mercoledì 25 febbraio 2015

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica delle cugurre in un minuto


 Ci eravamo lasciati tutti ammufiti dopo la partita con la Roma e ci ritroviamo, più ammuffiti ancora dopo la partita a Torino. Per non parlare di adesso, dopo l’Inter! Lampus e tronos, bufere di vento, e tanta, troppa, pioggia. Ci siamo ammuffiti, è evidente, e questi sono i risultati. Una dramma, una catastrofe psicocosmica. No, non la zona retrocessione, il risveglio delle cugurre!
Ma andiamo per gradi.
Torino – Cagliari, dicevamo. Io la temevo un po’. Il Torino è una squadra difficile e tenace, e da quando non è più dei nostri, con Ventura di solito ne diamo o ne prendiamo, ma non c’è mai da rilassarsi. Tutto avviene in un minuto: il vantaggio rossoblù e il pareggio granata, l’esultanza e il porca miseria, un minuto e un punto. Anche il resto della settimana vola tutto in un minuto, a dire il vero, altrimenti oggi non starei scrivendo due giornate in una.
Poi arriva l’Inter. Fanno tanto i fighi adesso per un 2-1 ma all’andata gliene avevamo fatti quattro, io non lo dimenticherei. C’era Zeman allora, e tanta speranza. E dopo quella vittoria le cugurre giacevano tramortite. Oggi no, tutte vive, vegete e vitali. Ormai è tradizione: il Cagliari gioca solo un tempo, due sono troppi. Con Zola come con Zeman, per dovere di cronaca. Però il fatto strano di questa settimana è che il tempo in bianco se ne va su uno zero a zero, nel tempo buono ne prendiamo due, facendone invece uno solo, per mano, anzi piede, di Longo, al suo primo goal in serie A, bravo bimbo. E sbagliamo un’infinità di occasioni, mangiamo reti come se avessimo finito ora una lunga dieta e fossimo in una fabbrica di cioccolati, e nonostante il gioco, l’impegno e la tenacia, non portiamo a casa nulla di niente. Solo un’orda di cugurre redivive, vitali come non le si vedevano da anni. Serie B, Serie B, Serie B, non sanno dire altro che Serie B. E che sarà mai! C’è anche chi se la passa peggio di noi, non siamo mica il Parma!
A me sta bene, se salvezza dev’essere che almeno venga l’ultimo giorno, così si festeggia. Se invece sarà B, ci libereremo di tutte le cugurre per almeno un campionato, e le daremo in dotazione alla Signora, che tanto raccatta pseudo tifosi delusi da ogni contrada.
Quindi, ricapitolando, proviamo a stilare un piano d’azione per portare a casa questo campionato:
Poniamo come assunto iniziale che il calcio è un gioco e che ci dovremmo divertire, per fare questo occorre:
1 – che i giocatori giochino, come fossero bambini, con quella voglia di vincere che ti fa venir voglia di sgonfiare il pallone a ogni avversario che segna.
2 – che i tifosi tifino, mettano le loro energie in qualcosa di più positivo di portare sfiga.
3 – che i presidenti si salvino, ché “morto un Cellino se ne fa un altro” ormai è una verità inconfutabile.
Questa è la mia idea e secondo me può funzionare.
Fuori da Cagliari la situazione non è molto più rosea, ecco un breve riassunto dei fatti. Ci sono i tifosi del Feyenoord che sono andati a Roma a bere e birra e fare pipì, i tifosi della Roma che non vedono l’ora di andare a Rotterdam per dimostrare che loro hanno le vesciche più capienti, i tifosi della Juventus che non hanno altro da fare che mettere striscioni contro Napoli e Catania, anziché gioire del fatto che neanche ieri contro il Borussia hanno fatto una figuraccia in Europa, come da copione negli anni di Conte. Poi c’è il Parma che è fallito e non si sa se finirà il campionato, la Roma che fa così tanti regali ai nostri più diretti nemico da far rinvenire il Napoli, la Juventus sempre più prima, sempre più gobba e sempre più dimentica del suo antico odio per Allegri. Insomma, meno male che tutto questo è successo in un minuto perché se si fosse trattato di una cosa lunga sarebbe stato insopportabile.

E poi c’è il nostro angolino di felicità, il nostro cuoricino di Barbagia, la nostra più grande scoperta e la nostra più intelligente trovata. Il Tonara nostro che vince a su Nuratze contro la Dorgalese, con uno splendido goal di Pili e una prestazione eccezionale di uno “scatenato Calaresu”, per citare l’Unione Sarda. Sempre meglio ragazzi, sempre più in corsa in un campionato che, secondo me, promette grandi magie!

giovedì 12 febbraio 2015

L'Almanacco di Violet - Speciale Carrasecare


A Violet questa bella nipotina che è La Rassegna Stronza manca assai... Spesso pensa a lei e oggi, che è Carnevale, ha pensato di farle un regalo piccolo piccolo, ma confezionato da un cuore di zia.
Cari lettori, speriamo vi piaccia!!!






Facciamo un po' di storia

In Sardegna il Carnevale è uno e sono tre.

C'è quello più antico, ancestrale e misterioso delle maschere arcaiche che la tradizione ci ha tramandato. Esso inizia con i “fuochi” per Sant’Antonio abate (o del porcellino) e San Sebastiano, a seconda delle zone e delle tradizioni. Prime discese delle maschere tradizionali: Su Maimulu a Ulassai, Boes e Merdules a Ottana, Su Bundu a Orani, Mamuthones e Issohadores a Mamoiada, Sos Corriolos a Neoneli, S’Urtzu e Mamutzones ad Aritzo, Maschera a Gattu a Sarule, Maschera a Lenzolu a Aidomaggiore, Sos Cotzulados a Cuglieri, S’urtzu e sos Bardianos a Ula Tirso, Sas Mascaras Nettas e Sas Mascaras Bruttas a Lodè, Is Cerbus a Sinnai, Is Mustayonis e s’Orcu Foresu a Sestu, S’Urtzu e is Sonaggiaos a Ortueri, Mamutzones a Samugheo, Sos Corrajos a Paulilatino, Urthos e Buttudos a Fonni, Su Corongiaiu a Laconi, S’Urtzu e Sos Colonganos ad Austis, Sos Tumbarinos a Gavoi, Sa Filonzana in diverse località del nuorese, Su Battileddu a Lula, Sos Thurpos e S’Eritaju a Orotelli.

Poi ce n'è uno di origine medievale, caratterizzato dalle corse a cavallo e dalle pariglie. Questo Carnevale è nato quando il cristianesimo, con una grande influenza bizantina, era già forte nell'Isola, quindi il suo inizio e la sua conclusione sono scanditi da feste e ricorrenze cristiane importanti: la Candelora ne segna l'avvio e le Ceneri la fine.  Le manifestazioni più importanti e caratteristiche si conservano ad Oristano, Sa Sartiglia, e a Santulussurgiu, Sa Carrela 'e nanti. Anche queste sono tradizioni importanti e suggestive per la nostra Isola, ma meno antiche, risalgono, infatti, al tempo dei Giudici di Arborea e dei viceré spagnoli.

Infine, ci sono i carnevali moderni, con le sfilate delle maschere più creative e disparate, con i carri e con la caccia a Re Giorgio, o Re Canciofali (ed altri ancora), rappresentati da un fantoccio che verrà bruciato, per rinascere l'anno successivo e ricominciare ad alimentare la goliardia e la festa. Sfilate simili si svolgono in tutta la Sardegna, dai centri più piccoli a quelli più importanti, come Tempio Pausania e Cagliari. Anche a Bosa si brucia il fantoccio del Carnevale, Giolzi, ma questa parte "moderna" della festa è alimentata dalla presenza contemporanea dell'antichissima e particolarissima maschera de Is Attittadoras.


La settimana di Carrasecare
Idealmente uniamo ad ogni giorno una delle maschere tradizionali più belle; come un gioco, come una visita virtuale che ci faccia vivere questa settimana di magia...

Giovedì grasso

Andiamo a Mamoiada. Mamuthones e Issohadores ci attendono...




Venerdi:
Siamo a Neoneli. Ecco Sos Corriolos!




Sabato:
Austis: la patria di Sos Colonganos.



Domenica:
Questo è l'incanto, il segreto di Ottana: Boes e Merdules!




Lunedì:
La Luna è femmina, come questa maschera femminile, di rara bellezza e fortemente evocativa: Sa Filonzana, del Nuorese.



Martedì grasso:
E' già arrivata la fine della festa... lasciatemi chiudere con un pensiero del cuore, la maschera di Laconi, uno dei miei paesi d'origine: Su Corongiaiu!









Il Lama Racconta


   Si narra che, un tempo, la Terra di Sardigna, libera e bella, fosse solcata dai potenti passi dei Giganti e attraversata dai veloci destrieri delle Janas. Si dice che, un giorno, vi giunsero gli uomini e che essi fossero accolti in pace, ché tra Janas e Giganti la diversità era di casa e l'ospitalità un dovere del cuore. Si ricorda, poi, che essi vi si stabilirono e che iniziarono a fondare città e villaggi, a coltivare la terra e a gareggiare tra loro per essere i più grandi e i più forti. 
  
 Si narra che i Giganti e le Janas conoscessero la Terra di Sardigna come nessun altro al mondo: gli infaticabili costruttori dei Nuraghes sapevano la bellezza e la generosità con cui nutriva e cresceva i suoi abitanti, la mitezza del clima e il lieve passaggio tra le stagioni; le fate, invece, sapevano i segreti più nascosti, celati dal bosco e dalla notte, svelati ai loro occhi penetranti dal chiarore della Luna. Giganti e Janas festeggiavano questi segreti e questi passaggi, e lo facevano insieme, perché figli di una stessa Madre, la Terra di Sardigna, che illuminavano di fuochi nella notte. E quelle fiamme la ornavano di scintille scoppiettanti, come occhi lucenti, che dalla terra salgono al cielo, ad incontrare, nell'infinito mondo siderale, come occhi luccicanti nel buio, le stelle guardiane delle galassie più remote. Si dice che a queste feste invitarono anche i nuovi arrivati, gli uomini, e che tutti insieme ballassero al chiarore dei fuochi fino a tarda notte e oltre, quando Buio si lascia carezzare dalle rosa dita di Alba, che suona melodie sempre nuove sulle invisibili corde tese all'orizzonte lontano. Si ricorda che le cose andarono così per tanto e tanto tempo, finchè gli uomini non presero il sopravvento, nel veloce mutare delle loro generazioni, dimentichi della storia degli avi, di coloro che furono accolti con gioia in quella Terra, come se fossero a casa propria.
   Si dice ancora che, all'inizio, furono i Giganti i primi a fare le spese dei veloci mutamenti imposti dagli uomini. Essi si prestarono a costruire per loro i Nuraghes, ma l'uomo ne voleva sempre di più e altri ancora, in una corsa insensata al potere e alla grandezza, degli uni contro gli altri. Essi si prestarono a dare una mano nei campi, che un gigante non sente la fatica, ma gli uomini volevano soggiogarli e iniziarono a chiamare puzza, il profuno delle pelli che indossavano, e alzavano verso di loro le corde che usavano per catturare i cavalli o legare gli armenti. Dapprima, per il gran dolore, il volto dei giganti si fece duro e scolpito, le espressioni rigide, i lineamenti profondi e imperscrutabili. Poi, quando la grande stanchezza invase il loro animo buono, a causa dell'ingordigia e la crudeltà degli uomini, ad uno ad uno, molti di loro si addormentarono, di un sonno lungo mille anni e altri mille e, forse, mille ancora... gli altri, pare, vivono ancora tra gli
uomini, non riconosciuti, ma si dice che i loro volti abbiano lineamenti profondi e che, in fondo ai loro occhi, brilli l'antica bontà e l'indomita sete di libertà e di giustizia, che li anima fin dalla notte dei tempi.   Si racconta, infine, che le uniche a ricordarsi dei Giganti furono le Janas, e che per lungo tempo esse tornarono nei villaggi degli uomini a ballare intorno al fuoco con i Giganti, perché essi sapevano tendere la mano in un invito alla danza. Si racconta che esse ancora vengano, a chiamare dal sonno i Giganti addormentati.    Si ricorda, però, che un giorno, un brutto giorno, sparirono anche le Janas. Non si sa come avvenne. È certo, che gli uomini, ormai, erano incontenibili nella loro sete di dominio e di ricchezza. Le Janas venivano alla festa ornate delle loro più splendide bottoniere in filigrana, e quel giorno, un uomo, durante il ballo, seppe tendere la mano a un prezioso bottone d'argento. Non sappiamo se le Janas vollero custodire il tesoro nascosto del proprio onore o il tesoro palese del metallo prezioso: la bottoniera, infatti, chiude il corpetto delle vesti delle fate. Non conosciamo, insomma, il vero perché, ma da quel giorno anche le sorelline scomparvero. E nessuno più sa dire, con certezza, dove e come vivano, né se siano mai davvero esistiti, fin dalla notte dei tempi, in Terra di Sardigna, i popoli delle Janas e dei Giganti. 

     

   Eppure, gira una voce, portata dal vento, sussurrata dalla brezza alla rugiada, che in Terra di Sardigna, ancora oggi, non visti, talvolta Giganti e Janas percorrano le stesse vie degli uomini. E la rugiada risponde alla brezza, che fa eco al vento, e dice che ci sono dei luoghi in cui le Janas cavalcano libere i loro destrieri, criniera al maestrale e zoccoli a s'arrevesciu, e ci sono dei boschi dove esse tessono la storia, sui telai d'oro da cui nascono le tele più preziose.    Quando, poi, la voce dell'Inverno si fa aspra e il desiderio del fuoco ritorna a prendere l'animo umano, il vento parla forte e dice che anche i costruttori di Nuraghes hanno la loro occasione per ricominciare a danzare la danza antica, quella con cui, nella notte dei tempi, solcavano la Terra di Sardigna. Salgono, allora, i Giganti dalla terra, sul cui grembo giacciono addormentati, e vestono di nuovo le pelli che portavano un tempo. Il loro viso è duro e scolpito, i lineamenti profondi, come se indossassero una maschera antica. Essi non hanno dimenticato di esser stati usati e sottomessi e, abbassandosi ripetutamente, riprendono su di sé il peso dell'antico dolore dell'ingiustizia. E quel peso lo fanno vibrare, con il ritmo di passi pesanti. A quel dolore danno voce e suono, un suono profondo, che penetra nell'animo, e scuote il cuore di chi ascolta il loro passare, di chi vede il loro affermare, che la vita, quando è vera, non muore (E danzano ancora, Violet).

Così parlò zio Gecob
Nascondi chi sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni. 

Così aggiunse il piccolo Re
Guarda come danzano i Mamuthoncini, tenerelli!

mercoledì 11 febbraio 2015

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica ammuffita



Proe proe, sa figu coe, sa pudda cria, e fai’ un ou, bibbiribou!
A domenica siamo arrivati così, dopo non so quanti giorni di pioggia senza speranza. La mattina il sole è spuntato, ma in controluce si vedevano le gocce cadere, che ci dobbiamo fare? Io alle tre sono arrivata ammuffita, e temo che non fossi l’unica da queste parti.
Sicuramente Vittorio Sanna era più ammuffito di me, visto che nemmeno aveva la forza di farci la radiocronaca. Masu, che lo sostituiva, beh, come dire, proprio proprio in forma non era! Diciamo che in pochi istanti è riuscito ad imprimere alla partita, quel po’ di depressione, arrendevolezza e noia mortale che non guastano mai. A sentire la sua cronaca pareva che un drappello di calimeri, piccoli brutti e neri, si stesse aggirando senza meta in un campo desolato, probabilmente anch’esso ammuffito dall’eccesso di umidità. La partita poteva farsi, giacché non mi pare che la Roma sia così irresistibile di questi tempi, né che il Cagliari faccia così terribilmente pena, nonostante il suo posto in classifica non proprio edificante. Astraendo quel si può dal racconto ascoltato, mi pare di aver capito che l’inizio della gara non sia stato affatto male. Poi abbiamo perso la trebisonda, o l’hanno ritrovata loro, e siamo rimasti schiacciati per venti minuti buoni nella nostra area di rigore, tentando qua e là qualche contropiede non andato a buon fine. Languida la partita, languida la cronaca, languidi anche gli improperi che lanciavo ogni volta che dopo la parola “angolo” seguivano lunghissimi istanti di silenzio nei quali non succedeva niente, ma sarebbe anche potuto succedere di tutto, o quando “in qualche modo” qualcuno recuperava palla o si trovava a terra. Peggio di quando segui la partita su internet e non ti si ricarica la pagina, una tortura.
Comunque i ragazzi sono andati agli spogliatoi sull’1-0 per la Roma.
Il secondo tempo pareva decisamente meno peggio, non risultavamo così schiacciati nella nostra metà campo, ma evidentemente i nostri portafortuna si erano completamente ammuffiti. Così abbiamo iniziato a sbagliare goal che sembravano fatti, mentre la Roma segnava un 2-0 tutto di culo. E nulla da fare, non voleva entrare proprio nulla nella porta di quella carogna di De Santis, se non un bel goal di M’Poku al suo esordio, un minuto prima dei tre fischi (che questa settimana non sono arrivati ad libitum). Perso abbiamo perso lo stesso, ma ci sono speranze per due motivi: il primo è che è meglio comprare giocatorini che segnano (anche se senza cresta gialla sarebbero più carini), il secondo è che ci abbiamo provato fino all’ultimo istante disponibile, e quando si fa così va sempre e comunque bene.
Essendo la radiocronaca l’unica notizia che ho avuto della partita (non ho visto programmi sportivi e non ho letto i giornali, a causa dell’eccesso di muffa che mi ha resa un po’ inferma) quel che posso dirvi è che ‘sto verde della Roma mi sta molto antipatico (fossi romanista non sarebbe così, ma io non punto a un equilibrio zen), che Conti contro la Roma è sempre un gran capitano, che M’Poku è un bravo ragazzino pettinato male, ma già gli voglio bene, che i silenzi alla Celentano in una radiocronaca sportiva fanno male alla salute e che Zola si è messo a pedalare una bicicletta dal rapporto piuttosto duro, tanto più che proprio ora che scrivo, il Chievo ha battuto il Parma e noi siamo di nuovo terzultimi.
Ma mentre nulla di divertente si verificava in serie A, con i gobbi vittoriosi, i Napoletani vittoriosi, gli Interisti redivivi e qualunque altra amenità foriera di malumore, in quel di Tonara ci si salvava la domenica. Anzi, a Tonara si giocava a palle di neve e a pupazzi e su Nuratze era troppo innevato per permettere partite con i tacchetti anziché con le ciaspole. Forse il freddo però salva dalla muffa, perché a Samugheo, temporaneo rifugio antineve per i rossoneri (quelli belli) come a Tonara si vince, con sommo tripudio e consolazione di Red, grazie a un goal di Sanna, contro la Montalbo. Vittoria importante che permette di rosicchiare preziosi punticini alla Dorgalese e tenere inalterate le distanze dalla vetta, conservando un terzo posto in classifica che si fa, settimana dopo settimana, sempre più interessante e in futuro, chissà… insomma meno male che c’è il Tonara!
Epilogo. La muffa si è fatta sentire in tutti i campi, e chi ha seguito l’esordio degli azzurri al sei nazioni contro l’Irlanda avrà notato che in campo erano tutti un po’ rimbecilliti, arbitri compresi. Partita decisamente poco appassionante, stranamente, però i rugbisti tenerelli son pur sempre rugbisti tenerelli.

Però a questo punto è uscito il sole e ci siamo asciugati quindi per domenica prossima niente più scuse e niente pietà!

martedì 10 febbraio 2015

Buon Compleanno Faber

Il primo buon motivo per esserci è che in questo festival si festeggia il compleanno di Fabrizio de André e si parla molto di lui, e solo questo dovrebbe far accorrere in massa grandi e piccini.
Il secondo buon motivo è che c'è una dedica speciale a Franca Rame e a farla sarà una grande attrice come Lella Costa, così non rimangono davvero più motivi validi per non partecipare.
Poi c'è il fatto che l'arte e la cultura escono dai soliti luoghi e mostrano quanta vita e quanto fermento ci sia nei centri di cui di solito si dice "ma qui non c'è niente!".
Buon compleanno Faber è alla sua seconda edizione, organizzato da Mieleamaro-il circolo dei lettori e da Monserratoteca, con la direzione artistica di Gerardo Ferrara. Qui di seguito trovate tutti gli appuntamenti in programma, noi vi assicuriamo che tra una proiezione, un po' di ottima musica e una chiacchierata vi sentirete a casa... che volete di più? Partecipate!


venerdì 6 febbraio 2015

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica della matassa perduta.



Aiuto!!! Dove eravamo rimasti? Boh! Questo campionato non ti lascia il tempo di fermarti un secondo a riflettere che succede di tutto. Tutti dietro i tempi di Sky, di Premium e degli sponsor… e lo Stiletto? Non si può proprio venire un attimo incontro alle nostre esigenze? Pare, tra l’altro, sia quello che sta pensando anche il nostro antipaticissimo ct della nazionale, al quale la sua “simpaticissima” ex squadra boicotta stage e convocazioni… ebbene si, signor Conte, è agghiacciante ma è così: Sky si, noi no!
Facciamocene una ragione e proviamo a trovare il bandolo della matassa. O almeno la matassa!
Su Casteddu meu. Dopo la pestata dai gobbi nulla è stato più lo stesso… Zemanlandia non c’è più. Puff! Sparita! Ita, andata, cancellata. Pochi punti e tanto gioco, via! Non ci servi più. Ecco qui, morto un Cellino se ne fa un altro, è così? Si, anche Giulini è scemo, ce ne faremo una ragione, andrà via anche lui. Alla vigilia di Natale a Cagliari si è rischiata la rivolta, passare il cenone senza allenatore stava rischiando di far imbracciare le armi, e così Tommaso Regina di Cuori II “tagliategli la testa” Giulini ha fatto la mossa da furbo: sir Zola, il baronetto più amato dai Cagliaritani.
Ora, io voglio tanto tanto tanto tanto bene a Zola. La storia della mia libreria e del ripiano dedicato alla storia dell’arte l’ho raccontata altre volte ma ve la ricordo ancora. In un ripiano ci sono Caravaggio, Da Vinci, Kandinsky, Klimt, Giorgione, De Chirico, Dalì, Berthe Morrisot, Degas, le incisioni rupestri della Val Camonica, la secessione di Berlino, fotocopie e fotocopie de “il sociale dell’arte” di Hauser e infine un’edizione dell’Informatore, l’inserto sportivo dell’Unione Sarda.
 Era il 30 maggio 2004, e la sera prima, grazie a un 2-0 contro la Salernitana si tornava in serie A. Zola era l’eroe di quella squadra e di quello straordinario campionato. Un eroe romantico che dopo la conquista dell’Inghilterra tornava nella sua terra a giocare in serie B. A giocare da grande campione, e a regalare una delle pagine più belle ed emozionanti della storia rossoblù. Quindi io a Zola voglio proprio bene, nonostante la Torres e il Napoli gli voglio bene come fosse un parente, e gli auguro ogni successo e ogni vittoria. Però che si è scelto un compito ingrato lo devo dire, e devo dire anche che a me, dato il racconto che ho appena fatto, la serie B non sembra la peggior iattura calcistica che ci sia. Per me è peggio vincere con la gobba, ecco! Poi c’è il calciomercato. Abbiamo comprato un sacco di ragazzi dai nomi impronunciabili. Penso che tra i criteri della scelta ci sia la curiosità di sapere come li pronuncerà Vittorio Sanna in radiocronaca… però intanto abbiamo un portiere! Yuppi!!!
Abbiamo salutato Ibarbo bello (che ora è un po’ meno bello): è andato a Roma e si è finito di rompere, così non segnerà a questo campionato il gol dell’ex. La Juventus si è ripresa Matri, invece… bonu proe di fatzada!
E poi… la matassa dov’è? Ah, si, il campionato!
Domenica l’Atalanta ci ha fregato all’ultimo minuto. Il problema grosso delle ultime partite del Cagliari è che non si sa quale sia l’ultimo minuto della partita: di solito il quarto uomo scrive sulla lavagna luminosa “6 minuti”, l’arbitro legge “ad libitum sfumando” ed esegue “quel che mi pare, fumando”. Mah!!! Ci ha fregato quella “garrogna” di Pinilla, per la precisione. Dice che gli è dispiaciuto segnare contro il Cagliari. Io dico che gli dispiacerà quando si romperà una clavicola… non chiedetemi perché proprio la clavicola, mi è venuto così quando ho appreso la feral notizia del goal, chi vivrà vedrà! Ora siamo quart’ultimi, con 19 punti, inseguiti con veemenza a grandi passi indietro dall’Inter, e solo con poco più calma, dal Milan.
Lassù in cima ci sono i gobbi, che mirano alla conquista dell’universo, e la Roma, che mira alla deportazione del Cagliari di Lopez-Pulga, conseguendone i primi risultati: una sfilza interminabile di pareggi più noiosi di un monologo di Mieli.
Infine, dulcis in fundo, il Tonara nostro. Perché le soddisfazioni vengono dalla Promozione! I nostri eroi continuano un campionato scoppiettante, attualmente terzi in classifica. Domenica hanno conquistato tre punti contro il Sorso, grazie al goal di Pili, giunto dopo una marea di occasioni perse tra cui una rete annullata per fuorigioco del nostro Calaresu, che non manca mai di riempirci di orgoglio!
Per oggi è tutto, amici. Sperando di aver acciuffato la matassa e intercettato il bandolo, per giungere sicuri e tranquilli fino a fine campionato…

Grazie a tutti e in alto le bandiere!

domenica 1 febbraio 2015

La ricetta della felicità - By Red





Era il 22 luglio 2011 e il mio primo post sulla Rassegna Stronza chiedeva "Qual è la ricetta della felicità?"





Che fosse tempo di ripartire, e ripartire bene, ché questa stronza creatura colorata ha ancora tante cose da dire, lo sapevo bene. Ma non sapevo altrettanto bene come. 
Poi l’ho capito. 
Rewind.
"Scusa, ma qual è la ricetta della felicità?"
Quanto tempo è passato? Il bar non esiste più da tanto, Red e Pink non fanno più colazione insieme da un po’, l’ingegnere curioso chissà che fine ha fatto.
Ma la ricetta della felicità qual è? Io ce l’ho? Ma siete sicuri?
Io non tanto, ma pare che in questo ancora gli anni non mi abbiano cambiata, e anche di questi tempi, all’improvviso, qualcuno mi dice che dove vado porto il sorriso, che trasmetto “joie de vivre”. Uh, ma che bel complimento! Penso io, forse immeritato, ma proprio bello. In fondo è ciò che voglio, portare sorrisi. Allora un motivo ci sarà pur stato per quella prima, galeotta, domanda di un avventore del nostro bar di fiducia. E di più, io, se il sintomo persiste, da qualche parte questa benedetta ricetta devo pur averla. 
La prima ricetta che diedi diceva molte cose sensate, che ancora sottoscriverei. Ma ci deve essere dell’altro. Se lei è lì, e mi esce dagli occhi a mia insaputa, ma non ho neppure un attico vista Colosseo, ci deve essere qualcosa di più.
Eppure non ci avevo più pensato, me n’ero quasi dimenticata, fino al mio incaponirmi sull’aprire una nuova pagina di vita della Rassegna, e di farlo ripassando dal via, dal primo post che scrissi.
Ci provo, ci provo a cercare i motivi del mio sorriso. Può esser utile per me e per voi.
La felicità non si lagna. Perché è istintivo brindare a un nuovo contratto o al primo stipendio, ma il sorriso dipende dalla capacità di brindare a ogni sveglia che suona alle cinque.
La felicità non è mai sola. Va trovata tra preoccupazioni, impegni, distrazioni, vittorie sconfitte.
La felicità è delicata, si ferisce con niente. Ma è fortissima, germoglia alla prima pioggia.
La felicità è strana, si accontenta di nulla, ma il molto non le basta.
La felicità deve essere ben abbinata. Provate a bere un nasco passito mentre mangiate carciofi. Fatelo mangiando pasta di mandorle. È chiaro il concetto?
La felicità è in movimento. La felicità è una strada. Guarda la meta ma non la afferra, le batte il cuore forte mentre si avvicina. Quando arriva guarda nuovi traguardi, non si ferma davanti a nulla che sia prima o meno dell’infinito.
La felicità è doppia. È amare e lasciarsi amare, perdonare e farsi perdonare. Regalare e ricevere regali, cantare e ascoltare, spiegare e imparare. A metà non funziona mai.
La felicità è preziosa. A volte per paura di perderla la si nasconde, o per fare gli splendidi la si ostenta. Invece la si dovrebbe indossare con semplicità.
La felicità è cantata, sperata, attesa, idealizzata, ma quando ci prende per mano a volte neppure si riconosce che c’è.
La felicità è bella, e ha bisogno di bellezza. È buona, e ha bisogno di bontà. È onesta, e ha bisogno di onestà, vera e ricerca la verità.
È semplice e si perde nei pensieri complicati, nelle trame e nei ragionamenti eccessivi. Brilla nella corolla delle margherite, nei riflessi del mare, sulle ciglia lunghe delle ragazze, nelle rughe dei vecchi, nelle piegoline dei piedini dei neonati paccioccosi.
Si trova nelle cose piccole, mentre tutti la cercano in quelle grandi. È negli abbracci, nel caffè, in un vestito nuovo. Nel rossetto rosso, nella pizza con i cardi e il lardo al mirto, nel vino rosso, nel cioccolato, nelle scarpe rosse, nei tramonti.
La felicità vive nelle idee e nei sogni. Quando nascono, soprattutto, la sprigionano in forma di fuochi d’artificio. Quando l’ispirazione ti prende e tu la segui, lei è lì nella sua essenza più pura. Quando immagini del futuro ti si compongono davanti agli occhi e tu decidi di realizzarle lei ti fa volare.
E poi bisogna volerla la felicità, bisogna farle spazio.
Metti che una mattina ti alzi da letto dopo una notte di pioggia e inaspettatamente splende il sole. Metti che arrivi in cucina e trovi un vassoio di culurjoneddos e’ mendula. Metti che ci sono i cardi in preparazione, e il maialetto, e il mirto. Metti che è Santa Brigida di Irlanda e ti vengono in mente le avventure della tua Rassegna. Metti che settant’anni fa ci fu il primo voto per le donne in Italia, e te lo ricorda Violet. Perché la storia è fatta anche di date felici e piene di speranza. Metti che anche se il sole se n’è andato di nuovo ci sono ancora tanti sogni da realizzare, e tanti progetti che ancora hanno un senso.
Potresti abbozzare un sorriso e dire “che vuoi che sia?”. Altrimenti puoi abbracciare la felicità.
Questa è la mia ricetta.
Poi c’è il mojito!