elegantissima, celebre per le sue creazioni, che, secondo la sua espressione, donavano alle sue clienti. Uno solo era il vestito, uno il cappello; ma di quelli che veramente avrebbero donato leggiadria e giovinezza a qualsiasi donna, non alla povera signora Lea, già grigia e curva, sebbene non brutta, anzi con un colore di rosa appassita sul viso fine e dolce, e un pallore di gemme sbiadite per mancanza d'uso, negli occhi azzurri e nei denti fra le labbra stanche. ….
Per il viaggio, …ella intanto indossò il vestito dell'anno scorso, anche per non far vedere il nuovo al marito…Nulla aveva dimenticato, di quello che voleva portare con sé: e d'altronde il treno partiva subito…: treno fatto apposta per
viaggiatori come la signora Lea, gente cioè equilibrata e calma, con figli grandi già ben sistemati, con la coscienza pura: gente la cui giornata è trascorsa sempre un po' grigia, con uno di quei cieli velati che fanno sperare e mai dànno il sole, ma il cui tramonto si presenta mite, con la promessa di un crepuscolo e di una notte infinitamente sereni.
Eppure, appena il piccolo treno s'è arrampicato sulla prima altura…. la signora Lea che lo sa, che lo aspetta, sebbene trepidante come i fedeli che attendono il rinnovarsi di un miracolo, rivede il sole nel suo più indicibile splendore. … e la donna, che s'è alzata quasi senza accorgersene e drizzata sulle spalle, rivede dal finestrino, sotto i suoi occhi iridescenti: ma sopra tutto la incanta la cresta delle chine verdognole ancora sparse di reliquie vulcaniche che l'orafo del tempo ha lavorato come filigrane d'argento….

La donna però guardava sempre a sinistra… finché ai suoi occhi velati, eppure splendenti di una gioia lagrimosa, non apparve una casetta rossa, triangolare, con tre alberelli davanti. Aveva anch'essa qualche cosa di cabalistico, la casetta a punta, con i tre alberi a punta, incisa sul grigio della roccia, sulla quale anzi, tranne la facciata, pareva si sprofondasse E alla volta di essa, appena scesa nell'attigua stazione…la signora si avvia, coi suoi due lievissimi fardelli, seguendo un sentiero in salita, … Anima viva non la precede né la segue: solo
l'accompagna la sua lunga ombra che sembra un uccello fantastico, con le ali grottesche dei due allegri fardelli. E di un uccello che ha perduto l'uso e la potenza del volo, ma ancora ne ricorda l'ansito e la voluttà, la signora Lea
sente la leggerezza, o almeno la nostalgia: e il profumo delle acacie, i gridi dei fringuelli che salgono dalla valle, quello stesso odore di pietra che emana da ogni cosa, le pare esalino dal suo cuore, col suo respiro ansante di beatitudine. …e il luogo stesso, tutto è di nuovo suo, come trenta, come cinquanta anni prima. La casetta rossa è di nuovo sua; là è nata, là è morto suo padre…; là vive ancora la sua vecchia mamma, per la quale ella è sempre la fanciulla di quindici anni …
Oltre il muricciuolo, prima di arrivare alla casetta, in una svolta ripida, ella un tempo aveva un punto di osservazione, sicuro e riparato anche nei giorni d'inverno. Era una buca, a poco a poco trasformatosi in una specie di grotta: una frangia meravigliosa di ginestre fiorite ne inghirlandava l'apertura, e il sole ne verniciava l'interno col suo ultimo chiarore. Ella si fermò là: depose il suo bagaglio…, si volse a guardare. Laggiù, è il piccolo paese già tutto nero nella sua conca, con la chiesa arcigna, la piazza dove stazionano come cariatidi i vecchi che pare non debbano morire mai, la fontana che sembra un grande calamaio traboccante inchiostro sbiadito: un brivido di tristezza ancora le raffredda il sangue al pensiero di dover passare una sola giornata in quel luogo di lenta agonia; e per riconfortarsi solleva gli occhi e guarda di nuovo il sole.
Il suo disco di rubino è sospeso sul calice di cristallo viola della cima del monte: un attimo, e tutto si scioglie in una fiamma che a sua volta lentamente si spegne. Ma la luce era rimasta dentro di lei: e le traspariva dagli occhi, dai capelli, dai denti, dalle labbra ancora pure. Con incoscienza, anzi con un po' di follìa adolescente, ella aprì la valigietta e ne trasse il vestito, scuotendolo contro l'orizzonte….E lì, nella nicchia che già conosceva altre sue trasformazioni, si tolse il vestito logoro di un anno di vita affaticata, e indossò il nuovo. - Per la mamma, - brontolava, - perché la mamma mi veda sempre giovane e viva. Sentiva bene, però, che si trasformava così per lei stessa, come ad ogni nuova stagione anche i vecchi uccelli si rivestono di nuove piume, per riprender forza al volo della vita.


(Il vestito nuovo, da “Sole d’estate, 1933”).

giovedì 31 marzo 2016

Ali di Jana - by Violet



Ali di Jana
Ho cantato tutta la notte:
sorda è la notte, il canto muto

Ali di Jana
Ho volato tutta la notte
sulla groppa del vento

Ali di Jana
Ho bussato alla porta del giorno
con in mano un tamburo

Ali di Jana
La mia vita tra le sue mani
non è al sicuro

Ora siedo, immersa nel buio e accendo un fuoco
Troverò una canzone nuova nel cuore del vento
Distesa nel raggio di luna prenderà forma
Girotondo di ali di fata con cui viaggiare

Ora sfido
il mare in burrasca
Ali di Jana

Sola scendo
nella tempesta
Ali di Jana

Varcherò
la carezza del sole
Ali di Jana

Sulle labbra
un nome nuovo
come il giorno bambino:

“Ali di Jana”


lunedì 21 marzo 2016

Il Dono del Fuoco

Foto da Web

Agli albori della civiltà, la vita di nessun popolo sulla Terra era facile, ma quella degli indios Shuar, che vivevano nella foresta pluviale, era, tra tutti, particolarmente sfortunata. Essi infatti vivevano tra il verde rigoglioso, ma la vegetazione era così fitta che raramente il Sole riusciva ad attraversarla per far penetrare i propri raggi, caldi e lucenti, fino al suolo. Al sole si scaldavano le scimmie, si rallegravano gli uccelli, che vivevano sugli alti rami, ma gli uomini non ne potevano godere. Ogni giorno, a metà giornata, pioveva, per lunghe ore, e tutto si impregnava di acqua, abbondante, e stillava gocce fino al giorno seguente. La cosa più penosa per gli indios Shuar, però, era nutrirsi. Non avevano fuoco e scaldavano gli alimenti sotto le ascelle, così il cibo le infettava e spesso si formavano piaghe aperte e purulenti.
In una grotta, al limitare della foresta pluviale, vivevano i Giganti. Essi possedevano il fuoco, ma non lo avevano mai voluto donare agli indios Shuar. Per tanto tempo gli abitanti della foresta avevano mandato regali ai Giganti per ingraziarsi il dono del fuoco, ma senza successo. Allora avevano tentato di entrare nella grotta per rubarlo, ma i Giganti rotolavano una grossa pietra all'imboccatura e la fessura che rimaneva aperta era troppo piccola per gli uomini. Qualcuno, tuttavia, era riuscito ad intrufolarsi nella grotta, però di lui non si era saputo più nulla. Così, tra gli uomini, regnava la rassegnazione e la paura.
Solo la vechia Nonna, la capostipite della tribù, l'Anziana Saggia degli indios Shuar, sperava ancora. Un giorno, che si sentiva particolarmente stanca e le ossa le pesavano per la forte pioggia, andò nella radura al centro della foresta e chiamò a sé tutti gli uccelli del cielo, coloro che, variopinti nelle loro piume dai colori sgargianti, abitano i rami alti degli immensi Alberi e vedono il Sole. Chiese aiuto per rubare il fuoco ai Giganti, ma in cambio ricevette solo canti di derisione e scherno: gli uccelli non si avvicinano al fuoco, perché le loro penne si bruciano facilmente, impedendogli di volare. Mentre se ne andava, sempre più stanca e curva sul suo vecchio bastone, sentì come una carezza che le si posava sulla spalla. Era Jempe, l'uccellino più piccolo e colorato che avesse mai visto, piccolo come un grande insetto, dalle ali veloci e dalla coda lunga e bellissima.
Vado io – le disse. – Fidati di me!
La vecchia lo guardò sconsolata, come poteva un essere così indifeso portare il fuoco, se si erano rifiutati tutti gli alati della foresta, forti e saggi?
Non puoi – gli rispose – sei troppo piccolo. Vai in pace!
Era un uccellino molto piccolo, Jempe, ma molto testardo. La mamma gli aveva spiegato, fin dai tempi del nido, che non serve essere grandi per aiutare gli altri, ma serve essere buoni di cuore e generosi. E gli aveva anche detto che niente è impossibile, se ci credi fino in fondo, e che non saprai mai se sei capace a portare a termine una grande impresa, se non ci provi.
Non fu facile per un esserino così piccolo e leggero arrivare alla grotta dei Giganti in mezzo a tutta la pioggia che cadeva quel giorno, ma lui aveva nel cuore il cinguettio di fiducia della sua mamma e ci riuscì. Era sera, quando giunse, così fradicio che quasi non riusciva più a muovere le ali, divenute troppo pesanti. Dall'apertura della grotta filtrava un rivolo di fumo: i Giganti dovevano aver acceso il fuoco. Si fece forza ed entrò. Era bello, il fuoco, rosso e giallo e arancio e viola: cambiava in continuazione! Emanava un tepore buono e piacevole e Jempe, quasi dimentico della propria missione, si avvicinò e si mise a scuotere e a lisciare le penne perché si asciugassero. Allargò le ali, allargò la coda, quando, i Giganti lo videro e provarono a catturarlo. La lotta fu dura, Jempe cambiava continuamente direzione al volo per sfuggire alle grandi mani che lo volevano prendere. Vide che l'apertura della grotta non era lontana e ora che era asciutto poteva raggiungerla facilmente, ma per arrivarci doveva passare sopra il focolare. Non ci pensò un attimo e si lanciò da quella parte, ma forse volava troppo basso e la lunga coda, passando sopra il fuoco, si accese.
Fuori dalla grotta, Jempe volò più veloce che poteva attraverso la foresta fino alla radura dove aveva parlato con la vecchia Nonna. Esausto si posò sopra un ramo secco ed esso prese immediatamente fuoco, ma ormai della sua lunghissima coda non restava che un moncherino frastagliato e biforcuto.
Così il popolo degli indios Shuar ebbe il fuoco. E non lo perse più, imparando con il tempo a governarlo e conservarlo.
E così, Jempe, il Colibrì, da allora ha una coda corta e biforcuta, ma ancora colorata di vivacissimi colori e splendida, a motivo del suo dono. Un dono grande, quello del fuoco, che solo il coraggio di un essere piccolo e generoso poteva portare.

Tratto da una Leggenda dell'epoca precolombiana, conservata attraverso i secoli e narrata dalla Comunità Shuar, dell'area Jivara, in Perù.