mercoledì 13 aprile 2016

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica della grammatica del calcio


Oh, ma guarda chi si rivede!
Ce ne eravamo liberati, e ora sono tutte in gran spolvero a piangere crisi, sconfitta e delusione per questa retrocessione in C, ops, scusate, Lega Pro, che ormai sembra inevitabile, a cinque punti dalla vetta della classifica. Dai, tornate a guardarvi il calcio che conta, lasciateci in pace che portate evidentemente sfiga, portate il vostro disfattismo fuori dal sant’Elia: è contagioso. La situazione delle ultime settimane non è entusiasmante neanche un po’, è vero, ma all’inizio di settembre ce l’eravamo detto, o no? “Il campionato di B è lungo e difficile, ci sono squadre affamate e agguerrite, è impossibile concluderlo senza aver passato momenti difficili, e noi in allora saremo con la squadra ancor più che nelle vittorie. Ogni punto è prezioso, perché se arriveranno periodi di calo, e arriveranno, sarà importante avere un vantaggio da parte e ancor più sarà importante il sostegno dei tifosi che ci sospingeranno fino all’ultima giornata e ci porteranno fuori dai momenti difficili”. Non l’ho sognato, l’avevamo detto, no? Ecco, il momento difficile è arrivato. Cosa facciamo? Un bel piagnisteo collettivo? Scateniamo l’inferno? Ci fermiamo, respiriamo e ripartiamo? No, cugurriamo! Anzi, cugurrate, perché io me ne tiro fuori. Mi prendo le mie responsabilità: evidentemente il mio blocco dello scrittore non porta bene. Devo rimediare, spero di riuscire a farlo, e mi cruccio di aver saltato così tante settimane di cronaca calcistico-apotroppaica. Poi possiamo analizzare l’andamento del gioco: i mincidissi che fine hanno fatto? L’energia e la voglia di giocare di inizio campionato si sono un po’ sbiadite, bisogna ammetterlo. Ma le cugurre… le cugurre se le vogliono prendere le responsabilità delle loro azioni? Voglio dire, a inizio anno erano tutti spariti, ché la B non è interessante. Poi, appena il profumo di vittorie si è fatto persistente nell’aria sono tutti saltati sul carro del vincitore. 
Ora, il salto del carro è uno sport sgraziato e molto poco dignitoso, ma scambiare uno che sta vincendo con uno che ha vinto è un errore imperdonabile! È una questione di aspetto verbale, in latino e in greco lo si capisce molto meglio: tema del presente, tema del perfetto. Nel primo si esprime un’azione nel momento in cui avviene: l’azione è dinamica, in divenire e quindi modificabile. Chi parla di calcio con questo aspetto verbale o è un cronista o è una cugurra (molto spesso entrambe le cose). Poi c’è il tema del perfetto: azione finita, conclusa, non modificabile. Hanno voglia le cugurre di parlare: non si può cambiare ciò che è perfetto. Per esempio: "L’anno scorso siamo retrocessi, quindi quest’anno giochiamo in B": siamo retrocessi è un passato prossimo, in latino perfetto, indicativo. Condizione provocata dalle cugurre, ma attualmente non modificabile. Su questo potete dire tutto quello che volete. Giochiamo: tempo presente. Penso che siate, in quanto nostri lettori, abbastanza intelligenti da capire se e come dobbiate aprire la bocca in questo contesto.
Altro esempio. "Quarantasei anni fa la città di Cagliari si svegliò in festa; anzi non si svegliò per nulla, visto che la notte del 12 non era andata a dormire: avevamo vinto lo scudetto!" Analizziamo: svegliò, passato remoto, in latino si tradurrebbe con un perfetto, quindi l’evento non è modificabile. Era andata, avevamo vinto: trapassato prossimo, in latino si tradurrebbe con un verbo formato dal tema del perfetto, che esprime quindi un’azione non modificabile, ma non ci si accontenterebbe di un semplice perfetto. Lo scudetto del Cagliari è piuccheperfetto. Il latino lo sa, la grammatica lo sa, sappiamolo tutti!
Detto questo, cosa posso aggiungere? Sono troppe le partite che dovrei raccontarvi, sarei troppo lunga e rischierei di risvegliare pensieri malinconici. Direi che tra infortuni disgraziati, pareggi rocamboleschi, vittorie epiche e sconfitte stregate l’analisi di Storari è sintetica ma esaustiva: "Dobbiamo scuoterci". Giusto! Risvegliamo il mincidisso che c’è in noi e andiamo dritti, entusiasti e sicuri verso il nostro fulgido destino, portando ognuno a termine il proprio compito con dedizione: i giocatori giochino, i tifosi tifino e tutti insieme accoppiamo le cugurre!
Ed ora passiamo ai Rossoneri, quelli belli, anzi bellissimi. Non pensiate che ci siamo dimenticate di voi! Abbiamo seguito e sofferto partita dopo partita di questo primo e difficile campionato di Eccellenza e ora siamo arrivati agli sgoccioli. Domenica prossima sarà importantissima, ci si ritrova contro il Monastir e sarà come fosse un'altra finale. Allora ragazzi, noi siamo concentratissime e facciamo appello alla grammatica: tutto quello che bisogna fare domenica è trasformare il campionato presente in un campionato perfetto, tutti insieme, squadra e tifosi, con un solo coro: forza Tonara alè!

E adesso zitti tutti, parte il prepartita!

Intanto nell'Olimpo: ci fosse uno che chiude la porta!

lunedì 11 aprile 2016

La Grande Orsa

Illustrazione originale Nicola Pisano

A primavera, ai confini dell'immensa prateria, quando la Notte stendeva il suo manto stellato, sembrava che in cielo si aprisse la danza della vita.
Era allora che l'Anziana della tribù radunava i bambini, fuori dai tepee, di fronte al Cielo stellato, per insegnare loro le cose della Terra, le vicende della Vita. E cominciava a narrare.
Per l'Anziana donna tutti i cuccioli della tribù erano i suoi nipotini, ma una bimba era speciale nel suo cuore, perché era la figlia di sua figlia. Era una bambina minuta, particolare, riflessiva e solitaria, e sapeva ascoltare. La chiamavano Luna Piccola Bocca, perché emanava una luce pura e parlava da sola, nella prateria, come se il Vento potesse udirla.
Quando gli altri bambini rientravano nei tepee per la notte, Luna Piccola Bocca si avvicinava alla nonna, metteva la sua piccola mano morbida in quella grinzosa dell'Anziana e le chiedeva: “Nonna, raccontami della Grande Orsa che vediamo in cielo”.
Così, a primavera, ad ogni primavera, a sera inoltrata, la nonna si voltava verso Est, indicava un gruppo di sette stelle poco più alte dell'orizzonte, e cominciava una storia, che sarebbe durata un anno intero. Eccola!

Vedi Luna Piccola Bocca: là c'è la Grande Orsa. È bellissima e immensa, è un animale sacro in Terra e anche tra le Stelle del Cielo. La Grande Orsa si è appena svegliata dal lungo sonno del letargo ed ora è ai piedi delle Montagne in cerca di cibo nutriente per riprendere a vivere.
Ma la vita, piccola mia, non è mai piana: guarda laggiù, più vicino all'orizzonte, e vedrai che l'Orsa non è sola nel suo cammino. Tre Cacciatori stanno organizzando un appostamento per catturarla: il primo, il più vicino all'Orsa, è l'Arciere e ha la faretra carica di frecce preparate durante l'inverno; il secondo porta con sé il carico pesante di un grosso pentolone da mettere sul fuoco; il terzo, invece, sembra essere rimasto indietro, ma sta facendo scorta di legna per il fuoco.
Non passa molto tempo e l'Orsa si accorge di essere inseguita dai cacciatori. Ma la Grande Orsa è forte e indomita: saggia, già punta verso le montagne per sfuggire alla cattura. Quando verrà l'Estate, piccola mia, ti mostrerò la Grande Orsa in cielo e la vedrai lassù, correre tra le cime, libera e veloce. Sulle montagne l'estate è più fresca e questo le dà vita e forza. Impara dall'Orsa, Luna Piccola Bocca!
La Ruota del Tempo non si ferma mai e dopo l'estate arriva l'autunno. L'Orsa sa di essere inseguita ma l'istinto la porta a scendere giù dalla montagna: lassù l'inverno è troppo rigido e la caverna dove affrontare il letargo è più vicina al ventre di Madre Terra. Ora, però, sente i cacciatori molto vicini e l'Arciere è ben appostato tra gli alberi del bosco. La Grande Orsa conosce il pericolo, ma sa che deve affrontarlo con coraggio, perché non bisogna sottrarsi ai ritmi del Tempo e al proprio destino. Impara dall'Orsa, Luna Piccola Bocca!
L'Autunno avrà già varcato lo spazio del Cerchio del Tempo quando l'Arciere colpirà l'Orsa. La Grande Orsa è ferita e attraversa il bosco, per raggiungere la caverna dove scenderà in letargo. Perde molto sangue. Allora, piccola mia, vedrai le foglie dei grandi alberi diventare rosse: è il sangue dell'Orsa. Il bosco, pian piano, si spoglia: piange per la sua ferita.
Quando verrà il freddo Inverno, vedremo le Sette Stelle che sfiorano l'orizzonte e tu saprai, piccola mia, che l'Orsa è dentro la caverna, nel ventre della Madre Terra che con il sonno la cura e la guarisce. I Cacciatori, invece, sono tornati all'accampamento a mani vuote e la loro ferita, quella dell'orgoglio, non li lascia dormire. Così, il giorno fabbricano frecce e la notte progettano la caccia, mentre l'Orsa dorme e sogna la libertà. Ecco perché puoi ferire la Grande Orsa ma non la catturerai mai: perché nel cuore della Terra essa sogna di essere libera e i sogni benedetti dalla Madre si avverano sempre. Impara dall'Orsa, Luna Piccola Bocca!
La Ruota del Tempo gira e tornerà Primavera. La Grande Orsa si sveglierà dal letargo e ricomincerà la sua danza in cielo, libera e felice. Anche i tre Cacciatori riprenderanno l'inseguimento.
Noi ci volgeremo ad est e vedremo le Sette Stelle e canteremo la loro danza: racconteremo la loro storia. Perché la Notte, quando stende il suo manto stellato, ci insegna le cose della Terra, piccola mia, le vicende della Vita. Impara dalla Notte, Luna Piccola Bocca!

Tratta da una leggenda del popolo degli Irochesi, Nativi dell'America Settentrionale.

venerdì 1 aprile 2016

La Fanciulla dal Sorriso di Luna - by White



La signora Lea

Per undici mesi e mezzo dell'anno la signora Lea risparmiava fino al centesimo, facendo anche qualche piccolo imbroglio sulle spese domestiche, per lasciarsi a sua volta rapinare, una volta tanto, dal sarto e dalla modista.
Sarto di grande stile, modista elegantissima, celebre per le sue creazioni, che, secondo la sua espressione, donavano alle sue clienti. Uno solo era il vestito, uno il cappello; ma di quelli che veramente avrebbero donato leggiadria e giovinezza a qualsiasi donna, non alla povera signora Lea, già grigia e curva, sebbene non brutta, anzi con un colore di rosa appassita sul viso fine e dolce, e un pallore di gemme sbiadite per mancanza d'uso, negli occhi azzurri e nei denti fra le labbra stanche. ….
Per il viaggio, …ella intanto indossò il vestito dell'anno scorso, anche per non far vedere il nuovo al marito…Nulla aveva dimenticato, di quello che voleva portare con sé: e d'altronde il treno partiva subito…: treno fatto apposta per
viaggiatori come la signora Lea, gente cioè equilibrata e calma, con figli grandi già ben sistemati, con la coscienza pura: gente la cui giornata è trascorsa sempre un po' grigia, con uno di quei cieli velati che fanno sperare e mai dànno il sole, ma il cui tramonto si presenta mite, con la promessa di un crepuscolo e di una notte infinitamente sereni.
Eppure, appena il piccolo treno s'è arrampicato sulla prima altura…. la signora Lea che lo sa, che lo aspetta, sebbene trepidante come i fedeli che attendono il rinnovarsi di un miracolo, rivede il sole nel suo più indicibile splendore. … e la donna, che s'è alzata quasi senza accorgersene e drizzata sulle spalle, rivede dal finestrino, sotto i suoi occhi iridescenti: ma sopra tutto la incanta la cresta delle chine verdognole ancora sparse di reliquie vulcaniche che l'orafo del tempo ha lavorato come filigrane d'argento….

La donna però guardava sempre a sinistra… finché ai suoi occhi velati, eppure splendenti di una gioia lagrimosa, non apparve una casetta rossa, triangolare, con tre alberelli davanti. Aveva anch'essa qualche cosa di cabalistico, la casetta a punta, con i tre alberi a punta, incisa sul grigio della roccia, sulla quale anzi, tranne la facciata, pareva si sprofondasse E alla volta di essa, appena scesa nell'attigua stazione…la signora si avvia, coi suoi due lievissimi fardelli, seguendo un sentiero in salita, … Anima viva non la precede né la segue: solo
l'accompagna la sua lunga ombra che sembra un uccello fantastico, con le ali grottesche dei due allegri fardelli. E di un uccello che ha perduto l'uso e la potenza del volo, ma ancora ne ricorda l'ansito e la voluttà, la signora Lea
sente la leggerezza, o almeno la nostalgia: e il profumo delle acacie, i gridi dei fringuelli che salgono dalla valle, quello stesso odore di pietra che emana da ogni cosa, le pare esalino dal suo cuore, col suo respiro ansante di beatitudine. …e il luogo stesso, tutto è di nuovo suo, come trenta, come cinquanta anni prima. La casetta rossa è di nuovo sua; là è nata, là è morto suo padre…; là vive ancora la sua vecchia mamma, per la quale ella è sempre la fanciulla di quindici anni …
Oltre il muricciuolo, prima di arrivare alla casetta, in una svolta ripida, ella un tempo aveva un punto di osservazione, sicuro e riparato anche nei giorni d'inverno. Era una buca, a poco a poco trasformatosi in una specie di grotta: una frangia meravigliosa di ginestre fiorite ne inghirlandava l'apertura, e il sole ne verniciava l'interno col suo ultimo chiarore. Ella si fermò là: depose il suo bagaglio…, si volse a guardare. Laggiù, è il piccolo paese già tutto nero nella sua conca, con la chiesa arcigna, la piazza dove stazionano come cariatidi i vecchi che pare non debbano morire mai, la fontana che sembra un grande calamaio traboccante inchiostro sbiadito: un brivido di tristezza ancora le raffredda il sangue al pensiero di dover passare una sola giornata in quel luogo di lenta agonia; e per riconfortarsi solleva gli occhi e guarda di nuovo il sole.
Il suo disco di rubino è sospeso sul calice di cristallo viola della cima del monte: un attimo, e tutto si scioglie in una fiamma che a sua volta lentamente si spegne. Ma la luce era rimasta dentro di lei: e le traspariva dagli occhi, dai capelli, dai denti, dalle labbra ancora pure. Con incoscienza, anzi con un po' di follìa adolescente, ella aprì la valigietta e ne trasse il vestito, scuotendolo contro l'orizzonte….E lì, nella nicchia che già conosceva altre sue trasformazioni, si tolse il vestito logoro di un anno di vita affaticata, e indossò il nuovo. - Per la mamma, - brontolava, - perché la mamma mi veda sempre giovane e viva. Sentiva bene, però, che si trasformava così per lei stessa, come ad ogni nuova stagione anche i vecchi uccelli si rivestono di nuove piume, per riprender forza al volo della vita.


(Il vestito nuovo, da “Sole d’estate, 1933”).