martedì 14 marzo 2017

Semi di Futuro

Aveva fiori tra i capelli
mentre cercava vita
Aveva fiori tra i capelli
E teneri germogli
Aveva foglie e verdi rami
nel folto dei capelli
E uccelli e piccole farfalle
giocavano tra loro
Aveva il passo di una danza
mentre cercava vita
Ed un sorriso luminoso
che riscaldava intorno
Aveva un cuore saldo e forte
di chi conosce il mondo
Di chi si bagna nella storia
ed esce asciutto
Aveva mani da bambina
piccole e fresche
Aveva rughe da anziana
Lo sguardo antico
Aveva un piccolo sacchetto
alla cintura
pieno di semi e di speranze
Regalo della nonna
"Quando cadranno fiori e foglie
- i rami secchi e spogli -
tu prendi un pugno di quei semi
e spargili nel mondo
Verrà l'autunno ad abitarti
e un vento teso e forte
che ti scompiglierà i capelli
e vi porrà dei semi
Non tutti quelli che hai lanciato
quelli che sono necessari ora
quelli che cullerai in inverno
che primavera viene."
Aveva primavera nei capelli
fiori, farfalle, uccelli
Aveva seminato allora
futuro che ritorna.
immagine da web

venerdì 10 febbraio 2017

Bianca


Com'è bianca la luna, stanotte, nonna!

Bianca come la neve che orna il bosco, che copre la valle e le montagne. Bianca come la veste che avevi da bambina. Bianca come il latte buono la mattina. Bianca come il primo fiore che annuncia primavera. Bianca come il velo di zucchero sulla torta che hai sfornato. Bianca come la piccola luce che si accende nel cuore quando inizi a sperare in qualcosa di nuovo.

E tu, in cosa speri, nonna?

Spero nella primavera che viene a visitarci, nei fiori bianchi del mandorlo, in fondo al giardino, che brillano al sole come i tuoi occhi belli, quando sei felice.

Le piaceva guardare fuori dalla finestra, la sera, prima di addormentarsi. Le piaceva come guardare la fiamma che scoppiettava nel camino. Le piaceva sentire parlare la nonna, lei che aveva sempre una risposta serena ad ogni domanda della vita. Le piaceva sentirle annunciare il futuro, con quella sua fiducia incrollabile nei cicli del tempo, nel ripetersi delle stagioni, nel fiume lento dell'esistenza che conduce verso il mare.
Non sapeva che presto tutto sarebbe cambiato, che la dolce brezza di primavera l'avrebbe svegliata, una mattina, con il profumo dei ciclamini e il canto degli usignoli. Non sapeva ancora che era tempo di danzare la giovinezza lontano dalla casa che l'aveva cresciuta, dalle braccia che l'avevano cullata.
Non lo sapeva. Eppure, la notte, sognò un vestito nuovo e una ghirlanda di fiori di campo, di quelle che si usano per ornarsi nei giorni di festa. Sognò i balli nella piazza grande, i fuochi e i nastri colorati.
Sognò un laghetto di montagna, dalle acque cristalline: si lavò a quelle acque e ne uscì trasfigurata.
Sognò un fuoco, e un rametto di salvia da bruciare: chiuse gli occhi, ne aspirò il profumo e si sentì nuova.
Sognò una via di fronte a sé. E si mise in cammino.

Quella mattina, a colazione, fu un fitto racconto di progetti e sogni: le si era sciolta la lingua e non riusciva più a smettere di parlare.
La nonna la guardava, con uno strano sorriso luminoso sul viso.
La Candida Luna ha parlato, disse. E quelle furono le uniche parole che pronunciò per tutta la giornata.

martedì 24 gennaio 2017

Il primo miracolo di LeeGrottaglie: le Stronze son tornate!



Mi avevano fatto passare la voglia. Il tempo è poco, la concentrazione scarseggia, ma la verità è che non avevo nessuna voglia di scrivere di calcio. Non che su Casteddu meu abbia fatto qualcosa di male, anzi, un campionato di serie A così bello e foriero di speranze non lo vedevamo da tempo! Ma è evidente che una squadra che sia squadra e non una sartain’e tzitzigorros non a tutti piace. E così mi stavo accingendo a scrivere dell’esultanza di Marcolone nostro al pareggio di Marcolino nostro contro la Roma (parlo del girone di andata), quando sento piovere fischi. Fischi a un signore in tribuna a tifare la sua squadra con la moglie e i figli. Fischi al nostro secondo capitano, al nostro diletto portierone. Era al punto 3 del primo Stiletto di stagione: vogliamo una squadra di Marchi e un Marcantonio (Bruno, of course), e voi che fate? Via la fascia? Mercenario? 
Che vergogna! Che indicibile e fastidiosa vergogna sentire di spartire tifo e città con certi ingrati gradassi, che peraltro di calcio non capiscono una minca di quaglia (cit. cari amici del paesello del mio cuore). La chiave di volta era al punto 6 del nostro primo Stiletto: le cugurre, se le conosci le eviti, se le conosci non ti uccidono. 
Non le abbiamo riconosciute e hanno ucciso. 
Hanno rotto ogni cosa rompibile che avessero sotto tiro: gli equilibri, le palle, la serenità. Hanno reso opache le esultanze per degli ottimi risultati, ingigantito le già giganti sconfitte, dipinto ben avviata e divertente corsa verso la salvezza come un disastro annunciato. Perché siamo più vicini all’Europa che alla retrocessione, ma "Rastelli vattene", "Pisacane non è un giocatore di serie A", "Murru era meglio infortunato", "Borriello sta già calando di forma", "Sau non serve", "eh, quando c’era Cellino"… ma che palle! Che incredibile e insopportabile fracassamento di maroni! Non vi divertite a guardare le partite del Cagliari di quest’anno? Guardatevi Holly e Benji! Perché il calcio degli umani è come quello che sta giocando su Casteddu, gli umani che si divertono col calcio si divertono con quel gioco lì, sconfitte e vittorie comprese, e voi di calcio, lo ripeto, non capite una minca di quaglia secca.  
E così, un triste giorno di Gennaio Marcolone del cuoricino nostro rossoblù in silenzio è partito lasciandomi orfana per la seconda volta e la mia voglia di dire o fare qualcosa che potesse sottolineare una comune appartenenza con certi imbecilli stava raggiungendo i minimi storici. Ma proprio allora la mia vena creativa si è risvegliata. 
È chiaro che Rastelli e Giulini l’hanno fatto per noi. La squadra deve andare avanti, la vita deve andare avanti, il tifo deve andare avanti. Show must go on! Stiletto must go on! Tutti uniti verso la salvezza! Ma non la salvezza passeggera, quella che una stagione ti salvi e l’anno dopo ti minacciano i giocatori finchè non scappano e finiamo in serie B (così, per dire, l’avete visto come gioca Donsah?). Noi dobbiamo lavorare per la salvezza eterna, è tempo di purgare la nostra anima per sollevare morale e aspettative. Noi ora abbiamo tutto ciò che ci serve per essere felici, noi ora abbiamo accanto ai nostri giocatori la giusta guida: noi abbiamo Legrottaglie! Noi abbiamo LeeGrottaglie!!!
Rastelli ha capito che al reparto di difesa non mancava certamente qualità né tanto meno esperienza, ché con il solo Brunone siamo ampiamente sopra la sufficienza, ma un angelo custode. In porta ha lasciato andare un evangelista solo in cambio di un arcangelo e accanto a lui in panchina ha voluto una vera guida che elevasse gli spiriti e animasse i corpi con uno speciale percorso di duro lavoro ed espiazione: ogni gol subito una predica. 
Impressionato Bruno al grido di “oh ragazzi, schillellè che se questo attacca a parlare vi streccu!” ha suonato la carica. Insomma ragazzi, con la Roma non si è vinto, ma gente concentrata in campo già ce n’era! Ah, il timor di Dio! Se tutto ciò non dovesse bastare prevedo che ci troveremo la città invasa da Gennari e anticoagulanti… tutti uniti verso l’obbiettivo di evitare questo scempio, mi raccomando!
Scherzi a parte domenica sera Violet si accingeva puntuale ad accendere la radiolina per seguire la partita. Ora, la mia radiolina si chiama radiolina perché è sintonizzata su Radiolina per le radiocronache del Cagliari dal 3 febbraio 1992, quando mi venne regalata, fatta eccezione per gli anni di esilio su radio Sintony e il più duro, il confino Triestino e a tutto il calcio minuto per minuto. Dicevamo, Violet accende la radio e… Radio Maria! Radio Maria? Perché c’è radio Maria???? È ufficialmente iniziata l’era Legrottaglie, bellezza! 
Per fortuna la nostra fida compagna di avventure si è ripresa e la partita è iniziata. Che dire? Dopo quel che avevamo visto della Roma in coppa Italia sapevamo di poterci aspettare di tutto, lo sapevamo noi e lo sapevano le cugurre. Noi abbiamo visto molta concentrazione, la capacità di limitare le potenzialità di una squadra in lotta per lo scudetto e in un momento di grazia. Abbiamo visto la tanto agognata compattezza, troppa difficoltà a finalizzare, ma finalmente la capacità di non scoprirsi completamente al contropiede ogni volta che si mette il naso nell’area avversaria. Abbiamo sentito anche un eccesso di depressione in Vittorio Sanna e intuito una strisciante ostilità delle cugurre per Isla. Ergo, Isla è ufficialmente un nostro nuovo beniamino, perché siamo stronze, arrevescie e vogliamo troppo bene a su Casteddu. La sconfitta ovviamente ci ha molto irritate, e visto che il povero Totti si è prudentemente tenuto in panchina, farà le sue veci Dzeko: se doveste vederlo con il tendine di Achille in mano saprete a chi darne il merito. Quanto a Spalletti, è così fastidioso che si punisce da solo nel guardarsi allo specchio ogni mattina, ma se puntore lo cogliesse ne saremmo comunque felici. Invece il Ninja è sempre nel nostro cuore, con indosso qualunque maglia, su qualunque campo. Quando Sau gli ha fatto fallo per poco non ci scappava una lacrimuccia di commozione… Quanto amore, quanti ricordi! Perché noi non siamo cugurre, siamo stronze e delle stronze abbiamo la memoria e il cuore grande così. Invece alle cugurre la sconfitta ha fatto male al fegato e hanno riniziato a murrungiare: "senza un tiro in porta dove vogliamo andare, cosa ce ne facciamo di attaccanti che non segnano, e Rastelli vattene"… e invece Rastelli non se ne va! Perché Rastelli ha fatto una cosa troppo intelligente. Rastelli ha Legrottaglie in panchina che sterminerà le cugurre con la forza della pace e con l’amore. Scrivetelo a caratteri cubitali sui muri: A Roma abbiamo vinto perdendo! Avranno un travaso di bile! E se non bastasse organizzate una catechesi per Ultras inferociti: se saranno grandi persone diventeranno grandi tifosi! E non sfracelleranno più l’anima a ogni lista dei convocati. Olè!
E fu così che si compì il primo miracolo di LeGrottaglie: fece tornare le Stronze! Perché su Casteddu è la squadra più bella, perché su Casteddu è la squadra più simpatica, perché su Casteddu è la squadra più buffa, perché su Casteddu ha la maglia più fashon, perché senza grandi cantori non esistono grandi imprese, e a noi, modestamente, Omero ci fa un baffo!

 P.S. non abbiamo dimenticato il Tonara e abbiamo in serbo meravigliose sorprese dal mondo dei giovanissimi... ma oggi, non ce ne vogliate è così!



venerdì 13 gennaio 2017

Nonnina Mia

(foto da web)

La Luna nasce piena
Cantano i lupi nella valle, un canto antico
Li sento da lontano, nonnina mia
Ed ho paura!

Il fuoco arde
Non devi aver paura, bambina mia
La pentola è sul fuoco
Abbiamo pane e legna

Ulula il vento
Mi entra nelle ossa, nonnina mia
Ho freddo e fame
Son triste questa sera

Non esser triste
Ti canterò un bel canto
Antico come il tempo, argento come il lampo
del lupo sulla neve

Allora canta,
canta e non ti stancare, nonnina mia
Ti ascolterò incantata
tutta la notte

La Notte è chiara
La Luna è alta in cielo, bambina mia
La Lepre è nella tana
Il Lupo è all'erta
Il Vento si è calmato
Canta la brezza, ora

Ed io ti cullo
Al cuore

lunedì 14 novembre 2016

Luna Bellesa!


...perché per te
per ogni donna
la Luna rimarrà per sempre
ciò che ti narravano, bambina
tra le braccia della mamma o della nonna...

L'attesa non è mai lunga, quando giunge sera.
Puoi trovarla in cielo, o all'orizzonte, o riflessa sul mare o in uno specchio d'acqua. Certo è che la sua luce, in un modo o nell'altro ti rapisce e ti porta con sé. O scende, entra ad illuminare il buio della tua notte e proietta ombre sulla parete della stanza dove ti sei rifugiata. E nelle ombre c'è una storia, come in quelle proiettate attraverso la pellicola che scorre, al cinema.
Scorre la storia. Quella del mondo. E la tua.

Era stato caldo quell'inizio d'autunno. Troppo caldo. E troppo buio. Soffiava vento, ma veniva da Sud, carico di umidità. C'erano stati lunghi giorni senza cielo, grigio di giorno e viola la notte. Senza cielo, senza sole e senza stelle. Prometteva pioggia, ma non la dava: e si restava così, rivolti al cielo, aridi e assetati. Così gli uomini, così gli alberi e gli animali. Così le donne. Così la terra.

Uscì di casa quella sera, in preda a una smania che era bisogno d'aria e di spazio. Non c'era rumore, se non quello dei suoi passi sul selciato. Ritmico. Come il martellare del cuore nel petto e il respiro che le sfuggiva, soffiante, dalle labbra socchiuse. Camminava senza meta e si trovò ai piedi del promontorio che sovrasta la città, da un lato, e all'opposto il golfo. La salita era erta: di quelle che tagliano le gambe come il curvone e la successiva “esse” tagliano il fianco della collina, prima di condurre in cima. Ma decise di affrontarla. Ne valeva sempre la pena, pensò, e sarebbe stato così anche quella sera. Da lassù il mondo è un altro e lo si può stringere da tutte le direzioni in un unico abbraccio.
Si sentì sfiorare il viso da un alito di vento e fu invasa dal profumo dei pini, misto a quello dello stagno e poi, in fondo, del mare. Fu come una carezza lieve, di benvenuto. Di quelle che non si fermano all'epidermide del viso, ma scendono nel profondo, fino a sfiorarti il cuore, a bussare alla sua porta, perché si schiuda. E, in quell'alito di vento si sentì a casa, come non le capitava da tanto tempo, in nessun luogo dove si trovasse, compreso il suo letto. Proseguì con più lena, aveva fretta di raggiungere la cima. Dietro di lei scoppiava un tramonto più rosso del fuoco, più fluente della fiamma che danza nel camino, quando aggiungi legna buona e l'avvolge tutta, circondandola di braccia affusolate e di lingue saettanti. Dovunque posasse lo sguardo era bellezza immensa e doveva fare uno sforzo sovrumano per non fermarsi lì, a riempirsi di quei colori, come se non dovesse esserci un domani; a strappare pezzi di cuore e recuperarli dai recessi di quell'orizzonte infuocato, che l'aveva rapito e voleva farlo suo per sempre.
In cima prese fiato e riposò gli occhi e l'animo stanco, lasciandoli vagare sul mare e sul cielo, ormai buio, ad est, laddove il creato aspettava già che fosse un giorno nuovo, che giungesse mattina. Voci di umanità. Echi lontani di vita. Il rumore del traffico o lo starnazzare di gruppi di giovani appostati a far niente sul ciglio della strada, tra salita e discesa: consci solo di sé; né degli amici con cui dividevano il tempo, né dello spettacolo che il cielo offriva in quel momento. Si distrasse. Diede un occhio al cellulare. C'erano dei messaggi, che lesse, una chiamata a cui non aveva risposto, ma che decise avrebbe recuperato più tardi; si perse per qualche minuto nelle notifiche dei social, scorrendo verso il basso, senza fretta e senza interesse, la bacheca di facebook.
E quando alzò lo sguardo, lei era lì. Immensa, bianca e rotonda. Luminosa, le sorrideva, la Luna!
Fu un tuffo al cuore, un trovar senso a quella sorta d'ansia da appuntamento che l'aveva accompagnata per tutto il giorno. Si guardarono a lungo. E lei si sentì di lasciasi scrutare, di non ritrarsi, di rilassarsi, di lasciar cadere le barriere. Stava lì, ferma e vuota, a vedere cosa sarebbe successo ora. E provava solo uno stupore grande e nuovo, che le muoveva corde invisibili, tese chissà dove nell'intrico delle sue viscere di donna. E da quelle corde iniziarono a volare note, sempre uguali, ripetute a ritmo di una nenia d'infanzia, di filastrocche lontane nel tempo, perdute nel vento.
E si ricordò di un tempo che non aveva vissuto, sulle ginocchia di una vecchia, ad annusare un profumo buono di fiori di gelsomino. Ad ascoltare storie.

Ormai la mente era in moto e cominciò a ragionare. Le passarono davanti le leggende della sua Terra, i chiari di luna della sua vita, le lacerazioni che avevano segnato, quando da lassù, Luna, muta, stava a guardare, e accompagnava, bianca e algida, i fiumi di lacrime calde che bagnavano e aravano il suo viso. Le venne in mente il giorno che lei, la Luna, sorse rossa e fu come un abbraccio caldo, di riconciliazione.
Si alzò il vento mentre si guardavano a vicenda. Aprì le braccia, desiderosa di volare. E si ricordò dei racconti delle fate: le Janas chiedevano alla Luna la capacità di raggiungere altri luoghi lontani...
Luna luna, para luna
Paristella, luna bella
Uve ses? In muntanna
Sennor'Anna, s'ebba mia
mi che jucat in Baronia
Le labbra s'erano mosse da sole e le parole erano fluite leggere al ritmo della filastrocca, udita chissà quando, chissà dove. E mentre rifletteva, altrettanto leggeri fluivano i desideri che non aveva più il coraggio di pronunciare, perché non s'erano mai avverati. Così li aveva lasciati a se stessi, ad amuffire, chiusi a chiave in un cassetto buio e dimenticato, nei recessi di ciò che era stata, ormai tante e tante vite fa, quando giocava spensierata, e la sera, sola sul balcone, reinventava storie. Quelle storie che le avevano regalato, ognuna a suo modo, le Donne della sua infanzia, miste a insegnamento e gesti di cura.

Cosa rimaneva di quel tempo che fu, di quei desideri, degli insegnamenti, di quella vita felice?
Per scoprirlo si sarebbe dovuta guardare a lungo in fondo agli occhi, fino a scavare in ogni sguardo negato e distolto, per troppa fretta, per pudore, per disaccordo o disapprovazione. Non aveva uno specchio, ma c'era lei, là davanti, Luna, più luminosa che mai, più accogliente di sempre, le sorrideva. Così fecero un patto e intrapresero insieme la ricerca di ciò sembrava perduto, ma semplicemente, ora lo intuiva, era diventato terra della sua terra. Covava nuova vita in fondo al suo essere, e germinava continuamente per poi germogliare e mettere radici e fiorire e dare frutti e cadere in quella sua terra. E ricominciare da capo, ad ogni stagione, ad ogni nuovo ciclo che veniva ad abitarla.
Cosa rimaneva di quel tempo che fu, dei desideri, degli insegnamenti, di quella vita felice?
Cercarono insieme, tra le nebbie della coscienza che si addensavano e diradavano, nel riposo di quei momenti, nel silenzio che ora regnava sovrano. Cercarono e trovarono mille gesti di cura che lei perpetrava ogni giorno, appresi in quel tempo lontano, ed ora reinventati, riscritti, moltiplicati, donati. A piene mani, con cuore largo.
E iniziò a riconoscersi, a vedersi bella. Lei. Proprio lei. Com'era ora, come era sempre stata!

Rinnovarono il patto, lei e la Luna: ad ogni andare avrebbero liberato i desideri, avrebbero dato loro ali, per diventare grandi e volare lontano, dove l'aria è più fina, dove nasce il vento e si respira l'immenso. Ad ogni ritorno, invece, lei, la Luna, le avrebbe messo sul tavolo un po' di realtà, le creature nate da quel desiderio, perché potesse vederle e toccarle con mano. E ninnarle in un abbraccio avvolgente. E cantarle con un canto lontano.
Come faceva da bambina, insieme alla mamma e alla sorellina... quando in cielo splendeva la luna:
Luna luna
bettamind'una
in pitz'e sa mesa
Luna bellesa.

lunedì 19 settembre 2016

Il Tesoro delle Janas



Tanto tempo fa, o forse ieri, quando in Terra di Sardigna gli uomini vivevano in pace e in armonia con la Natura, si dice che fosse facile per i pastori, o per le donne che andavano alla fonte, incontrare le Janas. Le janas erano donne bellissime, ma molto minute: sapevano filare e tessere, fili d'oro e stoffe preziose; cavalcavano bianchi cavalli dalla lunga criniera; conoscevano i rimedi di Natura e curavano con le erbe; danzavano, suonavano e cantavano. Si diceva che fossero le figlie predilette della Luna, nate da un suo candido raggio, filtrato tra le fronde dei boschi di lecci.
Più tardi, quando i villaggi degli uomini si spostarono all'ombra dei Nuraghe, si dice che le Janas si ritirarono a vivere in piccole case scavate nella roccia. Presero a cavalcare i loro destrieri solo la notte e, durante il giorno, andavano nei boschi a filare e tessere, in compagnia di un cagnetto che abbaiava tre volte, se veniva qualcuno. Da allora gli uomini iniziarono a pensare che le Janas fossero fate e che nascondessero un immenso tesoro.

Tutti volevano vedere le Janas per avere una parte del tesoro: una moneta o una stoffa preziosa, lo sgabello d'oro su cui sedevano nel bosco o il telaio d'oro sul quale tessevano. Ma il cagnetto svolgeva bene il compito, abbaiava tre volte, e le Janas si nascondevano leste. La notte, poi, erano i bianchi cavalli, veloci come il vento di maestrale, zoccoli a s'arrevexiu, che facevano perdere le tracce se qualche giovane balente osava seguirle. Fu così che tutti percepivano la presenza delle Janas, vedevano le tracce del loro passaggio, ma più nessuno era in grado di avvicinarle e parlarci, come nei primi tempi della vita in Terra di Sardigna.

Un giorno venne dal mare un vecchio viaggiatore. Si diceva fosse molto furbo e avesse visto con i propri occhi le Porte che separano il Noto e l'Ignoto. Di sicuro aveva girato tutti gli angoli del Mondo conosciuto e sapeva molte cose. “Se volete trovare i tesori nascosti dalle fate, – andava dicendo – dovete farle avvicinare da una coppia di bambini. Solo gli innocenti possono vedere le Janas!”.
Gli uomini si fecero suggestionare e convincere dalle parole del vecchio forestiero e così fecero. Prepararono un bambino e una bambina e li accompagnarono al limitare del bosco con un agnellino e una capretta. Dissero loro: “Se viene una bella signora non vi spaventate. Solo, offritele la capretta e l'agnellino e chiedete che vi doni il suo telaio d'oro”.

Venne una Jana, con il suo cagnetto. Ma questo non abbaiò tre volte, come al solito. Prese a scodinzolare e a giocare con i bimbi. Incuriosita la Jana si avvicinò e, con una breve risata, lieta come il tintinnio di un campanellino, accolse i doni. Poi portò i bambini con sé nel bosco, giocò con loro, diede da bere acqua freschissima delle fonti e da mangiare piccoli dolci di pasta ricamata con il cuore di mandorla e miele. La sera raccontò storie mai udite e la notte, al chiarore della Luna, cantò la Ninnananna più dolce e più lieve che una voce di donna potesse mai aver cantato.
La Jana guardava i bimbi con occhi amorevoli: avrebbe voluto tenerli con sé, ma pensò che non poteva far questo agli uomini. Così, all'alba del giorno seguente, li accompagnò dove finisce il bosco. I bambini chiesero in dono il telaio d'oro.
“Non vi darò il telaio, nelle mani degli uomini diventerebbe di legno, – disse la Jana – ma ho preparato dei doni per voi!”.
Diede loro una stoffa ricamata, preziosa come l'oro e fine come la tela di un ragno, e un sacchetto pieno di monete tintinnanti. Li salutò con un bacio di rugiada sulla fronte e con un bianco sorriso di luna. E li lasciò andare.

I bambini avevano fatto solo pochi passi.
Un cagnetto abbaiò. Abbaiò tre volte. Felici, si voltarono insieme, per salutare una volta ancora la bella signora. Ma c'era solo il bosco, là dietro. Cercarono a lungo con i loro occhietti curiosi tra l'intrico dei rami, ma non riuscirono a scorgere nessuno.
Tintinnava, intanto, nel vento, una risata lieve come un campanellino.

Da quel giorno, mai più nessuno, vide le Janas.

La tradizione sarda è ricca di racconti sulle fate, Janas e Fadas. In essa è comune ritrovare contatti tra il mondo fantastico e gli uomini, quasi fossero due realtà parallele, che si sfiorano, convivono, ma la cui interazione è limitata, come guardarsi dal buco della serratura o salutarsi da una rete... Una cosa è certa: questa modernità e il mondo fantastico sembrano lontani. Si cercano, forse, ma non si trovano. E, quando l'innocenza è perduta, le Janas sanno aspettare senza smettere di tessere bellezza per il mondo. Al reale, invece, rimane scegliere la via e domandarsi se l'innocenza, recuperata, possa essere ancora una via percorribile per un mondo migliore, dove chi è cieco vede, chi è muto canta e chi è zoppo possa danzare insieme agli altri nel grande cerchio della Vita!

domenica 11 settembre 2016

Stiletto Sport - il calcio visto dai tacchi a spillo

Proemio


Siamo tornati. Anzi, siAmo tornati, come abbiamo detto, ripetuto e scritto in tutti i luoghi, in tutti i monti e in tutti i laghi. Siamo tornati e siamo sempre noi, che felicità, quanto amore!
Cuoricini rossoblù, quante meraviglie e quante novità ci sono da raccontare, quante gioie, quante soddisfazioni, tutto questo per un punto in due partite, direbbe qualche cugurrina rediviva. Il calcio, ricordatevi sempre, è degli sfigati replico io, e quest’anno per noi piccoli romantici orgogliosi della propria sudatissima sfiga arriveranno tante, piccole gioie, incantevoli come il testolino duro di Sau che svetta su un muro di mastodonti.
In questo primo numero dello stiletto ho deciso di non procedere alla cronaca delle prime due giornate di campionato, che avrete già letto e riletto, ma ho ritenuto più utile analizzare alcuni punti fondamentali che ci possano aiutare a capire meglio, e quindi a sbarcare, il campionato appena iniziato.
1 I nuovi arrivati dalla Juventus: Isla e Padoin, ottimi giocatori di sostanza ed esperienza. Il loro apporto nel rendere la squadra solida e compatta è innegabile, ma c’è una cosa da fare al più presto per far crollare drasticamente il rischio di prendere gol. Bisogna spiegare, subito immediatamente, a Isla che non è più alla Juventus. Glielo dite con calma e poi vi assicurate che l’abbia capito e che se lo ricordi sempre. Per esempio potrebbe, come esercizio, scrivere cento volte nelle pareti degli spogliatoi “Io sono rossoblù, se mimo un fallo sono nella cacca, se lo faccio sono espulso, se lo faccio dalla tre quarti in su è rigore. E se lo ricevo? Chiedi a Barella, chiedi a Sau. Se mi spezzano una gamba? Chiedi a Dessena.”. Così quando entrano negli spogliatoi ripassano anche Padoin, Storari, e tutti quelli a cui servisse.
n.b. Mister Isla, mister Pado, ragazzi tutti, badate bene che non vi ho detto di non fare falli. A noi i cartellini piacciono, Conti non uscirà mai dal nostro cuore. Però vogliamo qualità: basta con i rigorini da fighette al sesto minuto, noi vi vogliamo vedere con una tibia tra i denti, o partendone gente di testa alla Larry. Noi vogliamo consapevoli tacchetti sui denti, non tiratine di maglietta da compagni di banco. Non vogliamo proteste contro la terna, quaterna o cinquina, noi vogliamo che l’albero genealogico della giacchetta fluo scenda sulle ramificazioni del palco arbitrale e lo addobbi come un alberello di Natale. Imparate dai nostri Daniele capitani Conti e Dessena. Ma anche da Lopez e Abejon. Uno di noi, siate uno di noi! E al mio tre scatenate l’inferno!
2 Come diventare un mito indiscusso per un popolo intero in cinque minuti: Bruno Alves. Una prenda ‘e oro, tecnica e potenza, piace agli uomini perché è un duro e alle donne perché è bello. A me per tutte e due le cose, a nonna Nenna e Violet ancora di più. Portoghese di origini brasiliane, in realtà se lo guardi bene ha la faccia da Casteddaio verace e il colorito di un unto del Poetto: uno di noi prima ancora di saperlo!
 Bruno è uno che se lo incontri da Mariuccia mentre fa colazione, gli dai un pallone e gli dici “senti, c’è un gatto che prende il sole in via Risorgimento 37, è bravissimo di testa” lui esce un attimo e gli passa un pallone millimetrico, morbido morbido e il gatto la piazza dritta nella cuccia del doberman del vicino, che neanche se ne accorge. Poi torna dentro, si accorge che uno brutto con la maglia del Napoli mi ha rubato il cornetto alla crema e gli fa cadere i denti con lo sguardo. Infine, per assicurarsi che non lo farà mai più, gli spezza le braccine. Io Bruno me lo immagino così, un cavaliere errante, un eroe.
3 Punto tre, come i tre Marco, la nostra carta vincente dell’anno. L’idea di Violet è: “facciamo una squadra tutti di Marchi e un Marcantonio!” laddove il Marcantonio è Bruno, ovviamente.  Per le cugurre la questione si può riassumere con Marco “chi mi paridi Saponetta Fiori”, Marco “ma se non c’è Belen allo stadio cosa l’abbiamo comprato a fare”, Marco “cussu paccu ‘e Sau”. Per noi la questione è ben più interessante e positiva e la riassumerei così.
Marcone: posto che il paragone con saponettino mio non è un difetto ma un onore, Marcone Storari vale doppio in campo: fa da portiere, peraltro bravo, e da caricatore di agonismo, che ci serve ancor più di un portiere. Come esulta lui esulta solo Peter Pan con i bimbi sperduti, ha una voglia di vincere che se la contagia a tutto lo stadio, dagli spogliatoi alla curva, dai magazzinieri ai fenicotteri che sorvolano il campo per guardare la partita, non ci manca niente per essere felici.
Marcolino: non capisco perché si stenta sempre a riconoscerne il valore, io lo trovo una meraviglia. Lui gioca, è generoso ma sa prendersi la responsabilità di tirare in porta. Di sbagliare a volte. Altre di fare i miracoli con quel piedino d’oro che si ritrova. Quest’anno ha deciso di mostrare che anche il suo testolino non è male, sembra di vedere Zola! Se solo gli si lasciasse il tempo di provare a fare una doppietta…
Marco: devo ammettere che io ero piuttosto scettica, ma per ora mi pento e gioisco dei miei errori di valutazione. Il suo incontro calcistico con Sau sta contribuendo positivamente all’entropia universale. Nonna Nenna, quando ha appreso nel dettaglio la carriera di Borriello ha detto: “se segna almeno un gol a ogni ex vinciamo il campionato!”. Magari è troppo… ma… schhhhhhhhh!!! Tacciamo e non mettiamo limiti alla provvidenza.
4: le scelte tattiche. Dall’osservazione attenta dello scorso campionato e di queste prime giornate del nuovo e dalle importanti disquisizioni con Violet siamo giunte a formulare un piccolo e semplice consiglio per Rastelli: NON PROVARE MAI PIU’ A TENERE IL RISULTATO!!! DOBBIAMO FARE ANCORA UN GOL! Quindi se ci troviamo in vantaggio pensiamo sempre al raddoppio, non a togliere Sau di corsa. Sempre al raddoppio, sempre. E ripassiamo la tabellina del 2 per essere certi di sapere com’è fatto un raddoppio.
5: I mincidissi. Ne ho individuato due, Barella e Giannetti, più un mincidisso alternativo: Murru. Se pensate di scatenare l’inferno e non avete un mincidisso non siete nessuno, sappiatelo!
6: le cugurre. Ricordiamo che sono tra noi: se le conosci non ti uccidono.
7: il Tonara. Inizia anche quest’anno con il derby in coppa Italia, domina la partita e vince per 2-1. Il primo round è andato, avanti così!
8: come l’8 sulla maglia di Nenè. Se qualcosa si dovesse inceppare, se arrivassero momenti di crisi, se dovesse all’improvviso mancare il gioco… pensiamo intensamente alla mitologica cavalcata di Nenè a Roma. Lui che corre e tutti i giocatori della Roma che a turno gli cadono ai piedi. Oronzo Pugliese che lo insegue a bordo campo provando a distrarlo, a dirottarlo. L’azione più famosa di Nenè non si conclude con un gol, ma con
l’appoggio perfetto per Riva. Ecco, quando arriveranno i momenti brutti, pensiamo tutti insieme a che cos’è una squadra, a che meravigliosa poesia è il calcio. Giochiamo e sorridiamo, in campo e sugli spalti, e le stelle ci sorrideranno!
E adesso tutti ai posti di combattimento, che inizia la partita!






giovedì 4 agosto 2016

I Monti Pallidi


Tanto tempo fa esisteva sulle Montagne Dolomitiche un Antico Regno di pace e d'amore. Le valli del Regno erano ricoperte di prati verdi, punteggiati di fiori dai mille colori. Le pendici dei monti erano ricche di boschi freschi e ombrosi. Le conche invitavano il Cielo a specchiarsi nei laghetti, limpidi e trasparenti come il brillante più puro. A quel tempo le rocce delle Montagne Dolomitiche avevano lo stesso colore di quelle delle Alpi e il popolo dell'Antico Regno viveva  felice attorno al proprio Sovrano. Chiunque fosse passato di là avrebbe potuto respirare un'atmosfera lieta e accogliente, ricca di serenità e bellezza. Era un luogo magico!
Il Re abitava in un grande Castello insieme al Principe, suo unico figlio, sposo novello. Il giovane si era innamorato follemente della figlia della Luna e la fanciulla di lui: presto si erano sposati e stabiliti nell'Antico Regno. La Principessa amava quei luoghi profondamente, specialmente i boschi: da lungo tempo li percorreva sulle ali della Notte, quando la Luna, sua madre, splendeva piena e regale, riempiendo del proprio chiarore le radure e giocando a nascondino con le lucciole e le altre piccole vite notturne del bosco. Ma una cosa è amare e visitare un luogo, altra è lasciare il proprio mondo per venire a vivere quaggiù! La fanciulla si ammalò di nostalgia: la luce del sole era accecante durante il giorno e non le dava pace; poteva vedere il volto pieno della madre solo una notte al mese e il sorriso della Luna le mancava moltissimo. Amava il Principe, di un amore pieno e vivo, ma ogni giorno diventava più pallida e triste. Così tornò da sua madre: come ai tempi del loro breve fidanzamento, il Principe e la Principessa si incontravano nel bosco solo nelle notti di Luna Piena.
Non era una buona soluzione. Scese la mestizia nel cuore del Principe e contagiò tutto il popolo dell'Antico Regno. Il giovane ormai vagava per il bosco, dove ogni radura, ogni gioco di luce ed ombre, gli ricordava il sorriso della Principessa. Ma si sentiva solo, perché la Sposa era perduta e lontana!
Un bel giorno, però, fece un incontro particolare che si rivelò provvidenziale per la vita di tutto il Regno, per il suo popolo e le sue montagne. Passava nel bosco a quel tempo il Popolo dei Salvàns, guidato dal proprio Re. Piccoli come gli gnomi, operosi come i folletti, i Salvàns erano alla ricerca di una Terra dove stabilirsi. Fu stretto un patto tra l'Antico Regno delle Dolomiti e il Popolo dei Salvàns: le Montagne avrebbero assunto un aspetto nuovo, più adatto perché la Figlia della Luna potesse trovare dimora sulla Terra e, in cambio, i Salvàns avrebbero fatto di quei boschi ospitali la loro casa per sempre.
Quella notte ci fu un gran lavorio sulle Dolomiti: piccole mani veloci filaronono instancabilmente ogni singolo raggio di luce lunare e il ticchettio dei telai, che tessevano una splendida veste, bianca e luminosa, per le Montagne, riempì tutti i boschi, le valli e le contrade dell'Antico Regno.
Da quel giorno molte cose cambiarono: le Dolomiti divennero i Monti Pallidi che ancora oggi possiamo ammirare; il Principe dell'Antico Regno e la Figlia della Luna si ritrovarono e vissero felici e contenti, mai più divisi, la storia d'amore più lunga e perfetta di tutti i tempi e di tutti i luoghi; i Salvàns trovarono finalmente, dopo un lungo peregrinare, una patria accogliente dove abitare.

Così vi raccomando, se passate di là, sollevate gli occhi alle pallide rocce delle Dolomiti e pensate che esse sono una casa bianca e accogliente, come quella che solo un grande amore e un lungo viaggio possono creare nel buio operoso di una notte.
Così vi prego, se attraversate quei boschi, fatelo con passo leggero, abbassate la voce e lasciate, qua e là, semplici e umili omaggi per il Piccolo Popolo che, ancora oggi, lì vive.


Questa storia è liberamente tratta e adattata da una antica leggenda ladina delle valli dolomitiche: "i Monti Pallidi".

lunedì 25 luglio 2016

Operazione Rosso Trasparente

Mi sono accorta ieri di non essere l'unica Red nei dintorni.
Ho visto infatti che Red è anche la firma di diversi post di una pagina Facebook molto popolare che si occupa di archeologia sarda e di un sito cagliaritano di informazione.
Quindi, per non alimentare possibili equivoci, voglio sottolineare che io uso lo pseudonimo Red solo ed esclusivamente su La Rassegna Stronza, dal 21 luglio 2011.
Che poi, più che uno pseudonimo è un gioco, visto che il mio nome, Valentina Basciu, è noto a tutti, o quasi, i nostri venticinque lettori.

giovedì 21 luglio 2016

Quinto Genetliaco Stronzo

Mentre si conclude il Quinto Genetliaco di questo nostro piccolo blog, Red e Violet vogliono ringraziare tutte e tutti coloro che gli hanno dato vita, gli hanno regalato tempo, creatività ed anima in questi anni: per periodi più lunghi o anche solo per pochi mesi, non è importante, perché ciò che è essenziale è il cuore... la piccola o grande scia colorata che si lascia
Grazie a Pink, che insieme a Red ha incominciato questa avventura!
Grazie a Black, a Cyan, a Green, a White e a Rainbow
Grazie a Paul Blau Vierzig
Grazie a Nicola Pisano per il logo e tante delle nostre illustrazioni
Grazie a tutti coloro che ci hanno regalato storie, poesie, foto...
A chi ha ospitato i nostri eventi dal vivo
A Tonara e al Tonara
A chi ci segue e legge e non ci fa mancare il suo affetto
Grazie
Red e Violet