martedì 29 settembre 2015

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca

L’appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca – Limited Editions
Il gatto (invisibile) dell’Appartamento tedesco
Ho scoperto che da un po’ di tempo, nella notte dell’Appartamento tedesco appare un gatto. Sì, esatto un felino di piccola taglia, pelo corto e dall'inconfondibile miao.
In realtà non l’ho mai visto, però ne ho percepito la presenza. Infatti, ogni sera, quando vado e mi stendo a letto, ho la chiara percezione che accanto alla mia testa si adagi un gattino.
Ho ipotizzato che, dopo aver sistemato piatti e posate in cucina e riposto le mie cose nell'armadio, quest’ospite dal passo felpato esca dal guardaroba, dove ha trascorso sonnecchiando la sua giornata movimentata, o dal cassettone sotto il letto e di soppiatto, come nel suo stile, mi raggiunga una volta spente le luci.
Ecco, una volta steso a letto, arriva lui: io nella mia classica posizione spanciata, tipo cadere sul pavimento ma che respira e abbraccia il cuscino, e lui piazzato proprio là nello spazio lasciato libero dal cuscino e il comodino.
E allora inizia sapiente la sua opera di strusciamenti con il suo musetto contro la mia fronte. È chiaro che non mi fa addormentare e mi costringe a grattargli la testolina. Ogni tanto, come ad apprezzare quel gesto rubato, sembra svirgolare con le orecchie, chiudere gli occhietti e muovere a bandiera la sua coda da pavone a quattro zampe. Grgr grgr grgr come se un grillo sfregasse le sue zampette zigrinate.
Poi, esausto o stufo delle coccole, si alza e se ne va per la stanza in cerca di avventure notturne, mentre io mi addormento finalmente.
Di sicuro s’imbatte in qualche ragno che ha costruito la sua casa nell'angolo tra il termosifone e la finestra. Il gatto invisibile sale allora sulla scrivania e poi balza con salto dei suoi sul calorifero che arriva quasi al soffitto bracca il suo avversario fino al vertice. Immagino che sarà però un’avventura da poco e da lì, dopo aver ammirato sognante la notte stellata, scenda per dirigersi verso la cucina, la libreria o lo stendino pieno di mollette per sgranchirsi o giocare un po’.
Da quei posti più elevati può dominare tranquillamente tutto lo spazio dando sfogo alla sua atavica indole di dominatore della savana domestica.
Tuttavia non lascia tracce della sua presenza silenziosa. In teoria un gatto come si deve marca il territorio con la sua urina oppure affila i suoi piccoli ma incisivi artigli contro porte e mobili. Di tutto questo non si ha prove così da far congetturare che si tratti di un felino talmente educato da saper usare la toilette e tirare lo sciacquone. E allora si capirebbe pure di chi sono tutti quei peli persi sulle mattonelle bianche del bagno. Ed è pure parecchio raffinato, lo stile essenziale dell’arredamento e dell’appartamento non sono di suo gusto. Non ha torto: le porte rivestite di materiali antincendio e i mobili laccati del Campus non sono di gran pregio.
Oltre a ciò non ho idea di come si nutra. Io non compro cibo per gatti e non credo che i pochi insetti della casa siano per lui così appetibili. La grande finestra a parete è chiusa in mia assenza per gran parte dell’anno e perciò non può andare con un salto di sotto all'assalto di uccellini o leprotti del quartiere. Certo, a volte, noto degli ammanchi nella dispensa: a cena il pacco delle patitine mezzo vuoto, a colazione il succo d’arancia quasi terminato o i toast appena sfornati morsicchiati prima che io possa assaggiarli, qualche gelato in meno durante l’estate. Cose inspiegabili.
Poi, al mio risveglio, quando albeggia e i primi raggi del sole entrano nella stanza, lui è di nuovo adagiato vicino a me. In posizione a ciambella dorme coprendosi il musetto con la coda e tenta il sottoscritto ancora assonnato alle coccole. Alle quali non ci si può sottrarre. Sonnecchiando e ronfando a più non posso il gatto invisibile dell’Appartamento tedesco le accetta come un atto dovuto finché il padrone di casa non deve alzarsi alle 6. E allora lui si dissolve come una nuvola. Dove sarà andato a finire? 

Paul_Blau_Vierzig

venerdì 25 settembre 2015

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica dei mincidissi.


Io la faccio semplice in realtà, e dico che questa è la domenica dei mincidissi, ma la questione è assai più grave: come ho già detto nello scorso Stiletto la serie B è la serie mincidissa, e sarà dura che i nostri cuoricini reggano a quarantadue partite infestate di simili spiritelli.
Ora, per chi non lo sapesse, Mincidissu (con tutte le varianti dialettali, perché sa Limba ha tante varianti ed è una lingua, anzi La Lingua, l’unica ovviamente, ma ora non posso star qui a farvi un trattatello di glottologia) è compare di Coixedda (codetta) e da bravo diavoletto si diverte a portare scompiglio in terra e agli inferi. Da quanto ne so io, mentre Coixedda è specializzato nel nascondere le cose, Mincidissu invece preferisce correre qua e là senza meta finché non ti scoppia il mal di testa e sei perduto. Ora, è chiaro e sicuro, la serie B è piena zeppa di mincidissi che cercano di farti perdere la pazienza, la calma e l’organizzazione del gioco e magari, se la lasci incustodita, passa pure Coixedda e la frittata è fatta.
Queste sono, in breve, le insidie della B, e dal racconto che segue capirete che “no est brulla”.
Sabato alle 15.00 parte Cagliari – Avellino, e noi, io e Violet, siamo ai posti di combattimento, radiolina sintonizzata su Radiolina alla mano.
Pronti, via, ojamommia! I mincidissi partono e si scatenano in ogni angolo di campo. Individuiamo un nome, Insigne, e ci chiediamo se si sia replicato solo per romperci le palle anche in B, e in effetti sì, più o meno: ahinoi mamma e papà Insigne hanno scelto di iscrivere tutti i loro pargoli alla scuola calcio e questo fatto non ci piace poi tanto, ché potevano anche darsi, che so, all’ippica. L’affanno sembra calmarsi intorno ai venti minuti di gioco, quando Farias e Sau iniziano una controffensiva da diavoletti di classe, fantasiosi e con piedini dorati, che risveglia e anima il gioco casteddaio, che si colora di affondi e raffinatezze in tutte le zone del campo. Al ventottesimo la succitata coppia d’attacco realizza il gol del vanaggio e il grido “Sauuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu!!!!!!!!!!!!!” che riecheggia per la casa direttamente dalla piccola cassa della mia radiolina mono ci riempie di felicità. Ma il vantaggio non è certo motivo di tranquillità! Il vantaggio va gestito e incrementato, bisogna fare una bella figura: siamo pure in casa! Poco dopo la mezz’ora di gioco Violet è stanca morta, stesa dall’andirivieni di spiritati diavoletti e proferisce solennemente: “sono troppo vecchia per la B!”, mentre con le ultime energie residue va a cercare un dolcetto che ci tiri su, ché ci sentiamo stanche come se avessimo zappato per dieci ore. Superiamo vive il primo tempo e respiriamo profondamente in attesa del secondo.  
Il secondo tempo riparte in crescendo, i ritmi rimangono sostenuti e i nostri eroi raddoppiano. Inizia una fase meravigliosa in cui non solo corriamo anche noi come mincidissi, ma giochiamo da artisti! Parte una sinfonia, Vittorio Sanna pronuncia quasi esclusivamente nomi rossoblù e quasi (QUASI) ci rilassiamo, quand’ecco che il nostro commentatore di fiducia, mi tocca dirlo, fa un errore. Dice “il Cagliari sta giocando proprio bene”. È vero, per carità, e capisco non sia facile osservare la regola del silenzio quando sei lì per fare una radiocronaca, ma tant’è: dopo trenta secondi da questa dichiarazione i mincidissi dell’Avellino riprendono forze ed energie e iniziano un assedio da cardiopalma. All’ottantacinquesimo accorciano le distanze e di lì al novantaetroppesimo la percentuale di capelli bianchi sulla mia testa raddoppia come per magia. A pochissimo dalla fine potremmo chiudere la pratica con un rigore, ma come predico da settimane e viene sottolineato anche in radiocronaca, noi NON siamo la Juventus della B (e non ditelo mai più, capito?) e il gioco prosegue senza interruzioni. Ci tocca soffrire fino all’ultimo dei tre fischi finali, che ci lasciano tanto felici, perché che gusto c’è quando si vince senza soffrire neanche un po’? Siamo il Cagliari e siamo belli così, noi!
La domenica è il giorno del debutto del Tonara nel campionato di Eccellenza. Il Tonara nostro per la prima volta viene a Cagliari e non ne sapevamo niente! Ahi, che dolor!!! Portiamo bene noi! Per dire, ci trovavamo per fatti nostri a Lanusei, io e Violet, e andando via dalla ridente cittadina ogliastrina abbiamo guardato per un attimo con benevolenza il campo, pensando al nostro ex capitano Pili… tanto è bastato al Lanusei per inaugurare con una vittoria le partite casalinghe di serie D… capite, portiamo bene, è innegabile!
Ma tornando a noi e ai nostri rossoneri, quelli belli… il campo del La Palma non è facile e non lo è mai stato, tanto più con un maestrale che mette il suo piede invisibile su quasi tutte le palle (o forse c’era Mincidissu in persona? Chissà!). Il primo tempo è molto equilibrato e si chiude sullo 0-0, ma il secondo si rivela più duro del previsto e Festa segna il gol decisivo che lascia i nostri tesorucci belli senza punti. La cosa grave non è tanto il risultato quanto l’infortunio che terrà fuori dal campo il nostro capitano Luca Sau per un po’ di tempo… questo non ci voleva proprio! Ma forza e coraggio, capitano, e tutti i nostri auguri per una guarigione più rapida possibile e con tanta voglia di tornare in campo!
Ma il tempo corre anche lui come un mincidisso, e non lascia tempo né al Cagliari per festeggiare né al Tonara per recriminare: martedì siamo belli felici e contenti a Chiavari, mentre mercoledì il Tonara ha da accogliere il Ghilarza.
Per ordine... Chiavari. Diciamo che la questione è insidiosa. L’Entella si sarà anche rinforzata quanto volete, ma quel cinque a zero agostano non ci lascia margini di figuraccia! E poi il Livorno viaggia a punteggio pieno e non mi piace affatto l’idea che allunghi. D’altra parte già dalla coppa Italia con quel bel ricordo di un Cagliari dilagante e strabordante si è visto che l’Entella è il simbolo stesso della squadra di mincidissi: non erano proprio consci di dove stavano andando, però correvano e randellavano a destra e a manca come pazzi!
Per fortuna non posso seguire la partita. Vedo solo il risultato alla fine del primo tempo (1-1) e alla fine di tutto: 3-1. Mi pare possa andare, anche perché, da quel che ho capito correvano tutti come mincidissi, sgambettavano, correvano, randellavano, ricorrevano… meno male che avevo da fare, sono stanca solo a pensarci!
Mercoledì a su Nuratze… Partita soffertissima con una delle favorite del campionato, ma arriva il primo punto di stagione! 0-0 non è uno di quei risultati che restano nel cuore, ma in questo momento era fondamentale muovere la classifica e ricordare che con sacrificio e costanza i punti arrivano! In questo senso la missione è compiuta e c’è tutto il tempo e il margine per migliorare e prendere le misure a questo nuovo campionato! Forza diavoletti di Barbagia, avete tanto entusiasmo e tantissima tenacia, siamo con voi!

Intanto dalle alte sfere… Pare che a volte i mincidissi dalla terra tentino la scalata alle pendici dell’Olimpo, molte leggende antiche ne portano gli echi. Pare, così ho sentito, che un mincidisso sia stato avvistato con scatto felino nello stadio di una grande città del Nord, nota per una grossa fabbrica italiana (ora non più) di automobili, e pare che con un guizzo fulmineo abbia stroncato cori angelici di vittoria… sarà vero?

È tutto anche per questa lunga settimana, ormai alla vigilia della prossima giornata. Il consiglio con cui vi lascio è: correte più degli avversari, Mincidissu è tra voi!

Quasi dimenticavo... mentre la nazionale di Conte fa quel che fa, la nazionale femminile, quella delle dilettanti, quella che nessuno si fila... esordisce alle qualificazioni per i prossimi europei facendone sei contro la Georgia! Grandissime ragazze!!!

   

lunedì 21 settembre 2015

Storie mute - Fanciulla pensierosa agli scavi di Pompei by Red

Vi è mai capitato di rimanere muti di fronte a un quadro? Di rimanere ipnotizzati da uno sguardo dipinto che sembra raccontare mille storie e mille vite? Di avvicinarvi tanto da far suonare l’allarme per vedere, nitide, le pennellate, i colpi di spatola o gli schizzi di colore e ripercorrere attraverso la tecnica i gesti e i pensieri con i quali un artista ha creato la sua opera?
A me si, è capitato, anzi, capita quasi sempre.
Questa rubrica parla di questo, di storie suggerite dai soggetti dei quadri ai miei occhi e alla mia fantasia. Storie di donne, per mia scelta. Ma anche storie degli artisti che li hanno dipinti. Questo è il fil rouge che lega i racconti di questa nuova rubrica: sono storie di donne, di uomini e storia dell’arte: storie mute che provo a tradurre in parole. Per questo mese di settembre... ecco a voi 

Fanciulla pensierosa agli scavi di Pompei




Che caldo! Mamma mia buona che caldo! Mi odieranno le altre, ma non m’importa, io mi riposo. Poso la cesta per un po’ e sto qui a guardarmi intorno. E mi danno anche una mancia. La solita sgridata della zia è meglio con la mancia che senza, no? “Cosa guardi? Svergognata! Tu sei qui per lavorare, non per fare la signora! Che poi, una signora certe cose non le guarda! A confessare devi andare, svergognata! E inizia il rosario mentre porti la cesta!”
A lavorare serve la testa la testa alta e lo sguardo basso, bimba mia, diceva mia madre: la testa alta per non far cadere le ceste e le brocche, lo sguardo basso per evitare domande e problemi, e per non inciampare. Ma il mio sguardo non vuole mai stare fermo, e che sarà mai guardare un dipinto, che sarà mai fantasticare un po’? E poi come faccio a tenere gli occhi bassi se il cielo è così azzurro? E come faccio a non sbirciare questi muri colorati di vita? Ma saranno così anche oggi le case dei signori? Io le ho viste solo dalla strada, ed “è meglio così, figlia mia, fidati di chi conosce il mondo, è meglio non sapere cosa fanno i ricchi, quando si è poveri”. Ma io lo voglio sapere, e voglio sapere anche com’era stare qui prima che ci pensasse il Vesuvio a coprire tutti questi peccati. Mi hanno detto così le comari, che il Vesuvio ha coperto peccati e brutture che nemmeno si possono raccontare a una ragazza buona e timorata e mi hanno detto di lavorare e non guardare. E ancor meno pensare. Ma io voglio sapere, e poi a me sembra tutto così bello ed emozionante mentre vien fuori dalla terra questa città che nessuno vedeva più!
Sono più vivi questi muri delle pareti nude delle nostre baracche, gli affreschi sono rossi come rose appena sbocciate e a noi dicono di guardare la terra… Ma come si fa a resistere alla bellezza?
Ma poi, pensandoci, le signore qui stavano nude così per davvero? Eh… beate le signore di Pompei, belle, servite e riverite, mentre io devo star qui a spaccarmi la schiena e morire di caldo! Ho la gonna e la sottogonna e il grembiule ma son svergognata perché la tiro su per far passare un po’ di vento alle gambe. Ho la camicia e il fazzoletto ma non va bene perché ho tolto il corpetto. I ricci sudati mi sfuggono dalla crocchia e non si fa, non sono modesta… ma fa caldo, caldo e caldo! E a questo punto io la modestia non ce l’ho, io ho caldo! E se potessi mi farei un bagno alla fonte, più nuda della signora dipinta che mi guarda e mi sfida. Abbiamo il grembiule e il velo dello stesso colore, ma il suo è sottile come un soffio di vento, mentre il mio è rammendato tante volte quanti calli ho nei piedi. Eppure don Filippo guarda me e non lei… sono strani gli uomini, e i pittori di più. Ma lui guarda me e io posso stare ancora un po’ qui a guardare gli affreschi e sognare. Cosa diranno le altre non lo voglio sapere anche se temo che mi toccherà di sentirlo. Ma intanto sto qui a pensare a com’era un tempo e a quanto è bello ancora… E mi prendo anche la mancia!


“Don Filippo grazie! Don Filippo, voi siete un angelo! Don Filippo, mi farete vedere il quadro?” Aveva ragione il mio amico Fiorelli quando mi ha consigliato di far posare lei. Mi ha detto che ogni volta che visita lo scavo la nota tra le altre mentre osserva le rovine. Aveva ragione, è così ingenua e bella, di una vitalità commovente in mezzo a tanti ruderi. È così primitiva e selvaggia che non differisce ritrarre lei o la natura. Pensa alla morte, alla vita che passa, guarda l’infinito? Guarda l’orizzonte? Voglio che rimanga in questo istante sospeso. Ah, devo comperare della terra di Siena, ne servirà tanta.

Filippo Palizzi – Fanciulla pensierosa agli scavi di Pompei. (Olio su tela, 1865)

“…Oh che quadri magnifici si potrebbero fare, che paese, che animali magnifici, che pascolano vicino a un capitello, ad un frammento di colonna; insomma che vi è da fare, cose dell’altro mondo che nessuno ha fatto ancor perché non le vedono…” scriveva Filippo Palizzi al fratello Giuseppe nel 1855, raccontandogli del suo viaggio a Roma. Dieci anni più tardi realizzerà questo suo desiderio di accostare in una composizione le antichità alla vitalità della natura in questa scena di vita dagli scavi di Pompei, in quegli anni in grande fermento grazie all’impulso che diede la nomina a direttore di Giuseppe Fiorelli. Il quadro appartiene a una collezione privata ed è attualmente visibile presso la mostra “Pompei e l’Europa. 1748-1943”. Del quadro esiste anche una versione del 1870 intitolata “gli scavi di Pompei”, che differisce solo in alcuni particolari, soprattutto nella resa degli affreschi. 

domenica 20 settembre 2015

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca



L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca - Limited Edition - 
Canzoni per un'amica
La seconda menzione di un nuovo personaggio dell'Hall of Fame dell'Appartamento tedesco è dedicata a una cara ragazza multi-kulti con cui esercito il mio orribile tedesco. 
Nata a Bruxelles, la sua anima bionda e azzurra vola su mezza Europa per motivi affettivi e ideali: dal suo amato Belgio, ringraziato da noi mai sufficientemente per le patatine fritte, alla Germania, dove sono anche parte delle sue radici, dalla Grecia, amata in particolare per la letteratura e cultura greca, all'Italia, al centro del suo cuore per la bellezza, la gente, la lingua, il cinema, la musica, la cucina, la letteratura, la natura, il carattere, il meteo... 
Inoltre si dedica da poco allo studio della lingua araba e al ballo del tango ma soprattutto suona il pianoforte da quando era bambina.
Un affettuoso saluto con l’augurio di successo e specialmente di felicità, come ovvio che sarà, nella sua carriera e nella vita poliedrica. Tanto il congiuntivo non è necessario: l'importante è mantenere (o che rimanga) accesa la fiamma dell'amore per le cose alle quali siamo uniti da un'affinità elettiva. 


In suo onore una piccola compilation musicale con alcuni pezzi delle sue passioni e dei suoi amori.

Grand Place Bruxelles, Lights Show (2013)


Ciuri ciuri


Anakrousis


Carlos Gardel, Por Una Cabeza



Bach - Toccata e fuga in Re minore (Karl Richter all'organo)


Paul_Blau_Vierzig

venerdì 18 settembre 2015

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica del pareggio didattico.


Siamo alla seconda di campionato nella “serie cadetta” e le cugurre si sentono un po’ meglio. Su Casteddu ha pareggiato, facendosi fregare da un calcio di punizione al novantaquattresimo minuto. Neanche il tempo di rimettere in gioco il pallone per provare un miracolo. La cosa strana è che al gol della Ternana non ho pensato “porca miseria”, non ho nemmeno pensato di indicare la strada più breve per quel paese a Valjent e a tutta la sua genealogia. Cioè, non è che proprio proprio non l’ho fatto, ma dopo. Dopo cosa? Dopo il sospiro di sollievo: non siamo la Juventus della B. Non siamo quella cosa brutta, capito? Caso chiuso, non ditelo più, che, come è chiaro, porta sfiga! Ditelo al Livorno, se ne avete il coraggio!
Ma ora riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio, ché questa partita non è stata solo il risultato, ma è stata tutta molto importante e istruttiva su cosa sia un campionato di serie B e sul perché a me non dispiaccia affatto.
La serie B è un’allegra fiera del randello. È inutile che un arbitro si agiti e tiri fuori centocinquantotto cartellini in cinque minuti, tutti continueranno a randellare qua e là a piacimento e sarà lui, prima o poi, a rilassarsi come fosse la mamma di sei gemelli treenni iperattivi. Alla fine male che vada si va al pronto soccorso, ma nel frattempo si dovrà pur vivere!
In serie B si corre come “mincidissi”, per usare il termine tecnico più corretto, insegnatomi da nonna Nenna. La cosa buona è che la Ternana ha attaccato ad avere i crampi a metà partita e noi no. La cosa meno buona è che anziché alzare il ritmo e stenderli fisicamente l’abbiamo abbassato e ci hanno fregato su calcio piazzato. Voglio dire, se fossero stati tutti accasciati Murru non avrebbe avuto bisogno di far fallo contro nessuno, mica saltiamo sulle caviglie dei feriti, noi!
In serie B le principessine “torranta a pe’ in terra”. Scendono dal cocchio. Non ce n’è, se fai la principessina un lampo ti coglie all’istante e perdi la partita con disonore e sberleffo, non c’è verso. Il fatto che la partita sia stata pareggiata è quindi un ottimo segnale, vuol dire che non ci siamo "imprincipessiniti" troppo, e se la lezione verrà colta tempestivamente il fatto che sia giunta alla seconda giornata è un fattore assolutamente positivo!
Anche perché mica giocavamo da soli! La Ternana corre come una mincidissa con il coltello tra i denti in serie B dal 2012, mentre noi in serie A negli ultimi anni, diciamo la verità, i coltelli ci siamo dimenticati anche cosa fossero e quando l’anno scorso mister Zeman si è messo a far fare i gradoni, tra i tifosi c’era gente che diceva “ma cosa ce ne facciamo di correre, dobbiamo segnare!”. Il cambio di mentalità è notevole, e mi pare che chi della vecchia rosa ha scelto di restare lo stia sposando con grande efficacia e umiltà.
Per esempio, sarà avvantaggiato perché a Tonara, ci mancherebbe altro, tutti sanno cosa sia una leppa… ma ne vogliamo parlare di Sau? L’avete per caso avvistato lasciar perdere un pallone? Rifiutarsi di far lavoro duro per andare a prenderselo, proteggerlo quanto necessario e poi affidarlo ai compagni a destra e a manca? Per poi prendersi la responsabilità di tirare in porta, e andare a segno al momento giusto, tesoro bello della zia. Perché il famoso coltello tra i denti non serve mica per darlo nella schiena degli avversari, ma per proteggere lui, il tenero cucciolotto tondo di cuoio che viene affidato al fischio d’inizio ai piedi di 20 aitanti giovanotti, e alle manone degli altri due. E questa cosa Pattolino la sa, ché non lo si vede in giro a maltrattare il pallone o prenderlo inutilmente a pedate! E poi, sempre in tema vorrei dire anche che fa proprio tanto piacere vederlo di nuovo sorridere in campo come un ragazzo che gioca!
Io dico che la strada intrapresa non è sbagliata, che siamo secondi in classifica, tonici e reattivi e che, se ancora non l’abbiamo fatto, tra stasera e domani mattina ci compriamo uno stock da 11 pattadesi, le mettiamo tra i denti e siamo pronti per domani pomeriggio! D’accordo tesorucci di zia Red?
E dai tesorucci rossoblù passiamo ai tesorucci rossoneri, quelli belli, ovvio!
Tonara – Taloro Gavoi questa domenica si giocava a Su Nuratze. Inizia tutto d’incanto con una doppietta di Littarru che ci fa sognare, ma il Taloro recupera con Mele e Falchi (brutti!) e il sogno di  passare il turno di coppa Italia si ferma così, appena sfiorato. Io direi che come primi approcci a una categoria del tutto nuova queste partite sono assolutamente positive e fanno presagire un campionato interessante e appassionato. Quindi, so che sfondo una porta aperta, coltello tra i denti anche per voi,  ragazzi belli di Tonara e buon campionato d’Eccellenza!!!

Intanto nell’iperuranio del calcio che conta l’eterna lotta tra le figuracce e i figuroni continua… quale personalità vincerà di questa schizofrenica borderline serie A? A vedere la classifica marcatori e randellatori io starei attenta al "Cagliari nel mondo"!


Alla prossima settimana!

giovedì 17 settembre 2015

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca - Limited Edition
Ho visto un re
Nella celebre ed elitaria Hall of Fame dell’Appartamento tedesco non potevano mancare due importanti personaggi dell’ultimo anno.
Innanzitutto quel personaggio denominato un po’ frettolosamente Edipo Re. Non ricordate? È colui senza il quale non sarebbe stato possibile trovare nella tentacolare HD un nuovo tetto per l’inverno come ricordato in passato.
Il suo tempo in HD volge al termine ormai ma lascia all’Appartamento tedesco un ricordo di piacevole compagnia e fratellanza.
Infatti abbiamo trascorso assieme quasi tutte le serate dei weekend nei migliori locali di HD. La nostra tana è stato soprattutto Thanner, dove ci veniva somministrato un magnifico Giant Hamburger innaffiato da un Naturtrüb di alta qualità, ma anche La Feé nella Unterestraße o Hemingway davanti al Neckar per un cocktail o un mojito rigenerante e, infine, Lino’s sotto casa per un Alabama Slammer come si deve…Musica, chiacchiere, scherzi, alte citazioni letterarie (sue) e amenità varie (mie) ci hanno fatto ridere e pensare. Ma non invecchiare, vero?
Il futuro è un mistero: in passato ci si poteva incontrare in altri lidi e poi…hai visto mai!



In suo onore tre grandi pezzi di tre grandi autori del nostro tempo da lui amati tanto.

Enzo Jannacci, Ho visto un re


Vasco Rossi, Colpa d'Alfredo


Tom Waits, Tom traubert's blues


Paul_Blau_Vierzig

venerdì 11 settembre 2015

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

Non siamo una Signora

Ci siamo salutati a metà giugno, ricordate? Eravamo tutti mogi mogi, con negli occhi le immagini di mani in testa e sguardi bassi, capitani disperati, capitani in partenza, e una sensazione tangibile di tutte le occasioni che erano lì a un millimetro e invece non si erano afferrate.
Vabbé, si era detto di berci su, e abbiamo provato a tener fede a questo proposito, anche perché poi, sinceramente, io non ho mai avuto nulla contro la serie B, e il campionato di Promozione è tutt’altro che noioso.
Certo, quei festeggiamenti dei torresini non erano belli. Quei sorrisini degli amici gobbi, che sì, ci dispiace, ma alla fine… non so, non è che l’estate sia proprio iniziata con un sottile rosicamento, però…
Però il vento si è messo a girare. Chi l’avrebbe detto mai, ho provato l’emozione che si prova a vincere uno scudetto. Di pallacanestro, ok, ma pur sempre uno scudetto, e quanto meritato! Io uno scudetto (da tifosa) non l’avevo mai vinto, e devo dire che mi potrei anche abituare senza difficoltà! Ho anche chiesto a Dyson se mi vuol sposare, ma ancora non mi ha risposto, accidentaccio!
Poi, una mattina come tante, metti per esempio il cinque agosto, arriva una notizia che nessuno si aspetta. Una notizia bella, che non avevo voluto nemmeno evocare nello stiletto di giugno, perché quando dico che bisogna stare zitti, ma zitti, fino all’ultimo io lo dico davvero! E così, dicevo, arriva una notizia bella, che si riassume in una parola tanto attesa e sperata tra i cuoricini rossoneri. No, non il Milan, non le speranze di comprare Ibrahimovich, parlo dei rossoneri quelli belli! Parlo del Tonara di Calaresu e Antonio Pili, che anche se al cinque di agosto era già in pista con una meritatissima nuova avventura in serie D con il Lanusei ancora si sentiva rimbombare in testa il suono della traversa… insomma, ragazzi miei, se ancora qualcuno non lo sapesse, non l’avesse capito, o se qualche nostro lettore sprovveduto non ne avesse capito l’importanza… siamo in ECCELLENZA! Il Tonara è salito in Eccellenza! E non stiamo nella pelle a pensare a questa nuova avventura.
Così un’estate iniziata con una retrocessione e uno spareggio è finita uno scudetto e un ripescaggio e, per dovere di cronaca, devo ricordare a tutti che parlare porta male, perché i torresini e i loro caroselli anticasteddu son finiti in serie D (se Antonio Pili li punisce in campionato io non lo so che cosa faccio).
Ma non sono ancora finite le stranezze di fine estate, e andando per ordine iniziamo ad agosto con la coppa Italia. Primo appuntamento al sant’Elia contro l’Entella. Ecco, scusate l’ignoranza, ma dov’è Entella? Cos’è Entella? Esiste Entella? Mi sembra quando a Tonara per la finale di supercoppa ci chiesero se fossimo di Porto Corallo, ma questa volta è colpa mia, per cui mi informo e mi metto a vedere la partita su Rai Sport 1 dopo aver imparato tante cose sull’idrografia della Liguria. Dicevo, inizia la partita… che cosa bella! 5-0… io non me ne ricordo altri! Ed è bello vedere il Cagliari che gioca, che segna, che domina, che diverte… finché una parola brutta del commentatore mi urta l’orecchio. “Il Cagliari è la Juventus della B”. Chi??? Cosa??? Chi è stato? Gobbe ne hai visto? Io no, non mi risulta che siamo quella cosa lì, non riesco neanche a dirlo, dai! Noi non siamo una signora, capito? Noi abbiamo rissato con i corsi anche quest’anno, e anche quest’anno abbiamo pensato “ci fosse stato Larrivey a partirli di testa!” Capite? Non siamo una signora! Ho anche scritto “partirli di testa” incurante della grammatica, è chiaro, dunque, che non sono una signora. E anche se abbiamo un portiere fa lo stesso, ha la barba, non è una signora! Anche se arriva da quella squadra lì, prima di passare temporaneamente all’altra sponda era nostro, e mi era dispiaciuto tanto che se ne andasse, e gli promisi, anche se lui non lo sa, che gli avrei voluto bene lo stesso, anche se andava lì. Ho mantenuto la promessa e gli voglio bene, ma non sono una signora. È chiaro?
E poi al secondo turno di coppa Italia non si è visto abbastanza che non siamo una signora? Le signore non urlano cornuto agli arbitri, non ne hanno bisogno! Figuriamoci se a una signora danno due rigori contro al secondo turno in coppa Italia contro il Trapani! Le signore non augurano dissenterie fulminanti ai guardalinee, non si arrabbiano con la Tim perché la connessione sparisce proprio durante i rigori di una partita di Tim Cup, non si alterano così tanto nei festeggiamenti. Non dichiarano amore eterno a tutti i Marchi presenti in squadra solo perché uno ha un piedino d’oro e l’altro d’oro ha le manine… Vi servono altri motivi? Poi vediamo!
Andando per ordine di coppa Italia in coppa Italia, il primo impegno tonarese è un eccellentissimo derby. Taloro Gavoi – Tonara, sogno non detto di tutti i cuoricini rossoneri. Si è perso 2-1 ahi noi, ma vediamo il buono. Agonismo, correttezza e impegno, buon equilibrio tra due squadre che fino a poche settimane fa non avevano mai militato nella stessa categoria. Non basta? Se non lo espellevano magari il Cala ne faceva un altro, e il ritorno domenica a Su Nuratze promette scintille. Dai ragazzi, zitti tutti e in bocca al lupo!
E arriviamo finalmente a lunedì, la prima di B per su Casteddu meu. “La Juventus della B disputerà molte partite in posticipo”… e torra!!! Ho detto no! Juventus della B a sorreta, e porca miseria! Poi inizia la radiocronaca e c’era anche Vittorio Sanna un po’ moscetto, e non vorrà mica fare il signorino? Poi Pisacane tira male e mi si riprende con un “Pisacane calcia con la seconda parte del suo cognome”, e mi riprendo anche io perché una signora non fa così. Noi soffriamo, poi segnamo, poi prendiamo le redini, poi dilaghiamo pure! Prima Farias che sblocca il risultato quando ce n’era bisogno, poi di Gennaro che fa uscire di testa il Crotone e lo lascia in 10, poi Deiola che fa una magia e tira fuori l’orgoglio di San Gavino per almeno quindici anni, poi Sau che dopo aver creato gioco prezioso e di qualità per tre partite intere si prende la soddisfazione della rete e poi il Giannetto, ops Giannetti, (abbiate pazienza ma lo chiamerò così per tutto il campionato e un giorno magari vi racconteremo la storia, io e Violet) che butta giù il poker e ci fa esultare con modalità tutt’altro che signorili, così per dire! E poi dicono che la porta di Storari ha fatto le ragnatele, ma non vi bastavano tutti i rigori che ha parato qualche settimana fa? Non esageriamo! 
Wow, che inizio e che felicità! E non me la dite più quella cosa brutta, che porterà anche male!

Di Juventus ce n’è una, e come è giusto lei sta in serie A. E per sua fortuna io quest’anno non seguo la serie A… però, da quel che ho sentito la vera Signora ci tiene a non essere su Casteddu della A! O forse no? E chi lo sa… stay tuned!

lunedì 7 settembre 2015

Cieco

Foto da Web

Cieco. Vagava cieco e zoppo, per il mondo allora conosciuto. Cieco, senza altra identità, ché il primo nome l'aveva barattato con la fama – epica, fulgida e terribile fama quella di colui che uccise Bellero e liberò la Terra dall'alito infuocato della Chimera – ed il secondo lo aveva perso nella bramosia della gloria, nella sfida a Zeus immortale e alla sua dimora.

Era divenuto un solitario viandante: evitava le strade battute dagli uomini, perché non accettava la sua nuova condizione, ed evitava il pensiero degli dei, perché ormai aveva timore del mutare repentino del loro umore. Avrebbe evitato anche se stesso, se avesse potuto, e i ricordi, ma questo non sono gli uomini a deciderlo. La vita non lo abbandonava, anzi, ogni giorno il suo corpo riacquistava un po' di forza. E i ricordi, di imprese, di gloria, dei sogni ambiziosi e dell'orgoglio, che aveva alimentato e sostenuto ogni azione, lo seguivano da presso, mentre camminava, e si accostavano a desinare con lui, quando sostava a riposare le gambe stanche. Così, le soste si erano fatte brevi e più sostenuto il suo andare. A volte una brezza fresca e leggera accompagnava il viaggio, dando sollievo alla pelle arsa e ricacciando indietro dal pensiero i ricordi sgraditi. Se il vento del Nord soffiava forte, poi, non sfidava la sua corsa, ma ne assecondava la direzione. Il suo passo diventava leggero, sospinto dalle ali del vento, e gli sembrava di assaporare di nuovo la libertà, come quando le ali che lo portavano erano quelle di Pegaso, l'unico amico e alleato che il destino gli avesse regalato. Quelle erano le sole occasioni in cui, dopo un lungo tratto di cammino, stanco, si abbandonava al sonno e lasciava che nel sogno l'amico alato lo venisse a trovare, a ripercorre il cielo forti e veloci, mai paghi, verso il sole.

La gente che lo incontrava lungo la via lo chiamava “Vecchio”, ma ancor più spesso “Cieco”. E forse era vero, Cieco era il nuovo nome che la sorte gli aveva assegnato, la sua nuova condizione, l'orizzonte di vita a cui trovare un senso, se mai ce ne fosse stato uno.
Nei primi tempi, dopo che fu precipitato dal cielo alla terra, disarcionato da Pegaso, pensava che non avrebbe mai fatto l'abitudine a quella nuova condizione. Ad ogni passo inciampava, spesso cadeva. Non percepiva gli ostacoli, né i pericoli. I rovi gli laceravano le carni fino a farle sanguinare, quando ci finiva dentro e doveva lottare per liberarsi. I rumori lo angosciavano, lui che fino ad allora non aveva conosciuto la paura, perché sembravano amplificati e non capiva la direzione da cui provenivano. Giorno dopo giorno, però, gli altri sensi acquistavano finezza e venivano in suo aiuto: dagli odori capiva se c'era vegetazione, e di che tipo; dal calore sulla pelle percepiva di essere circondato da alberi alti, o riparato da una collina, o quando in cielo le nuvole correvano veloci oppure si fermavano per addensarsi e aprirsi in una pioggia ristoratrice. L'udito, poi, era diventato suo fedele alleato e, pian piano, attraverso i suoni, imparava ad intuire il mondo: sapeva se veniva qualcuno, se era osservato, se c'erano animali nei paraggi. I suoi incontri erano rari, l'abbiamo detto, perché fuggiva le vie degli uomini, ma capitava che incrociasse qualcuno lungo la strada, di fare insieme ad un uomo o a un vecchio cane un tratto di cammino, di dividere il cibo e l'acqua in una sosta.
Ogni giorno che passava si accorgeva di come la realtà, attorno a lui, acquisisse pian piano forma: all'inizio erano stati voci e suoni, poi ombre. Infine, tutto, gli alberi, gli arbusti, i fiori, gli uccelli e tutti gli altri animali, gli uomini, aveva assunto consistenza, materia.
Così cominciò un esercizio che nella vita passata, quando aveva gli occhi per farlo, non aveva mai praticato. Iniziò a guardare. Guardare ciò che gli si presentava davanti. Non importava cosa fosse, ma l'attenzione che dedicava, il tempo che passava, la parte di sé che coinvolgeva.
Guardava il mondo e, per la prima volta lo vedeva: sentiva i profumi, sentiva i colori, percepiva le sfumature. Guardava il fiume e imparava la necessità dello scorrere via, del dono dell'acqua, del perdersi nel mare. Guardava il mare e imparava la costanza dell'andare e ritornare. Guardava il bosco, la macchia, e imparava la necessità delle radici. Guardava il cielo, ma ora lo faceva con nostalgia e non era più pieno di orgoglio e brama di gloria. Guardava gli uomini e si scopriva capace di vedere i loro pensieri, i loro desideri, le loro necessità. Si scopriva capace di ascoltare, capire, tendere una mano. Ma soprattutto guardava se stesso e, finalmente, vedeva ciò che era: un uomo. Capace di cadere, dall'immensità del cielo agli abissi della notte. Ma capace di alzarsi e camminare. Ancora. E di nuovo.

Raccontano che Omero fosse cieco per aver sempre dinanzi agli occhi le imprese degli eroi del passato e poterle narrare. Raccontano che Tiresia fosse cieco per poter vedere il futuro. Lui, Cieco, vedeva il presente, ora, e gli sembrava il dono più grande che la vita potesse avergli riservato.



Bellerofonte, figlio di Glauco, re di Corinto. Il suo vero nome era Ipponoo, ma divenne Bellerofonte dopo aver ucciso Bellero. Sconfisse la Chimera, i Lici e le Amazzoni, in groppa a Pegaso, il cavallo alato nato dal sangue del capo mozzato di Medusa. Sempre in groppa a Pegaso, infine, voleva raggiungere l'Olimpo, ma Zeus mandò un tafano a pungere il cavallo che si imbizzarrì e sgroppò l'eroe. Pegaso raggiunse l'Olimpo, ma Zeus, da allora, se ne servì come animale da soma, Bellerofonte, invece, precipitò su un roveto e rimase cieco e zoppo. Vagò a lungo, solo e ramingo, per la terra. E il mito non ha tramandato la storia della sua morte...