lunedì 31 agosto 2015

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca. - Limited Edition - 

Relazione finale
E prima che tutto diventi un lontano ricordo sdrucito dagli avvenimenti, ammonticchiati gli uni sugli altri per l’incapacità di gestirli e viverli per quelli che sono, cosa resta di questi anni dell’Appartamento tedesco?
Il moto rabbioso di realizzare sé e per vedere fin dove si può arrivare sorvolando su paure e dubbi, se esiste un posto in cui stare bene e verificare di che pasta si è fatti, se chi dice male ha ragione e chi dice bene torto e se si riesce a realizzare qualcosa.
L’eterna metafora del viaggio umano nello spazio, con mete luoghi vicini o distanti, nel tempo, a ritroso o nel futuro, in compagnia o da soli, cioè sempre da soli o al massimo in compagnia di sé, e nella meraviglia, per conoscere popoli sconosciuti o approdare sventurati su isole deserte.
In questi anni si è appreso tanto, si sono conosciute diverse persone, si sono viste nuovi posti, pensato molto e sperimentati tanti numerosi nuovi e diversi sentimenti.
A volte è proprio vero che bisogna andare lontano per smascherare chi si è veramente. L’ultimo degli ultimi, non si è casa neanche altrove, non c’è a questo mondo proprio nessuno che si chini con una carezza esclusiva, l’inabilità a stare al mondo unita all'inadeguatezza davanti alle proprie aspirazioni e il miraggio di un qualcosa si sgonfia assieme all'idea di sé.
Si è scoperto di non avere più le forze di ribaltare il risultato, la tenacia e la determinazione verso il traguardo prefissato, che non si sa più sognare e progettare il futuro con castelli in aria cercando di porvi le fondamenta verso terra.
È successo come se i pericolosi maroni della quotidianità avessero catturato con i loro flutti l’avventato nuotatore che si è spinto troppo a largo dalla costa. Alla fin fine, pur di non soccombere schiacciato dalle forze della Natura, il disperato si è abituato pure a farsi trascinare da quel moto spontaneo per andare avanti e vedere dove si approda.
Eppure il confronto con una realtà “superiore” rivela inesorabile quanto si vale e allora, dopo un onesto esame di coscienza, si sa comprendere che va bene così.
Non si può fare altrimenti, meglio atterrare volontariamente sulla realtà con i propri errori. Ci vuole fegato per guadarsi dentro ogni sera e ogni mattina allo specchio. È una questione di dignità, innanzitutto di fronte a sé stessi.
Anche si erra per infinite lande infestate di briganti e draghi non si è un eroe.
Non si poteva fare di più ormai. Anzi, visto che si è avuto fin troppo rispetto a quello che si è e si è dato, si accoglie quanto vissuto e ricevuto come un dono inaspettato, un qualcosa che, se si fosse migliori, si sfrutterebbe convenientemente ma che non si può fare a causa della propria debolezza congenita.
In fondo non c’è niente di male nel cadere nella polvere senza potersi rialzare. La sconfitta fa parte del gioco. Saper ammettere la superiorità dell’avversario e l’equità del risultato senza imputare qualcosa all’arbitro o al destino cinico e baro segnato dalla linea di porta. Non c’è fuorigioco svisto che possa giudicare una lagna.
A volte ci si pensa come impegnati nella corsa sulla banchina di una stazione nella corsa dietro a un treno, quello dei desideri. Ma è ridicolo. Il capostazione non urla la partenza ai viaggiatori ritardatari perché quel treno non è mai arrivato e non partirà mai. È un treno fantasma. Non c’è. La locomotiva non sbuffa e le rotaie del convoglio non mordono i binari. La corsa in una stazione affollata non significa, perciò, che ci sia il treno – ma quale? – pronto a fermarsi per noi ma soltanto la voglia di viaggiare e di andare dove non si è stato mai.
Non è sano o igienico vivere in un mondo parallelo fatto di idee o illusioni inscatolare pronte da mangiare e offrire senza fatica ma per alcuni è – giustamente – preferibile così, con tacita consapevolezza o lampante avventatezza. Altrimenti significherebbe non sopravvivere all’orribile verità di sé e del mondo. Infatti, per quale motivo lo si fa se non per arrivare nelle migliori condizioni possibili al momento fatidico?
Allora, è stata una missione impossibile contro il nemico interno che ha fatto scoprire la propria piccolezza e pochezza, perdere il lato più lucente per avere in cambio un momento di gloria bigotta, lasciarsi sfuggire contatti, diluire affetti e rallentare care amicizie senza per questo dimenticarle e trovare degni sostituti.
Dietro il mantello di velluto rosso trapuntato di brillanti si cela pertanto lo strazio più profondo di un paesaggio desolato di rovine e disgrazie, la desolazione di un deserto dalle cui dune affiorano tracce di ciò poteva essere stato, l’inganno di una fuga pietosa chissà per fondare cose su sabbie mobili, il vuoto appagamento di un desiderio oscuro, la volontà di dimostrare l’esistenza di sé e che si è in grado nonostante tutto quello che non va.
In ogni modo è sempre la cosa migliore che si doveva intraprendere e che va ripetuta cento volte. Provare come si può a vivere ancora un po’ e non sentirsi morire inesorabilmente dentro. Che vita è senza provare e come si vuole?
E allora? che cosa resta?


Paul_Blau_Vierzig

martedì 11 agosto 2015

Storie mute - La Muta by Red

Vi è mai capitato di rimanere muti di fronte a un quadro? Di rimanere ipnotizzati da uno sguardo dipinto che sembra raccontare mille storie e mille vite? Di avvicinarvi tanto da far suonare l’allarme per vedere, nitide, le pennellate, i colpi di spatola o gli schizzi di colore e ripercorrere attraverso la tecnica i gesti e i pensieri con i quali un artista ha creato la sua opera?
A me si, è capitato, anzi, capita quasi sempre.
Questa rubrica parla di questo, di storie suggerite dai soggetti dei quadri ai miei occhi e alla mia fantasia. Storie di donne, per mia scelta. Ma anche storie degli artisti che li hanno dipinti. Questo è il fil rouge che lega i racconti di questa nuova rubrica: sono storie di donne, di uomini e storia dell’arte: storie mute che provo a tradurre in parole. Sperando di non essere troppo pretenziosa… Ecco a voi 

La Muta di Raffaello




Guardami. Ti sto spiando mentre sali gli ultimi scalini attenta a non inciampare.
Voltati. Ti osservo perderti con gli occhi tra le pareti della sala, traboccanti di bellezza.
Tu ancora non mi hai vista ed io ti sto fissando.
Ti vedo, ti guardo, ormai ti conosco, so tutto quel che conta di te.
E ora ti parlo. 
Mi chiamano la Muta.
Muta.
Come se non parlassero abbastanza le mie mani inquiete che stringono un fazzoletto. Parla lui per me, dice: “vedova”. Parlano le mie mani trattenute mentre vorrebbero scagliarlo via, quel simbolo di lutto. Poche cose ereditai dal mio matrimonio precoce. Un figlio e un fazzoletto da vedova. Abiti verde scuro e l’immagine terribile della furia di uomini assetati di potere. Il tanfo dolciastro del sangue e l’angosciante possibilità di essere data in sposa. Data a un destino non mio. Ancora una volta.
Muta.
Come se non parlassero i riccioli morbidi che sfuggono alla compostezza del velo sottile che mi trattiene i capelli. Impercettibilmente giocano col mio viso. Esiste sempre una fuga dalle catene dorate, io lo so, esiste sempre un modo per sentire la vita. Ma so che non deve essere visto da tutti. Non agli uomini e al loro stupido onore, oppure la fuga sarà punita. Ed io sento che accadrà. Presto.
Muta.
Come se per tacere bastasse chiudere la bocca. Le mie labbra serrate conservano ogni grido, ogni preghiera, ogni supplica che ho fatto ed è rimasta inascoltata. Solo ora che taccio il mio grido è udibile a chi sa e vuole guardarmi.
Muta.
Come se i miei occhi non dicessero a chiunque li incroci tutto quello che hanno visto. Molto più di quello che i vent’anni che dimostro avrebbero dovuto vedere. Più di quello che a una nobildonna è lecito sapere. Avrei preferito che diventassero ciechi per non dover vedere e piangere ancora, invece sono rimasti aperti e hanno iniziato a parlare.
Un giorno giunse al palazzo un uomo per fare un ritratto e volle ascoltare una ragazza silenziosa per i più. Ascoltò il mio volto, mi guardò. Mai vidi uomo guardare il mondo come faceva lui. Per lui ero solo un essere vivo, vitale, parlante, parte di una natura amata fino a consumarla con gli occhi. Vide le mie mani inquiete, capì con quanto sforzo avevo chiuso le labbra. Si accorse della mia libertà. Guardò i miei occhi e udì la mia anima.
Sono passati 508 anni.
Quando vidi il dipinto dissi solo: “Non sono così bella, messere”. Lui rispose semplicemente “vedete solo quanto io ho visto guardandovi, mia signora”.
Allora imparai a guardare e vidi anche io.
Per questo ora ti guardo e so tutto di te, da quando hai fatto l’ultimo scalino prima di arrivare alla sala traboccante di bellezza, attenta a non cadere.
Il giorno in cui imparai a guardare mi vidi, e capii.
Capii di essere più nobile del nome che portavo.
In tanti hanno cercato il mio nome, qualcuno l’ha trovato, ma ormai non ha più valore.
Io l’ho dimenticato quel giorno. Della Rovere, Montefeltro: sono nomi senza alcun significato e non voglio più sentirli.
Il mio ritratto ha smesso di essere un ricordo per diventare un’eredità preziosa, un “Raffaello”.
E messere Raffaello, l’unico uomo che davvero mi vide e raccontò la mia storia, l’uomo che mi insegnò a guardare, è l’unico nome che ancora voglio sentire.
Mi chiamano la Muta.
Io sono la Muta.
Tu all’improvviso hai smesso di parlare, incantata dalla bellezza. Finalmente hai perso le parole e sei pronta ad ascoltare.
Ora voltati, ti sto guardando.



Cosa state vedendo mia signora? Il vostro sguardo non si ferma ai giardini oltre la finestra, non cerca, come gli altri, di intuire dai miei gesti il disegno che si compone sicuro su questo cartone. State guardando il domani. Ma vedete il vostro ieri. L’oggi vi sfugge per quanto vogliate trattenerlo. Le vostre mani temono, ma negli occhi avete già tutto il coraggio di cui avete bisogno. Quale tumulto cela la vostra fiera compostezza? Certamente i pensieri che vi trafiggono la mente sono più delle voci che si rincorrono attorno al palazzo. Il vostro sorriso non si è sciolto alla mia voce suadente, ma ciò che vedo è abbastanza perché io possa dipingere elegante equilibrio e assoluta nobiltà, anzi, ancor più in alto: bellezza.


“La muta” è un ritratto di nobildonna dipinto da Raffaello con la tecnica dell’olio su tavola nel 1507. Il suo nome enigmatico l’accompagna già dal XVII secolo, quando il quadro fu incluso con questa dicitura nell’eredità di Vittoria della Rovere. Sull’identità della giovane dama ritratta si è tanto studiato e scritto: la potente ed energica Giovanna Montefeltro? La giovane e sfortunata Maria Della Rovere?
Quando mi ha parlato, la Muta, mi ha detto di non pensare al suo nome, quindi non vi dirò nulla di più e se vorrete placare la vostra curiosità (se sono riuscita a suscitarla) potrete facilmente trovare notizie sul dipinto e sulla storia di queste affascinanti donne del Rinascimento italiano.
Oltre a messere Raffaello che l’ha resa immortale, la nostra amata gentildonna ha nel cuore i carabinieri che il 23 marzo del 1976 la riportarono da Locarno al suo posto alla Galleria Nazionale delle Marche, nel Palazzo Ducale di Urbino, da dove fu rapita il 6 febbraio del 1975. Non le piacque dar piacere a dei delinquenti e fu molto felice di tornare ad essere Patrimonio Pubblico.
Proprio a causa di questa brutta avventura però ci siamo incontrate: a luglio infatti è approdata a Cagliari, dove starà in mostra fino al 15 ottobre insieme a più di cento altre meraviglie, tra quadri e reperti archeologici, che hanno in comune con lei la sorte di essere state rubate e successivamente recuperate grazie al lavoro del Comando dei Carabinieri del Nucleo di tutela del Patrimonio Culturale, in occasione della mostra “la memoria ritrovata”, alle carceri di San Pancrazio.

Raffaello nacque il 6 aprile del 1483 e trentasette anni dopo, lo stesso giorno, morì. Racconta il Vasari che morì dopo quindici giorni di agonia a causa degli eccessi d’amore. Non sappiamo se sia vero, certo è che visse con amore: per l’arte, la bellezza, la natura, la vita. Da Urbino a Città di Castello, da Firenze a Bologna fino a Roma portò con il suo lavoro di pittore e architetto armonia ed emozione e ancora è così per chiunque abbia la fortuna di incontrare una sua opera.

Se andate a Roma non dimenticare di entrare al Pantheon. Non fatevi fuorviare dalle lugubri tombe reali e cercate una lapide spoglia e sobria: “Qui è quel Raffaello da cui, finché visse, Madre Natura temette di essere superata, e quando morì temette di morire con lui”. Portate un saluto e un sorriso, con grazia, a colui che più di ogni altro la grazia ha reso visibile e vera.

lunedì 3 agosto 2015

Un anno, un mese, una settimana e un giorno


Foto da Web


Nei tempi lontani, in un piccolo centro del Logudoro, in terra di Sardigna, alle feste grandi, gli abitanti del paese si riunivano per ballare su ballu tundu intorno al fuoco. A quei tempi, alle danze venivano anche le fate che abitavano nei dintorni. Erano molto belle le fate e un giorno un giovane si innamorò di una di loro: era una fanciulla piccola e gentile, dal portamento elegante. I piedi leggeri non toccavano terra durante il ballo. Il cerchio era come un'onda e la jana si lasciava portare dal ritmo che andava e veniva, veniva e andava, per poi ritornare. Il giovane innamorato, la guardava incantato e non capiva se fosse il chiarore del fuoco a rendere luminoso il sorriso della fata o se fosse quel sorriso ad illuminare il mondo che le girava attorno. Intanto, dal cielo, anche la luna sorrideva e spandeva sulla terra il suo bianco chiarore.
Il giovane voleva dichiarare il proprio amore, ma non riusciva, perché la jana andava e veniva alla sua vista e nessuno sapeva dove avesse dimora. Allora un amico più scaltro gli consigliò di stare all'erta: quando la fata fosse tornata a ballare al suo fianco, doveva cucire, senza farsi notare, il lembo della gonna di lei ai suoi calzoni. Così legata, la fata sarebbe rimasta per sempre con lui.
La jana venne al ballo e il giovane cucì. Ma mentre si apprestava a chiudere il punto, si udì una voce che chiamava: “Genziana, Genziana!”. A quelle parole la jana strappò la cucitura e scomparve. E non tornò mai più a ballare su ballu tundu intorno al fuoco con gli umani. L'innamorato cercò e cercò, a lungo e ancora, ma invano.
Un giorno, mentre era a monte a lavorare, il giovane vide passare la sua fata e la seguì finché lei non entrò in una piccola domus sul pendio della collina. Si avvicinò all'ingresso, dove trovò la madre della fata e le confessò il suo amore. “Conquistare la mano di mia figlia è un'impresa difficile”, disse la jana. “Se vorrai farlo, dovrai superare una prova. E per superare la prova dovrai farti sordo, cieco e muto”. Il giovane accettò e si sedette, in attesa. Allora la fata si mise a impastare la farina, fece una bella focaccia, l'avvolse in un tovagliolo e la pose sui carboni accesi. “Brucerai il tovagliolo!”, gridò il giovane. Così facendo scatenò la rabbia della jana che, presa una scopa di saggina, lo spinse via con quella. E subito scomparve.
Il giovane non si dava pace. Rimase a lungo seduto lassù, sulla collina, immobile. Scese la notte, si alzò il vento e capì che l'aveva persa perché aveva ascoltato e udito, aveva guardato e visto ma, soprattutto, non aveva mantenuto il silenzio del muto. Allora scese, per tornare verso casa, e giunse nel punto in cui aveva veduto la jana prima di seguirla. C'era un talismano, per terra. Si chinò, lo raccolse e lo strinse al cuore. Il vento era venuto giù per la collina, dietro a lui: portava voci, parole. Era carico di storie, meravigliose e terribili. Gli sembrava di udirle e di vederle. Aveva paura e voleva chiamare aiuto, ma non lo fece.
Allora ricordò il detto delle vecchie, giù in paese, che se vuoi ottenere qualcosa devi tentare per un anno, un mese, una settimana e un giorno. Si volse verso la collina e prese una decisione. Sarebbe tornato. Avrebbe affrontato il vento e le sue storie. Forse in esse c'era un insegnamento. Forse poteva ancora imparare come farsi sordo e cieco e muto. E ritrovare la sua Jana.


(Liberamente ispirata ad alcune leggende sulle janas e sas fadas della Sardegna, in particolare le Fate di Mores e una antica leggenda di Thiesi).

SU SCANISCEDDU di Violet



Esattamente quattro anni fa, il primo lunedì di agosto (1° agosto, quell'anno, 2011!), faceva il suo esordio ne La Rassegna Stronza il colore di Violet con il suo Almanacco. 
Ormai da un anno Violet e le simpatiche presenze che l'accompagnano sono rimaste in silenzio: zio Gecob ha collezionato detti antichi, si è immerso nella saggezza popolare, ha osservato, sostato e meditato; il Lama, ha esplorato le vie dei racconti e delle leggende, del loro viaggiare nel tempo per giungere fino a noi. Non è stato quindi un tempo improduttivo, né un tempo di lontananza: Violet ha pensato molto a questa creatura digitale che le è nipote nel cuore. In questo pensiero costante, pian piano, si è fatta strada un'idea: quella di condividere con i lettori di questo blog una parte di questo percorso, che sta portando Violet dentro il mondo del “racconto”, o meglio ha portato le storie a sfiorare con le proprie parole antiche le orecchie del suo cuore. 
Dodici racconti, ha pensato Violet, di luoghi e tradizioni diverse: come un cerchio che parta dalla Sardegna e qui ritorni. Una al mese, per trascorre un altro anno insieme... per prendere su scanisceddu e uscire in cortile ad ascoltare e narrare, come si faceva una volta nelle calde sere d'estate, per sedersi attorno al fuoco e condividere vita e saperi, man mano che il tempo passa e arriva l'inverno.

Ma, ancora una volta, ad ascoltare i detti antichi, le decisioni sono da cambiare, modulare, perfezionare. Penso che proveremo a dividere un pezzo di strada per un anno, un mese, una settimana e un giorno, a partire da oggi, come insegna l'antica tradizione di questa Terra immersa nel Mediterraneo da cui Violet vi scrive: se il vento continuerà a portare parole lontane le storie saranno quindi tredici, come le Lune di un anno... e poi, chissà... Buona lettura!

sabato 1 agosto 2015

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca

L’appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca. – Limited Edition -
50 sfumatura di Blau
E dopo il fenomeno della “Blue Moon”, o Blaue Mond, e in attesa trepidante del suo ripetersi all’inizio e alla fine del gennaio 2018, si può provare a sfogliare il dizionario di tedesco (Duden) e scoprire usi e significati del colore blu (-s, Blau, -s; Pl., -s) a seconda che lo si intenda sostantivo (maiuscolo) o aggettivo (minuscolo) nella lingua più parlata in Europa.
Così, per esempio, se alziamo lo sguardo dalle cose terrene del Blaue Planet (die Erde) al cielo (die Himmel) ci accorgiamo che, al di là delle nuove, è disteso un leuchtendes o strahlendes (vivace, inteso) Blau. E si può anche dire…Himmelblau per il color celeste.
Poi vabbè, ci sono i toponimi più famosi di luoghi dov’è bello trascorrere le vacanze: la Blaue Grotte di Capri o il Blaue Nil, come il Donau. Oppure, se si sogna viaggi esotici nel Blauen Band (des indischen) Ozeans, ci si può sdraiare sulle spiagge delle blaue Mauritius, o della Blaue Lagune di un noto spot televisivo di un sito internet di viaggi. Sennò, se si ha paura dei lunghi voli e si ama l’aria fresca di casa si può guidare, vestiti ganz in Blau, verso la Germania orientale passando per Berlin, dove si troverà il Berliner Blau, un colorante artificiale particolare scuro e stahlblauer, per arrivare a Dresden. Qui è doveroso attraversare il fiume Elba sul ponte Blaue Wunder, per l’appunto, un miracolo di acciaio blu (ma si veda anche sotto).
Ma proprio la tappa nei territori tedeschi dov’era calata una cortina di ferro ci fa ricordare che a München era attiva dal 1911 al 1914 la corrente artistica chiamata Der Blaue Reiter (Il cavaliere blu) di V. Kandinskji, F. Marc, P. Klee e A. Macke. Nato in risposta al movimento artistico Die Brücke fondato a Dresden nel 1905 e all’esclusione del quadro “Il giudizio universale” del pittore di origini russe dalla mostra della Neue Künstlervereinigung, il nome del gruppo richiamava un quadro del 1903 e la grande passione per il blu di Kandinskji e l’amore per i cavalli di Marc. Nel manifesto programmatico non scritto il Blau è il colore della spirito: più inteso è, più ridesta il desiderio di Eterno nell’Uomo.
E allora la blaue Blume (fiore) è l’immagine simbolo del Romanticismo o il Blauer Eisenhut è l’italico aconito napello, una pianta erbacea della famiglia delle Ranunculaceae tra le più tossiche della flora delle Alpi, la cui con la sommità somiglia vagamente a un elmo antico di colore blu metallico.
Ancora i ragazzi che servono sotto la bandiera della Marina tedesca sono “unsere blauen Jungs”, la lettera che informa i genitori che il loro figlio (o la loro figlia) rischia di ripetere l'anno si chiama blauer/Blauer Brief oppure, infine, il Blaue Engel è il sigillo dei prodotti ecologici…o fa tornare in mente Marlene Dietrich che si consacra con il ruolo di una cantante di varietà del locale “der Blaue Engel” nell’omonimo celebre film di J. Von Sternberg (1930).
In ogni modo, se non ve ne importa niente della natura o dei fogli scolastici e non siete dei cinefili e, a questo punto, vi è venuta pure fame potete cucinarvi una Forelle blau, una trota al blu…
Ma al di là di queste amene citazioni è la lingua parlata che rivela interessanti e divertenti sviluppi e modi di dire…così, tanto per dire che sul tuo braccio c’è un livido ecco un blauer Fleck. Il tuo viso è paonazzo? Blaues Gesicht. Le tue labbra sono violacee? Blaue Lippen. O hai un occhio pesto? Blaue Auge. Che però possono essere pure due…blu naturale. C’è troppo freddo e vi sono venuti i geloni? Di sicuro avete blaue Hände.
Cos’è? Ieri sera siete usciti e avete fatto bisbocce fino all’alba? E vi siete pure blaue gemacht? Non ricordate? Chiedetelo al vostro vomito o al cerchio che avete intorno alla testa.
Parlate, parlate, senza pause, con innumerevoli proposizioni subordinate, beh, allora ins Blauen o das Blaue vom Himmel parlate [herunter(redet)].
Per caso fate vedere (vormachen) a qualcuno foschia fuliggine bluastra (blaue Dunst)? Allora siete degli ingannatori. O a qualcuno promettete (versprechen) il blu del cielo (das Blaue vom Himmel)? È come se promettesse mari e i monti! Imbroglioni! E magari di tanto in tanto alterate ([herunter]lügen) il Blaues del cielo, allora le sparate proprio grosse. Siete dei bugiardi senza scrupoli.
È weekend e guidate (fahren) ins Blaue. Beati voi che fate una gita senza meta, senza sapere dove andrete. Vi appaiono all’orizzonte della vostra escursione miracoli blu (blaues Wunder)”? Allora ne vedrete (erleben) delle belle!
Come? È già lunedì e saltate il lavoro o un appuntamento di cui non ne avete proprio voglia? È blauer Montag o fate (machen) blau… cioè vi passate. Ma bravi…

Paul_Blau_Vierzig