martedì 29 dicembre 2015

Storie Mute - La Madonna Benois

Vi è mai capitato di rimanere muti di fronte a un quadro? Di rimanere ipnotizzati da uno sguardo dipinto che sembra raccontare mille storie e mille vite? Di avvicinarvi tanto da far suonare l’allarme per vedere, nitide, le pennellate, i colpi di spatola o gli schizzi di colore e ripercorrere attraverso la tecnica i gesti e i pensieri con i quali un artista ha creato la sua opera?
A me si, è capitato, anzi, capita quasi sempre.
Questa rubrica parla di questo, di storie suggerite dai soggetti dei quadri ai miei occhi e alla mia fantasia. Storie di donne, per mia scelta. Ma anche storie degli artisti che li hanno dipinti. Questo è il fil rouge che lega i racconti di questa nuova rubrica: sono storie di donne, di uomini e storia dell’arte: storie mute che provo a tradurre in parole. Sperando di non essere troppo pretenziosa nel… Ecco a voi 

Madonna che porge un fiore al Bambino (Madonna Benois)


Quando ti guardo mi dimentico tutto.
Dimentico che la tua vita non sarà facile, con me come madre. Dimentico che non conoscerai tuo padre, che nessuno potrà difenderti. Dimentico di pensare a domani.
Mi perdo nei tuoi piedini rotondi, nelle pieghe delle tue braccia, nelle manine così paffute da far sembrare le mie dita affusolate. Ti guardo e mi perdo, mentre tu segui con gli occhi ogni minimo movimento delle mie mani. Me lo ha detto messere Leonardo di stare ferma così ancora un po’!
Ma tu vedi le mie dita aprirsi e le rincorri, ti allunghi, ti aggrappi al mio braccio e tenti di alzarti. Questo fiorellino profumato ora lo metterai in bocca e lo mangerai, io lo so, ed io scoppierò in una di quelle mie risate che mi fanno tanto sgridare. Ma come posso non ridere? Sei così buffo e rotondo! Così indeciso se rincorrere il fiore o la mosca che è appena passata, così assorto nel tuo impegno per puntare il piedino sul mio ginocchio e provare ad alzarti.
Se continuiamo a muoverci così non finirà mai di ritrarci, lo sai? E io morirò di fame e risate, giocando con te, che ora mi mordicchi le dita tutto pieno di bava. E non fare pipì, ti prego non farla! Non farla ora, o non potrò più contenermi! Perché ci ho pensato? Ma perché ora ho pensato alla pipì? Io non mi posso più trattenere, ti devo soffocare di baci ora!
Forza, se ti guardo negli occhi dimentico anche questo… quanto sei bello, figlio mio! Quanto è stato strano portarti in grembo, cercare di guardare i miei piedi e vedere solo una grossa pancia, non essere più chiamata bambina, ma “madonna”.
Però sei troppo bello! Così bello che se ti guardo non ricordo più nemmeno i dolori del parto, e mi stupisco di averti tra le braccia.
Sei troppo bello, sei un miracolo! Così bello che messere Leonardo ti ha voluto per fare Gesù. Di sicuro non ha scelto me, io non posso somigliare alla Vergine Maria. Non le somigliava certo mia madre, né mia nonna, non sono degna di un onore così grande.
Ma tu sì, tu sei il mio miracolo, ché se ti guardo dimentico tutto. Dimentico chi siamo e penso che un giorno qualcuno volgendo lo sguardo al nostro intreccio di mani penserà alla Madre e al Bambino. Qualche nobile e pura dama intonerà una preghiera, e guardandoci sospirerà una supplica. 
Io intanto ti guardo e mi perdo, rido innamorata ai tuoi buffi gesti. Ti guardo negli occhi, figlio mio, e contemplo il paradiso.
E penso che per te e per te solo, mio piccolo amore, ora dimentico tutto e mi sento beata.
E quando la nostra storia sarà persa nel tempo, per te e per te solo, mio grande amore, tutti mi guarderanno e mi chiameranno beata.



Ora che la composizione è perfetta, che si muovano, i miei piccoli modelli! Che vivano, e ritrarrò la vita.




La Madonna Benois è una piccola, incantevole e rivoluzionaria tavola dipinta a olio da Leonardo da Vinci tra il 1478 e il 1483. Non chiedetemi di aggiungere note sulla vita o sulla tecnica pittorica di Leonardo: sicuramente saprete già quanto necessario e comunque non sarete pronti a farvi attraversare dalla ventata di meraviglia che emana qualunque sua opera. Per ammirare questa preziosissima perla dovrete viaggiare fino a San Pietroburgo e visitare l’Hermitage, o, in alternativa, unirvi alle mie preghiere perché qualche mostra temporanea la porti verso lidi a noi più vicini.

lunedì 28 dicembre 2015

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato buono... Il Podio!


Ecco a voi la "letterina" a nostro insindacabile giudizio terza classificata.
Grazie ancora, di vero cuore, a tutti coloro che hanno scritto a Babbo Natale attraverso il nostro piccolo, semplice, spazio colorato. Grazie!

Oggi mi va di raccontarti una cosa accadutami qualche giorno fa, Caro Babbo, vivida ancora nella mia mente.
Vago un po’ stordita tra i corridoi di un centro commerciale. Sarà l’aria artificiale, le luci, il via vai. Non so cosa sia ma mi viene sempre un certo mal di mare. Soprattutto in questo periodo. Avanzo un po’ ondeggiante, con una concentrazione inesistente ed una specie di brezza sibilante che dalle orecchie mi attraversa il cervello. Tento di guadagnare l’uscita. All’improvviso qualcosa fuori dalla portata del mio sguardo mi tocca una gamba. Sussulto, non per il contatto, ma per il timore di aver travolto qualcuno.
E infatti.
Una bimbetta mi guarda. Cammina con parecchie incertezze. Penso subito che sia una neofita della posizione eretta. E’ minutissima. Ha occhi scuri e grandi, ombreggiati da ciglia dello stesso colore dei capelli. Una piccola scriminatura nel mezzo e due microscopiche treccine sottili come codine di topo. Stivaletti e calzamaglia. Uno scamiciato realizzato ai ferri e delle curve mozzafiato sottolineate con grazia dal panno (e non dal bisturi – scusa la digressione ma ho letto che hai ricevuto numerose richieste in proposito).
Temendo di averla schiacciata le faccio una carezza sul capo. Sta mangiando un cono gelato. Tento un approccio di dialogo. Penoso e scontato, tipico degli sventati che provano a rimediare.
“E’ buono?” le chiedo.
E lei, per tutta risposta mi indirizza un sorriso tondo, più rosa che bianco, e con una naturalezza disarmante me lo porge.
Vedi, Caro Babbo Natale, io quest’anno sono stata buona.
Abbastanza. Ma c’erano margini di miglioramento. Lo so. Si vedrà…
Ho interpretato come un dono prezioso il gesto spontaneo di questa creatura minuta, che sapendo di avere tra le mani qualcosa di buono non ha esitato un attimo a condividerlo. Io credo che sia istintivo nel genere umano, almeno da piccolissimi, quando non si è ancora imparato molto, anche di quanto non si dovrebbe conoscere.
Ecco, io Caro Babbo, ti volevo dire solo questo, che mi auguro, per me, per gli altri e le altre, che gesti simili diventino virali. Senza distinzioni, fatti o ricevuti che siano.
Sarebbe un vero Natale che si ripete! E ti pare poco?
Ti saluto, con stima immutata
Laura 

domenica 27 dicembre 2015

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato buono... Il Podio


Cari amici... è ancora Natale!
Anche quest'anno, dopo la letterina vincitrice vi proponiamo alcune letterine che, secondo noi, meritano attenzione: sono modi diversi di vedere questo tempo, di parlare con il Vecchino dalla barba bianca e dal vestito rosso, con affetto e confidenza che si rinnovano di anno in anno...

Caro Babbo Natale, quest’anno sono stato buono……
Lo so che stai ridendo, vecchio sciamano, nella tua yurta di pelli di renna, unte di grasso di foca perché restino morbide e impermeabili.
“Tutti gli anni quel pigrone d’orso mediterraneo si fa sentire con qualcuna delle sue storie! Sempre quando sono più incas..ehm, indaffarato a preparare doni, incanti, pozioni, a fare su e gù tra Sotto e Sopramondo per parlare con gli Spiriti degli Elementi, per imparare cosa fare e come farlo, per i mille postulanti che si affollano attorno alla mia radura….”
So che leggerai comunque, vecchio amico. Le tue vesti rosse e bianche profumano sempre dei fumi delle Sette Essenze, hai abbastanza millenni sul groppone per sapere quando far riposare e mangiare le tue renne, e svagarti un po’ con le mie bizzarrie.  Di questo ti sono grato.
Caro Babbo Natale, quest’anno sono stato buono. Ho tagliato i capelli e bruciato le mie vesti. Ho scoperchiato il vaso di Pandora di trent’anni e passa di paure, incertezze, frustrazioni, dubbi, oscurità nuove ed antiche, ho cavato un tappo di più di venticinque chili di grasso, di mangia che ti passa, di “se sono grosso le persone non possono ignorarmi”.
Ho guardato nello specchio di tutti i giorni, caro Babbo Natale. Ed ho visto le mie fragilità, la mia emotività mostruosa, la mia ansia patologica.  Ho capito perché mi è abbastanza facile cogliere i segnali delle altrui depressioni….perchè è un verme che striscia anche in me.
Anno prossimo sono cinquant’anni, caro Babbo Natale. Ma non li do per scontati.
Troppe cose accadono nello spazio di un secondo. Piccoli immensi amori diventano un fagotto inerte tra le tue braccia. E devi lasciarli andare. Cose che credevi importanti, doveri che pensavi ti dessero valore, li scopri come inganni dell’Ego. E devi lasciarli andare.
Devi prendere le medicine, piccolo Orso. Devi stare attento a come mangi, piccolo Orso. Devi bere con moderazione, piccolo Orso. Devi smettere di incazzarti quando qualcuno ti dice “devi” con il tono gentile di chi non ha bisogno di aggiungere “ti prego, amico, fallo per dare sollievo al tuo corpo e in parte alla tua mente”.
Io bestiaccia orgogliosa che odia profondamente il sentirsi rammentare i doveri che conosce bene, perché gli abitano dentro da sempre. Ma le lezioni di umiltà sono curative, sempre, caro Babbo Natale.
Ecco, caro Babbo Natale, vorrei da te un dono importante, un dono fondamentale.
Il dono del lasciare andare.
“Abbracciamoci. Dammi la mano. Dammi un bacio. Dimmi che mi vuoi bene”.
In amore, in amicizia, sempre ho avuto bisogno di conferme tattili, nonnino della radura di betulle e pini neri. Di sentirmi sentito, di una carezza, di un gesto semplice di presenza.
Eppure l’amore non ha bisogno di baci. E l’amicizia di pacche sulle spalle. Non guastano ma non sono fondamentali, neanche un po’.
Io cerco cammini solitari, perché è da un po’ che ho smesso di guardare il mondo con gli occhi dell’uomo, e lo guardo con gli occhi della Selva.  Non è questione di meglio o peggio, è questione di pelle. Di riconoscersi in quel che si è. E io questo sono. Ora orso, ora gabbiano, ora talpa, ora muggine….. ora ghianda, ora quercia. Io sono un sacco vuoto, da riempire secondo il Sentire che mi abita. E quel Sentire cambia.
Ti chiedo il dono di lasciare andare. Di lasciare andare chi amo, se sceglie, o se gli è imposta, una nuova Via.
Di lasciare andare tutto, ma proprio tutto il superfluo. Anche la maionese nella piadina con il prosciutto e l’insalata.
Di lasciare andare me stesso, finalmente, incontro a ciò che sarà, senza struggermi mille e mille volte pensando “come sarà quando sarà cosa sarà”.
Ti chiedo, caro Babbo Natale, il dono del coraggio. Per affrontare ogni nuova sfida. Inclusa quella di lasciare andare me stesso incontro all’Oltre, senza pensieri, senza rimpianti. Accade ogni giorno, e chi resta sopravvive, o vive, o rinasce più vivo che mai.  Non ti chiedo corsie preferenziali.
Però, nonnino, sono tanto tanto tanto stanco.
I soldi, la serenità, la gioia, la salute, donali a tutti coloro che amo, specie alla cerchia dei miei affetti più cari.
A me regala solo un passo leggero. La forza del sorriso.
E lasciami spiegare le ali, incontro all’Aurora.
Che l’Orso possa finalmente diventare il bianco Gufo delle Nevi.

Vischio, abete e agrifoglio sulla tua porta, Babbo Natale.
Vino speziato e biscotti di cannella per il tuo ristoro, vecchio Sciamano.

Fieno fresco e ghiotti licheni per le tue Renne, Viaggiatore.

Felice festa della Luce, Babbo Natale. Felice festa a tutte e tutti.

Arth.

giovedì 24 dicembre 2015

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato buono... Il VINCITORE!


Siamo arrivati alla vigilia e Babbo Natale ha letto tutte le vostre letterine
Noi, suoi stronzi folletti, riuniti in singolar consesso, abbiamo con mirabile arbitrarietà decretato i suoi vincitori... non è stato facile, così troverete due letterine, quelle che più di tutte hanno interpretato il senso del Natale e soprattutto toccato il cuore del Vecchio Babbo che pensa sempre alla felicità dei più piccini!
Grazie a tutti coloro che hanno partecipato... nei prossimi giorni sorprese a non finire con menzioni speciali e tanto altro...
Buon Natale! Ohohoh!


Caro Babbo Natale,
Quest’anno sono stata buona, anzi buonissima te lo posso assicurare! Siccome tutti mi dicevano che non esistevi, che eri una favola per bambini ho tirato fuori i soldatini che mi hai portato per regalo e li ho messi sulla libreria, in salotto. E poi, se qualcuno mi prende in giro perché credo che tu esisti, glieli faccio vedere così lo zittisco subito.
Sai Babbo Natale, sono veramente diventata grande, non sono più quella bambina un po’ vivace che litigava sempre con sua sorella. Adesso sono nonna, ci credi?
Allora, veniamo al motivo della mia lettera. Questa volta ti devo chiedere una cosa grande, ma sono sicura che per te non sarà impossibile. Non è una cosa per me, io il mio regalo l’ho già avuto. E’ una cosa per i miei bambini: Babbo Natale, io vorrei che potessero avere una vita bella e meravigliosa, vorrei che potessero crescere sereni, senza paure, senza niente che possa turbarli. Vorrei che il loro mondo fosse tranquillo, che non diventassero come le persone grandi che vedo spesso.
Vorrei che capissero che è importante quello che hanno nel loro cuore, non nelle loro tasche. Vorrei che sapessero aiutare chi è meno fortunato, chi sta male.
Vorrei che sapessero camminare nella natura e apprezzare e difendere quello che la grande Madre Terra gli ha dato, che rispettassero i fiumi, gli alberi, gli abitanti dei boschi, dei mari e dei cieli.
Vorrei che imparassero che niente è dovuto, che tutto va guadagnato ma che la soddisfazione che si prova vale ogni fatica.
Vorrei che apprezzassero l’arte, la musica, la scrittura, che se ne nutrissero come di qualsiasi altro cibo.
Vorrei che le parole “guerra”, “fame”, “paura” non esistessero nel loro vocabolario.
Vorrei che imparassero che il mondo è di tutti, nessuno escluso.
Caro Babbo Natale, tu arrivi nell’unica notte dell’anno in cui c’è la pace, lo sai? Nella Notte Santa tutto il mondo è in pace, non si spara, non esistono nemici. E’ una notte magica, una notte speciale.
Ecco Babbo Natale, siccome sono stata buona, anzi buonissima, il regalo che ti chiedo è questo: vorrei che il calendario si fermasse, vorrei che dal 24 notte in poi esistesse un solo giorno, quello di Natale. Vorrei che il calendario avesse 365 foglietti con la data del 25 dicembre. E non importa se ci sarà caldo e festeggeremo al mare mangiando una granita al limone, non importa proprio!!!
Ora ti saluto perché so che sei impegnato, devi caricare i regali, preparare le renne (un saluto a Saetta, Ballerino, Schianto, Guizzo, Cometa, Cupido, Tuono, Lampo e Rudolph) e Buon Natale anche a te!
Anna


Probabilmente non sono mai cresciuta se ogni volta che arriva il Natale, adoro rileggere libri e rivedere film che hanno come protagonista Babbo Natale e i suoi amici elfi.
Non c'è niente di più meraviglioso, penso, di credere a un uomo bello panciuto, con una barba bianca, un bel vocione che con la slitta magica e le renne parte da casa sua, in Lapponia, tutto infagottato, per portare i doni a tutti i bambini del mondo. Questa è la magia, vedere i bambini attendere con ansia Babbo Natale, appendersi alla sua barba, lasciare vicino al camino un po' di latte e biscotti, oppure la trepidante attesa nel momento in cui bisogna scrivere la letterina. Ecco la mia letterina...
Caro Babbo Natale, quest'anno sono stata buona
fai che riesca ancora a crederti quando sarò grande, che riuscirò a sentire il magico suono dei campanellini delle renne, e magari, affacciandomi fuori alla porta, il 24, alzare gli occhi al cielo e vedere te che passi e mi saluti"
Ciao Babbo Natale, ti voglio bene e mi raccomando non prendere freddo.
Tua Antonella

mercoledì 23 dicembre 2015

L'appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca

L’Appartamento tedesco. Tutti i colori di una cronaca tedesca – Limited Edition –
Coriandoli
…e giacché quest’anno sono stato un bambino cattivo, Caro Babbo Natale, non portarmi nulla in dono, ma regala
A chi non ha mai un sorriso, dita impertinenti sotto la pianta dei piedi. Anzi, una risata profonda dall’io…
A chi ha il fiato pesante, un alito di vento che faccia volare. Anzi, un passo lieve per non farsi sentire dagli altri…
A chi ha il cuore indurito, un ammorbidente. Anzi, il candore di un viso dolce…
A chi è solo, un abbraccio forte da far male. Anzi, due braccia forti per sollevare piccoli e grandi pesi…
A chi è giù, un ascensore. Anzi, no. Il potere di volare…
A chi non è più lo stesso, uno specchio per risplendere. Anzi, una voce che rimbomba dall’interno…
E allora tutto sarà bellissimo…e tu, caro Babbo, perderai il tuo lavoro stagionale.
Sappiamo che tu non te ne dolerai.
Finalmente potrai smettere di inforcare i tuoi occhialetti tondi per leggere quelle lettere di bimbi ai quali s’insegna, fin dalla tenera età, a desiderare qualcosa di meglio e ad andare indietro a miracolo senza provare a realizzarlo con impegno e il rischio di fallire. Ti leverai di dosso quel cappottone rosso guarnito di pelliccia bianca, ti accorcerai la barba bianca e potrai fare la dieta per la pancia per disattenderla ogni domani.
Passerai le giornate tediose a fare giochi di legno assieme ai tuoi gnomi e folletti, a inscenare sempre le solite che barba che noia discussioni con la Befana su cosa a mangiare a pranzo e cena, a sbrigare le commissioni domestiche e burocratiche e ad andare dal veterinario per le povere renne, sfiancate da quel volo pindarico dalla Lapponia fino al capo del mondo nell’arco di una notte con bello e brutto tempo di un giro di mondo. La slitta starà di fronte alla tua porta innevata e ferma con i pattini come nuovi.
Piano piano ognuno si dimenticherà di quell’uomo immortale che fa doni a tutti una volta all’anno perché l’ultima volta ha ricevuto da te un dono speciale. Essere Babbo Natale per tutto l’anno.



Paul_Blau_Vierzig

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica di Gigia


C’era una volta una graziosa orsacchiotta blu, con un elegante fiocco rosso sulla testolina. La piccina viveva insieme ai suoi amici, dentro una cesta di vimini in una vetrina di via Sonnino, a Cagliari. L’orsacchiotta blu con fiocchetto rosso voleva tanto girare il mondo, così faceva gli occhi dolci a tutti i passanti, perché la portassero via con loro. Un giorno davanti alla vetrina passarono Red e Violet. Fu amore a prima vista: “guarda che bella, è rossoblù! È perfetta per il compleanno di Nonna Nenna!”. Fu così che l’orsacchiotta fu portata in casa Stronza, impacchettata e donata per il suo compleanno a Nonna Nenna. Quando l’orsacchiotta e Nonna Nenna si guardarono negli occhi capirono subito che erano fatte l’una per l’altra; si riconobbero dal colore: erano entrambe rossoblù fino al midollo! Quando fu il momento di decidere il suo nome successe una cosa strana: l’orsetta rideva felice al solo sentire la parola Gigia, mentre era molto triste quando le si dicevano altri nomi, e per questo fu inevitabile chiamarla così, in onore di… indovinate un po’ chi?
Da quel giorno Gigia andò a vivere nel comodino di Nonna Nenna, che appagò il suo desiderio di vedere il mondo, portandola a spasso o al mercato, infallibile cucciolo di mazzina, tutti i giorni di partita (o prepartita) del Cagliari del nostro cuore.
Anche sabato mattina, dopo essere saltata felice nella borsa di Nonna Nenna, Gigia è andata al mercato, mentre nel pomeriggio ha optato per una passeggiata in centro proprio un’ora prima che al Sant’Elia iniziasse la singolar tenzone contro la Bari. Nel frattempo Red e Violet si davano un gran da fare come folletti di Babbo Natale per poi dividersi in impegni diversi.
Insomma, per farla breve... 
Al fischio di inizio nessuno si trova ai posti di combattimento: Gigia passeggia per la città, Violet sta uscendo di casa e Red sta mandando a quel paese un aspirapolvere perché (come osa?) sovrasta la voce di Vittorio Sanna, e che cavolo! Il rumore dell’arnese maleducato non fa decollare la partita, ma lo straccio antistatico porta decisamente meglio, così si festeggia il ritrovato silenzio con un grido di gioia: “Goooooooooooooooooooolllllll!!!! Una randellata di Salamon che ha fatto tremare anche la viscere del portiere, che riesce a ribattere coi pugni, ma ancora scosso dal colpo, non può nulla contro la sucessiva randellata di Melchiorri!”. Che aggiungere alla radiocronaca? Ma nulla, anche perché la partita è ancora all’inizio, e il gol sembra l’interruttore per l’accensione del gioco: il Cagliari si fa pericoloso in più occasioni, ma la Bari è tutto fuorché arrendevole. Infatti è un contropiede che fa raddoppiare su Casteddu: Farias galoppa bel bello col pallone incollato al piede fino al momento di cedere il passo a Sau, che incrocia con grazia infilando gentilmente il pallone nell’angolino, quello dove non batte il sole. Devo dire che quando fanno così questi due ragazzi sono proprio belli…e qui parte, ovviamente, “omalleo simpallao segna sempre Marco Sau!!!”.
Due a zero e il Cagliari si anima sempre più di spunti, frizzi e lazzi, finché Rosina, che non abbia a pentirsene, mette dentro una punizione facendomi sfuggire dalla bocca più di un porca miseria.
Si va a riposo in vantaggio e si rinizia subito belli reattivi, con Patto e Farias che sfiorano la replica del contropiede perfetto e altre amenità che per un motivo o per un altro non vogliono entrare. A quasto punto Nonna Nenna e Gigia tornano a casa, si informano del parziale e accendono la radio in cucina. Ma le cugurre si annidano dove meno te lo aspetti e Nonna Nenna lo sa. Allora prende Gigia, la mette vicino alla radio accesa e le dice: “piccolina, io devo andare a fare un paio di commissioni, tu stai qui da brava e controlla che non cambi nulla, mi raccomando”. A questo punto le cugurre aleggiano e la Bari si rianima, rischiamo, ma Gigia è lì, a difendere stoicamente il risultato. Troppo stoicamente, visto che rischiano anche loro, ma nulla, non entra in rete nulla, nemmeno i rigori! Pattolino bello piedino d’oro della zia Red, non prendertela, non è colpa tua! Gigia è piccolina e molto obbediente, nonna le ha detto di non far cambiare il risultato e lei è stata precisa e intransigente! Comunque, seppur con tanto batticuore e quattro minuti di recupero, che son sembrati tre giorni (ma che sarebbe il calcio senza batticuore?), l’arbitro fischia tre volte e noi ci prendiamo tre ottimi punti. Rastelli, intervistato nel dopo partita, ammette: “è anche grazie ai tifosi che si ottengono vittorie come questa!”. E già, noi ce l’abbiamo messa tutta, vero Gigia? Olè!
Ma le nostre fatiche non sono finite, perché dopo la lacrimuccia andata per traverso al Porto Corallo una settimana fa, ce n’è un'altra che viaggia ancora da uno spareggio per l’Eccellenza. Eh sì, ritroviamo il Kosmoto Monastir, dopo quella romantica sconfitta ai play off. Ricordate? Certo che ricordate, anche meglio di me! Quella traversa ne ha fatto scendere di lacrime, uh, se ne ha fatto scendere. Però c’è un problema: le nostre lacrime non le hanno viste di persona, quelli di Monastir, tanto che alla vigilia di quest’incontro la Kosmoto è pari punti con il Tonara invece che, come sarebbe più consono, con il Porto Corallo. Poco importa, la guerra è guerra e noi siamo concentratissime a distanza. Anche Gigia è concentratissima, e vi assicuro che non è stato affatto facile spiegarle che nel mondo oltre ai rossoblù esistono anche i rossoneri, ma solo quelli belli!
Il Monastir parte subito esagerato e per sessanta minuti fracassa l’anima a tutti, come se le lacrime della scorsa estate non l’avessero neanche sfiorato: Caddeo 1, Caddeo 2 e Caddeo 3. E in quarantanove minuti si porta a casa la tripletta. Ma io dico, caro Caddeo, di che ti bulli? Guarda che l’ha fatta anche Larrivey, una tripletta! Ma non è servita a molto…
Sai com’è, certe partite si vincono anche grazie ai tifosi! Su Nuratze non si arrende e anche Gigia, dopo tutta la fatica che ha fatto a capire che doveva tifare rossonero, non ci sta ad arrendersi così. Ognuno faccia il suo: noi a gufare, su Nuratze a incitare e i ragazzi a giocare. E così qualcosa si muove e il Cala, il nostro Cala adorabile nipotino adottivo, mette il primo tassello. Siamo al sessantacinquesimo e ancora sotto di due, ma al settantaduesimo tutto si fa possibile: Ferreli segna il 2 -3, il pubblico impazzisce e la squadra si esalta. All’ottantesimo è Litarru a firmare il pareggio. 
Ma a noi, diciamo la verità, dopo tutte le lacrime dello spareggio, il pareggio basta? Macché!!! E il Cala lo sa che quelli, brutti, hanno fatto piangere le sue più fedeli e affezionate tifose. E allora dai, che c’è tutto il tempo per far esplodere su Nuratze!
E fu così che all’85’ arrivò il gol della vittoria e fece impazzire di gioia i tifosi, riaffermò il valore indiscusso delle nostre lacrimucce di jana, fece felice Gigia e Nonna Nenna e confermò che Calaresu è il bomber più bello e più bravo del mondo (e non si discute) nel cuoricino stronzo di Violet e Red.
E vissero tutti felici e contenti.


P.S. è Natale... come sarebbe bello avere il portachiavi rossonero, quello bello! 

domenica 20 dicembre 2015

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stata buona - by Red

Caro Babbo Natale, è qualche giorno che ti penso, ma ho trovato solo adesso il tempo per fermarmi a scrivere, spero non sia troppo tardi! E così, davanti alla fiammella della stufa e sotto la mia fida copertina rossa mi è passato un pensiero per la testa: ma le tue renne fanno come i piccioni? Caro Babbo, dai, ma non sarebbe bello? No, non ti volevo chiedere se anche le tue renne hanno i pidocchi, ci mancherebbe, lo vedo bene che sono lucide, curate e profumate! Quel che ti volevo chiedere è… la fanno la cacca quando volano? Se sì, avrei qualche idea e magari rideresti un po’ anche tu nel fare qualche scherzetto tra un dono e l’altro. Ce lo meritiamo un po’ di divertimento, no? Caro Babbo Natale, quest’anno sono stata buona! Sì, renne cagone a parte, sono stata buona davvero! Ho cercato di essere paziente e comprensiva, ho provato ad essere sorridente e gentile con tutti e a portare sempre a spasso con me un po’ d’allegria per rendere le giornate migliori. Sono stata buona, ne sono certa, e vorrei tanto un regalo. Io lo so che tu lo sai il regalo che vorrei. Ti immagino già sorridere e scuotere la testa pensando “benedetta ragazza, sempre lo stesso!”. 
Caro Babbo Natale, la faccio breve, vorrei delle scarpe rosse! Ecco, stai ridendo, lo so! Ma, Babbo, perché non chiami anche Gesù Bambino e leggete insieme questa mia letterina? Ho un’idea per fare il mondo un po’ più bello!
Caro Babbo Natale, caro Gesù Bambino, potrei avere per Natale delle scarpette rosse? Quest’anno sono stata buona e il prossimo voglio esserlo di più. La renna cagona era una grande idea, ma quella che mi è venuta in mente adesso lo è ancora di più. Non portate scarpe rosse solo a me, portatene un paio ogni persona al mondo! Un paio per ciascuno, e il mondo sarà più bello, fidatevi!
A scegliere i modelli più adatti vi aiuto io, sono un’esperta, vi assicuro!
Dice il proverbio che prima di giudicare un uomo bisogna camminare per tre lune nelle sue scarpe, chissà che non funzioni davvero far passeggiare tutti con i piedi di rosso vestiti!
Per prima cosa scarpette rosse brillanti, come quelle di Doroty del Mago di Oz, per tutti quelli che non sanno sognare. Per chi si fa intorpidire l’anima dal cinismo e passa la vita a criticare gli idealisti. Per chi sa già tutto della vita e crede che domani non ci saranno sorprese. Facciamogli indossare le scarpette che portano in un mondo incantato, perché capiscano quanto sia complicato sognare, quanto sia dura sembrare matti o ingenui solo perché la mente e il cuore volano e trovano pace e gioia nella poesia e nella bellezza. Quanto impegno ci vuole per creare mondi di sogno che regalino un sorriso. Magari capiranno, magari guarderanno dietro l’arcobaleno, magari canteranno camminando per strada. Forse si spaventeranno e si autodenunceranno, chi lo sa. Ma avranno pur sempre indossato delle scarpe deliziose!
Scarpette rosse di vernice a tutte le bimbe rifiutate. Alle bambine nate in luoghi dove quando nasce una femmina si pensa che sia una disgrazia. Scarpe rosse in vernice per capire com’è bello sentirsi preziose, cosa si prova a guardarsi allo specchio e pensare: “oh, che bella, pupa!”. Scarpette in vernice per insegnare agli occhi delle bambine a sorridere.
Décolleté rosse a punta e tacco a spillo, sette centimetri. Le scarpe di Marilyn in dotazione a tutti i soldati, a tutti gli eserciti, a tutti quelli che fanno la guerra. Perché se battono troppo forte i piedi a terra si spezzi il tacco e non possano camminare se non zoppicando. Perché se marciano con quelle scarpe possano dire addio alle caviglie. Perché bisogna camminare con grazia e delicatezza per non perdere l’equilibrio, ondeggiare per non cadere. Perché capiscano che la fragilità e la bellezza hanno conquistato il mondo.
Scarpe rosse assortite: sandali, ballerine, stivali, mary jane, francesine… le scarpe rimaste sole dopo che la violenza ha spazzato il resto. Il simbolo della femminilità ferita. Portatele agli uomini che alzano troppo spesso la voce, che hanno le mani più veloci del pensiero, a chi più che “amare” “possiede”, a chi pensa di poter giudicare e punire. Alle donne che pensano che in fondo “se l’è cercata”. A tutte le mamme e i papà, a tutti coloro che sono, per qualche motivo, chiamati ad educare gli uomini e le donne del futuro, per tenere sempre presente che la bellezza deve essere protetta, che tutto ciò che attira lo sguardo e con esso l’invidia e la gelosia è difficile da portare, ma è meraviglioso. Perché quelle distese di scarpe rosse, tutte diverse, sembrano apparenza, ma sono l’essenza persistente di ciò che una rabbia ceca e vigliacca ha provato a cancellare. Perché tutti ricordino che la propria essenza va portata, sempre e comunque. E va difesa.
Per tutti scarpette rosse da ballo, caro Gesù Bambino, caro Babbo Natale. Narra la leggenda che la bimba che, vanitosa, indossò le scarpette rosse, non riuscì a smettere di ballare e fu trascinata da una danza vorticosa all’inferno. Io non so, ma credo che sarebbe bellissimo se tutti fossimo costretti a ballare. Se l’umanità diventasse una comunità che attraversa il mondo a passo di danza, seguendo il ritmo della terra, del vento e del mare. Se ci sforzassimo di passare nella storia sulle punte, di non fare rumore quando cadiamo. Se ci guardassimo l’un l’altro per armonizzare i nostri gesti. Sarebbe forse troppo bello, ma almeno potremmo indossare le scarpette giuste per capire il senso della danza, che non dista tanto, credo, dal senso della vita.
Caro Babbo Natale, caro Gesù Bambino, che ne dite? Se l'idea vi è piaciuta io vi accompagno e vi aiuto, e se sarò stata buona magari ne resterà un paio anche per me. Sono pronta ad indossare le scarpe di chi volete voi, sono pronta a capire il passo di qualunque persona. Se poi il passo giusto per me fosse quello che danno le décolleté che ho visto nel largo Carlo Felice, beh, ve ne sarei davvero tanto tanto grata (il mio numero è il 35, non dimenticatelo).

Vi abbraccio vecchio Babbo e piccolo Bambino, e vi ringrazio di tutto, dei doni e dei sogni. A presto!

venerdì 18 dicembre 2015

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stata buona... by Violet 2015




Caro Babbo Natale,
scriverti è sempre bellissimo!
È parlare a cuore a cuore con il Tempo, è sognare con una penna in mano, è vivere alcuni minuti immersa nel Desiderio, disperso tra le Stelle...
per questo e per altri mille e mille motivi, mio buon Vecchio, sono qui e scrivo.

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stata buona.
Buona come gli impegni presi e portati avanti, buona come i sacrifici fatti. Buona come le scelte dolorose, ma necessarie. Buona come il pane del dono, che ho provato ad essere, e come il vino, perché anche io invecchio e si vede da tante cose. Buona come il sapore delle storie e il calore degli abbracci.
Caro Babbo Natale, quest'anno sono stata buona, così, come ti ho spiegato. O almeno ci ho provato, perché non è stato un anno facile, no no. E non lo so se basti essere buona così, perché i segnali che mi giungono di rimando non sono sempre univoci e concordi.
Però, se non sono stata abbastanza buona, poco importa di fronte a te, perché tu buono lo sei davvero, e sempre. Buono e comprensivo. Buono e saggio, di quella saggezza che ti fa essere giusto e generoso insieme.

Di materiale, per me, non ho niente da chiederti, Babbo. Imparo sempre di più ad essere sobria e a sapermi accontentare. Conservami la capacità di sacrificio e quella di saper dosare le rinunce necessarie ai piccoli sfizi che portano sorriso, e questo mi basterà.

Per la mia famiglia ti chiedo un po' di stabilità e un po' di pace... e se proprio non si può avere pace ti chiedo una bella tregua, di quelle abbastanza lunghe da aver il tempo di riparare le crepe ai muri e ricostruire i ponti sui fossati. Dalle tregue si riparte, starà a noi, se saremo bravi e sapremo essere riconoscenti dei tuoi doni, ripartire verso la giusta direzione.

Invece ho tanti sogni e desideri immateriali, piccoli e grandi, sia per me che per tutti coloro che porto nel cuore, amici e sorelle, amiche e fratelli, vicini e lontani... te li dico ora, ma non è necessario che arrivino tutti nella Notte Santa: tu fruga in fondo al sacco, quando ti capita, e vedi se c'è qualcosa per noi; distribuiscili nel tempo, quando vuoi e sai, saranno come una ventata fresca, profumata di pini e abeti, di muschio e di frutta candita, e saremo felici che ti ricordi di noi!
Allora... non farci mancare la luce del mattino e un po' di tempo per abituarci al nuovo giorno e ringraziare. Non farci mancare qualche raggio di sole, la carezza del vento, la freschezza della pioggia e lo stupore dell'arcobaleno. La tempesta e il sereno, il freddo che invita al riposo, una bella coperta calda e un buon libro. Non farci mancare il silenzio, la giusta dose di solitudine e un po' di compagnia, il dialogo e il confronto. Non farci mancare il sorriso, la pazienza, la speranza e la fiducia. Regalaci il tempo di gustare una passeggiata sul bagnasciuga, di ammirare sa Gente Arrubia, di scattare qualche buona foto, di camminare nel bosco, di arrampicarci in mezzo alla macchia, di andare incontro alla sera ascoltando il tramonto, di vivere la notte, veder sorgere la luna e guardare le stelle. Regalaci il tempo per un caffé da chiacchierare fitto e per un aperitivo da ridere insieme. Ma soprattutto non farci mancare gli abbracci della sera, le ninnananne sussurrate, qualcuno a cui promettere “a domani”...
...un viaggio, un incontro, una danza, un canto, un racconto, un fuoco e un bicchiere di vino!

A me, poi, manda il maestrale con delle buone storie da ascoltare, qualcuna per imparare, altre da raccontare... e sarò felice!

Grazie, davvero
ti aspetto con una piccola fiamma vicino al Bambino
con i giochi di luce dell'Albero
e un canto nel cuore

                   tua Violet



giovedì 17 dicembre 2015

Stiletto sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica della lacrimuccia


Vi ho lasciati agli albori di una serata di Coppa Italia e ricomincio a scrivere così, nel pomeriggio di un martedì da batticuore.
Volevo chiudere la pratica di un disastro per affrontare il nostro primo test stagionale di serie A con la giusta concentrazione e senza brutti pensieri.
Ero tutta felice di vedere finalmente in televisione una partita de su Casteddu meu, così ho cenato di fretta e mi sono sistemata con Violet ai posti di combattimento. Direte: finalmente Red farà una cronaca puntuale e precisa di quanto accaduto! Vi dirò, non l’hanno fatta neanche i cronisti! Le informazioni più precise di quanto accadeva in campo erano tipo “dalla posizione del tiro il giocatore potrebbe essere Floro Flores” o “recupero di… potrebbe essere Colombatto”. Si intuivano giusto le sagome di undici bianchi fantasmini rossoblù, che si stagliavano morbide e luminose a portare un po’ di Mediterraneo in val Padana. Il Sassuolo, che con quel verde nero è mimetico anche in giornate di maestrale, si aggirava per il campo con la figura e la presenza di spirito di un camaleonte. La terna non lo so, era “color’e cani fuende” (colore di cane che fugge n.d.r.). Insomma, c’era così nebbia che non si vedevano nemmeno le corna dell’arbitro! Invero la frase che ho detto più spesso durante la partita, invece del consueto “uccidete quell’uomo!”, è stata “ma porca miseria, dov’è il pallone!!! Dove cavolo è il pallone!”. Ma al 36’ del primo tempo un lampo di luce ha illuminato il campo: è Patto, che con un incedere degno di Zola e la potenza di un fendinebbia ha fumato un paio di difensori e davanti al portiere ha trovato l’angolino giusto come sa fare lui. E qui è partito insesorabile “Omalleo simpallao segna sempre Marco Sau!”, motivetto che ci ha tenuto sveglie fino ai tre fischi finali che ci mandano dritti dritti al san Siro.
Ma al san Siro ci penseremo in un altro momento: c’è un problema. Dobbiamo giocare Cagliari-Como. Non mi torna: Cagliari non è como, Cagliari è immoi! Laconi è como, porca miseria! Se si fosse giocato Laconi – Como… sai che risultato! Ma Cagliari – Como si ferma su un 1-1 ottenuto con ostinazione e forza di gruppo (se siete curiosi chiedete e vi racconterò tutto di Laconi, como, immoi, Sarcidano, Marmilla, Campidano, Mandrolisai…) Pare poco un punto con gli ultimi in classifica, ma è tanto. Ma anche se è tanto non importa, mi è scesa una lacrimuccia. Non volevo, perché al Como c’è Festa e io a Festa voglio tanto bene… ma è scesa da sola, come si fa?
Non lo so come si fa, caro Festa, perché domenica c’è il big match a Villaputzu (perché, il Porto Corallo gioca a Villaputzu?)! Big per noi: è la bella, la rivincita, la resa dei conti! Ve lo dirò con le parole di Violet: “era un bel giorno di primavera quando, nel consolare i nostri eroi, scese una lacrimuccia dagli occhi di jana di tre simpatiche figliole. Ed ecco che, dopo molti giri ed infinite avventure, in un grigio giorno d’autunno la lacrimuccia decise finalmente di concludere il suo viaggio e far ritorno a casa… Ma che dico a casa. Al campo. Di Porto Corallo… E ne combinò di ogni colore… dispiegando, piccolo prisma acuto, quasi per intero un arcobaleno di goals”. Non mi chiedete di aggiungere nulla a questa poesia, vi prego! Anzi, aggiungerò, seccamente, il risultato finale: Porto Corallo – Tonara: 0 – 6.
E fatemi correre, che per arrivare ad oggi dobbiamo ancora attraversare mille avventure! Lanciano. Dov’è Lanciano? Sappiate che tutti gli insegnanti di geografia dovrebbero far seguire ai propri alunni la serie B: è fonte inesauribile di scoperte!
Eccoci dunque con il passo della fantasia in Abruzzo e con il passo della realtà spasso per una Casteddu illuminata a festa, un occhio alle luci natalizie e uno al cellulare per i risultati, quando Tello si è librato in aria con una rovesciata d’artista e ha portato il Cagliari in vantaggio. È il 13’ del primo tempo ed è solo uno chicchissimo preludio a una partita condotta da maestri. Al 34’ è la volta di Salamon, che infila nell’angolino dove non batte il sole un angolo perfetto di Di Gennaro. Al 59’ Piccolo accorcia le distanze e mi fa adombrare per qualche minuto, cavoli suoi. Ma i nostri sono in giornata di grazia e con Cerri si segna anche di ginocchio. Un 3 – 1 da favola, che ci riporta a un soffio dal Crotone, quelle carogne che avevano capito subito che prenderne quattro dal Cagliari li avrebbe salvati dall’ira funesta delle nostre incoercibili lacrime.
Ma non basta, perché dopo il turno infrasettimanale c’è il turno settimanale, che cosa credete, che siam qui a pettinare le bambole? Dov’è che dobbiamo andare? Livorno? E così alle 15.00 di sabato eccoci con il cuore al Picchi. Inizio a seguire la partita dalla mia radiolina, il tempo di accenderla e Farias sblocca il risultato, è il terzo minuto del primo tempo. Ci proviamo con costanza e sfortuna, il Livorno non è l’ultimo arrivato. Poi devo spegnere la radio e correre via ad altri impegni, quando prendo in mano il cellulare scopro che il terzo minuto del secondo tempo ha dato al piede di Vantaggiato il pallone del pareggio, poi un assedio inutile, partita stregata. Un punto solo, forse il risultato più deludente della stagione, ma non c’è tempo di piagnucolare troppo, domenica gioca il Tonara!
E dove gioca il Tonara? A Selargius! E dov’è Selargius? A cinque minuti netti da casa di Red e Violet! E Red e Violet hanno visto la partita? No! E perché no? Perché hanno scoperto troppo tardi che i rossoneri, quelli belli, erano lì, a un piccolo passetto da loro, bisognosi di sostegno. E così erano in altre faccende affaccendate. E quel brutto Selargius ha vinto… se ci fossimo state noi, chissà! È vero, non siamo in grado di garantire un risultato immediato, ma se qualcuno fa piangere i nostri beniamini ci commuoviamo, e se la lacrimuccia scende poi arriva… il Porto Corallo lo sa! Non temete ragazzi, il campionato è lungo e c’è tutto il tempo di raddrizzare la classifica, magari con Red e Violet sugli spalti!
E poi zitti tutti ora, che devo vedere la partita! C’è Inter – Cagliari, coppa Italia! Sono in ritardo, sono in ritardo!!!
Epilogo.
Inter – Cagliari è finita da due giorni, lo so! Scusate ma mi ci è voluto del tempo per raccogliere tutte le lacrime che mi sono scese (che nessuno abbia a pentirsene). Ha vinto quella superiorità tecnica che garantiscono i soldi, ha perso non essere riusciti a giocarsi davvero il tutto per tutto nel momento in cui tutto poteva essere. Io, per esempio, Sau intorno al settantesimo me lo sarei giocato, non fosse altro per tutti i rospi che ha fatto ingoiare ai nerazzurri al San Siro nelle scorse stagioni. Io ci avevo creduto, per un momento, quando ho visto il Capitano in panchina con un sorriso così nonostante le fratture. Ho creduto che fosse arrivata l’ora di una lacrimuccia antica. Era il 1994 e io ero all’Hotel Savio, a Lido di Savio. Era la mia gita di terza media e su Rai 1 davano Inter – Cagliari. Iniziammo a guardarla in due classi da trenta ragazzi e sei professori. Ai tre fischi finali c’eravamo solo Io, Danilo, Alessandro e prof. Milia, grand’uomo. Più tre bergamaschi interisti che non so nemmeno se siano mai tornati a casa. Quando ho sentito Inter – Cagliari di Coppa ho pensato che magari la mia lacrimuccia (che era scesa davvero, ero una fanciulla sensibile, io!) si sarebbe posata, ma no. Sta aspettando di ritrovarci in Europa! Ma dalla prossima ce n’è anche per la coppa Italia, che credete?

Bene, ora ho pagato pegno per la mia assenza prolungata: dovevo raccontarvi due settimane di calcio, vi ho raccontato sette partite. Se me ne sono persa qualcuna perdonatemi: non ci capisco più niente!!! E fu così che una lacrimuccia viaggiò verso chi ha scritto il calendario della B… stay tuned!


Intanto nell’Olimpo… È risorta, è risorta! È tornata, è tornata! Ho capito che Natale è Paschixedda, ma non esageriamo, non è il tempo giusto! 

lunedì 7 dicembre 2015

L'Eco delle Parole

Immagine da web


Narra la leggenda che in una terra lontana, sperduta tra le montagne, viveva e vive ancora oggi un popolo forte e antico. Un popolo che sa aspettare, sa ascoltare, sa imparare dalla storia e dagli eventi. Un popolo che sa narrare e sa cantare.

C'era un giorno un giovane pastore che aveva molta fame, perché aveva finito le provviste e casa era ancora lontana. Si fermò a dissetarsi ad un torrente dalle acque fresche e cristalline quando, alzando gli occhi, vide una mela rossa e tonda, trasportata a valle dalla corrente. Allungò la mano, prese la mela e la mangiò con gusto. Il pastore era un giovane onesto e decise di ripagare di quel dono benedetto il padrone del melo che lo aveva nutrito col suo frutto. Non fu facile scalare la montagna, seguendo il torrente verso la sorgente, ma alla fine giunse ad uno splendido frutteto, nel quale c'erano alberi di tutte le specie, dai rami rigogliosi e carichi di frutti profumati e succulenti. Chiese chi era il padrone, perché doveva pagare una mela.
– Questo giardino appartiene al Re. Dubito che si accorgerà di una mela caduta nel torrente – disse un giardiniere – vai in pace, buon giovanotto!
Il pastore, però, insisteva per pagare il giusto prezzo per la mela, così fu condotto davanti al Re.
– Sire – disse il pastore – una mela del vostro giardino mi ha sfamato: fate un prezzo per il vostro dono ed io lo ripagherò.
Il Re fu molto stupito: vide che si trattava di un giovane buono e onesto e decise di dargli in sposa la figlia.
– La mia figliola è cieca, zoppa e muta – disse il Re. – Ecco, questo sarà il tuo prezzo!
Il pastore non se la sentì di rimangiare la parola data e le nozze furono celebrate con grandi festeggiamenti. La sera, mentre gli invitati proseguivano la festa, il giovane portò la sua sposa nella casa a loro destinata e si accorse che la Principessa era una fanciulla bella come una fata, dagli occhi scuri e profondi che lo guardavano con un sorriso, dal passo lieve come una danza e dalla voce dolce come il canto di un usignolo.
– Ero cieca – disse la giovane – perché non ho mai potuto vedere il mondo. Ero zoppa, perché non avevo nessuno con cui danzare. Ed ero muta, perché il canto delle mie parole non ha trovato orecchie attente e cuori aperti.

Da quel giorno i due sposi stettero sempre insieme. Intrapresero un viaggio del cuore, che allargò lo sguardo della giovane Principessa e liberò i suoi piccoli piedi in passi leggeri come una danza. Percorsero la loro terra antica, le immense e alte montagne, le gole e le valli a cui facevano corona. Riempirono gli occhi di bellezza, tutta quella che il giovane pastore riuscì a mostrare alla sua sposa. E colmarono il cuore delle storie e della vita della gente che incrociavano nel cammino, di quel loro popolo duro, perché forgiato dalla vita, vero, perché attaccato alla terra, e ricco solo delle proprie parole antiche.
La Principessa sapeva tacere e ascoltare. E ascoltò tutto e tutti, imparando presto che quelle parole, oltre che essere antiche, avevano ali, per volare verso il cielo, e piedi, per percorrere le valli della terra. Erano parole forti, che avevano imparato l'arte di sopravvivere: si infilavano nelle gole tra le montagne e, quando sbattevano alla roccia, non si ferivano né morivano, ma tornavano indietro come eco. E si moltiplicavano e fluivano, di onda in onda, fino ai confini più reconditi dello spazio e del tempo, dove cuori aperti le raccoglievano e custodivano, dove voci generose si intonavano al canto.
Ebbero molti figli i due sposi.
Fin dalla nascita del primo, la giovane mamma, iniziò a cantare per lui quelle parole, quegli echi lontani che aveva imparato nel viaggio con il suo sposo. E così fu anche con il secondo, il terzo, il quarto e il quinto. E tutti gli altri ancora. La Principessa cantava e, man mano che il canto le scioglieva la lingua, le parole crescevano in lei e divenivano storie e poemi. I figli diventavano grandi con quel canto nelle orecchie e nel cuore, e imparavano a ricordare e a cantare. E come un eco il canto risuonava in loro. Come un'onda che si allarga lo moltiplicarono e lo portarono lontano, nei viaggi e nelle avventure, quando iniziarono a girare il mondo. Ricordavano e cantavano: e viaggiando davano ali e piedi a quelle storie e voce e suono alle parole. A loro volta ebbero figli, a cui cantare e insegnare, e i figli ebbero altri figli e altri ancora ne incontrarono per via, chiamati dalle parole, che mettevano loro un desiderio nel cuore, quello di ascoltare e di imparare, di ricordare e di cantare.
Per ultima alla Principessa nacque una bambina. Anche per lei la mamma cantò. E ninnò e parlò e insegnò. Anche per lei fece scorrere fiumi di parole e le annodò in tessiture di canto. Anche a lei diede il dono di imparare, di ricordare, di tramandare. Alla sua bimba, però, volle fare un dono in più, da madre a figlia, da sorella a sorella, che tra donne è così: le insegnò a conservare, perché le parole non si perdessero, perché l'eco non si spegnesse del tutto, nei periodi in cui il canto fosse stato proibito. E la piccola conservò ogni storia e ogni parola, la tenne al caldo nel cuore, la cantò ai figli e alle figlie, e loro ai figli e alle figlie, e ancora ai figli dei figli e alle figlie delle figlie.

Così, si dice, dalla Principessa, che era stata cieca e zoppa e muta, nacque una stirpe che dona un suono alle storie e fa fluire l'eco delle antiche parole. Questa stirpe ha superato lo spazio e il tempo, ha superato le difficoltà, le avversità e i silenzi. Ed è arrivata fino a noi.
Alcuni li chiamano Aedi, altri Dengbej. Noi li chiamiamo, semplicemente, Cantastorie.


Questa storia prende avvio da una leggenda del popolo curdo. In verità, però, è una riflessione, sulla forza delle parole e della parola, sul perdurare di un eco lontano che ancora oggi parla da orecchio a cuore... una riflessione su come una storia può cambiare la vita e dare speranza a questo nostro vecchio mondo.

giovedì 3 dicembre 2015

Stiletto Sport - Il calcio visto dai tacchi a spillo

La domenica di “una rondine non fa primavera”


Premessa
E dire che a me il Brescia stava pure simpatico. Perché quando ero un'incantevole fanciulla i Timoria cantavano e suonavano divinamente. Ciccio Renga non aveva ancora intrapreso il sodalizio con Non è la Rai e Omar Pedrini non si era ancora tagliato i capelli. Era bello come il sole, Omar, con i capelli lunghi, e quando il Brescia vinceva lui era tanto felice! A me, a dirla tutta, vedere Omar Pedrini contento faceva piacere. Poi venne Mazzone, il nostro incomparabile Carletto, al quale sempre andrà il mio incondizionato amore e gratitudine; così le rondinelle crebbero ancora un po’ di stima nel mio cuore, anche perché poi le rondinelle sono animaletti graziosi, molto più di aquilacce, bisce e bestiacce varie di cotal tenore incastonate in stendardi, sciarpe e gagliardetti. Mi stava simpatico, il Brescia, dicevo: errori di gioventù, provare simpatia per una squadra solo perché uno suona bene la chitarra e scrive canzoni. Errori che mai più farò: adesso voi mi avete rotto il capitano e io vi lancio le mazzine. Almeno fino a fine anno (ricordo ai miscredenti che la mia “lagrima” ha spezzato ben due campionati - erano menischi? - a Totti). 
Mi spiace, c’est la guerre!

Capitolo 1. Su Casteddu Meu
Svegliarsi primi in classifica soli e irraggiungibili: sono cose tanto belle. Non vi ho raccontato di Spezia – Cagliari e di Cagliari – Ascoli e me ne dispiaccio, ma in fondo, che c’è da aggiungere alla poesia? Questo pensavo sabato mattina, mentre tutta contenta ragionavo sul fatto che finalmente avrei potuto seguire in pace la partita (io di lunedì sera sono impegnata, porca miseria! Lo si può far sapere a chi decide questi impiastri di posticipi?)
Alle tre sono pronta, in posizione strategica, con la mia radio ventiduenne, Violet e tutte la concentrazione del mondo. Quel che non mi piace è che la Primavera ha perso la prima partita in questo campionato di serie A, ma mi consolo pensando che una “Rondine non fa primavera” (soprattutto se un lampo le scende n.d.Red). Comunque sia, alle 15.00 un uomo dalla vaga somiglianza con una renna  fischia l’inizio della partita. Tutto sembra giusto e adeguato, il clima in campo è frizzante, con occasioni alterne e un gioco divertente. Individuiamo subito in Caracciolo l’uomo da abbattere, ma chiaramente le ex simpatiche rondinelle pensano che sia giusto abbattere qualcun altro. Così al 18’ Coly, randello al piede, fa un delicato passo di minuetto per prendere il pallone a Dessena, ma nell’incontro con la gamba del centrocampista rossoblù trova una tibia e un perone di troppo: il Capitano urla che lo sento dal salotto di casa mia. Il signor arbitro, senza scomporsi, mostra un solido palco corneo a tutto lo stadio e un cartellino giallo a quello che non fa primavera. Non capisco perché giallo: non si abbina né alla maglia né al fallo, ma tant’è. Intanto Rastelli, sai com’è, non è proprio contento dell’accaduto e palesa il suo disappunto alla cornuta terna (o quaterna? O cinquina?) e lui sì che è da espulsione! Intanto il primo tempo finisce, le squadre vanno agli spogliatoi, Dessena in ospedale e l’arbitro a cagare. 
La partita per noi finisce qui, il punto è che non finisce qui per il Brescia, che al rientro in campo ce ne fa quattro, uno dietro l’altro, fino al novantesimo. Io non voglio dire che tutta la partita è stata decisa da un episodio, anche se Dessena stava giocando benissimo e Tello non ha minimamente retto il confronto. Potevamo fare altro, potevamo reagire, avere meno paura, rimanere meno intontiti e imbambolati da un infortunio che certamente ha cambiato l’umore e la presenza della squadra. Potevamo tornare in campo armati di asce, potevamo picchiarli, potevamo cercare vendetta come Achille contro Ettore dopo la morte di Patroclo, e invece niente. Le abbiamo prese, le reti insieme ad altri cartellini gialli random del simpatico finto aiutante di Babbo Natale (è inutile che ti sia travestito da renna, Babbo Natale lo sa che non sei stato per niente buono!). Quanto a Coly, non l’ha fatto apposta e gli dispiace, ci mancherebbe anche altro! Non è che ce l’ho con te, ragazzo, è che tu m’hai rotto il capitano e io “te devo spezza’ l’aluccia!”.

Capitolo 2. I Diavoletti del mio cuore
I rossoneri, quelli belli, domenica pomeriggio rimediano un punticino preziosissimo contro il Latte Dolce. Preziosissimo perché in rimonta, perché quando le squadre sassaresi non vincono è sempre più bello, perché il Latte Dolce sta facendo un signor campionato e fermare la sua corsa era tutt’altro che facile, perché, anche se la classifica non è entusiasmante, finché stiamo attaccati al gruppo dei "salvi" va benissimo, perché è meglio un punto avanti al Taloro che un punto indietro… vi ho convinto?

Intanto nell’Olimpo… la Signora Proserpina è uscita dall’Ade, ma ride bene chi ride ultimo!

Epilogo
Dessena è stato operato e tutto è andato bene. I compagni oggi sono andati a trovarlo in ospedale e poi zitti, che siamo in prepartita! Ci tocca la coppa Italia stasera!

Riepilogo

Cari amici del Brescia, avete fatto piangere il mio Capitano, e quindi anche me. Ricordate sempre che io non rosico mai: io cugurro. Non vi gasate per un
quattro a zero: una rondine non fa primavera, e una rondinella nemmeno! Il Porto Corallo fece molto meno a Tonara eppure adesso… ma lo sapete quanti punti ha il Porto Corallo?

Bonus Track... from Red with love!

domenica 29 novembre 2015

Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato buono...


Come da tradizione, torna anche quest’anno il nostro meraviglioso concorso letterario! Scrivete anche voi una letterina e partecipate a "Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato buono..."!!! Per partecipare bisogna seguire queste semplicissime regole:

v   Inviate le vostre letterine a thepinkred@gmail.com scrivendo nell'oggetto "Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato buono..." o in pm alla pagina facebook de La Rassegna Stronza;
v     La letterina deve contenere il titolo del concorso ("Caro Babbo Natale, quest'anno sono stato buono...") in un qualsiasi punto del testo;
v     Potete inviare le letterine entro le 24:00 del 20 dicembre 2015;
v     Non esiste un limite di lunghezza;
v     E' ammesso qualsiasi genere di richiesta a Babbo Natale;
v     La grammatica è importante per realizzare i propri desideri;
v     Vale ogni forma di ironia ma che scriva chi ama il Natale e non chi non lo sopporta;
v     Se volete, potete accompagnare la vostra letterina con un’immagine, una canzone, un filmato o un qualunque contenuto multimediale vogliate condividere con noi

Sarete insindacabilmente giudicati dalla Rassegna Stronza in seduta plenaria e il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della sua letterina sul nostro blog, il 25 dicembre, e avrà la colazione pagata! Se vi sembra poco, ricordate che Babbo Natale ci vuole bene e avrà un occhio di riguardo per tutti i nostri lettori…

Cosa aspettate a scrivere???

sabato 28 novembre 2015

La Rassegna Stronza su Instagram

Da qualche ora ci trovate anche su Instagram... Seguiteci!!!

https://i.instagram.com/la_rassegna_stronza/

giovedì 26 novembre 2015

150 Anni nel Paese delle Meraviglie!!!

Era il 26 novembre 1865 il giorno in cui venne pubblicata la Prima Edizione di Alice nel Paese delle Meraviglie. Oggi, come allora, spiriti bimbi si incantano attraverso i suoi occhi e sognano di vivere un'avventura reale in quel mondo fantastico... o era un'avventura fantastica in quel mondo reale? Mah! Comunque sia, la Rassegna Stronza non può non festeggiare la ricorrenza e lo fa riproponendo un'illustrazione di Salvador Dalì e il Prologo poetico, da molti dimenticato, del famosissimo romanzo. Buon Compleanno Alice! Buon Compleanno al Paese delle Meraviglie tutto!!!



Nel pomeriggio dorato
tranquilli scivoliamo;
poiché entrambi i remi, con scarsa perizia
da piccole braccia sono maneggiati,
mentre piccole mani fan vana pretesa
di guidare i nostri vagabondaggi.

Ah, crudele terzetto! In una tale ora,
in un tempo così languido,
chiedere una favola a un sospiro troppo lieve
da muovere la più minuscola foglia!
Eppure, che può una povera voce
contro tre lingue insieme?

Imperiosa, Prima fa balenare
il suo editto di “dare inizio”:
in tono più dolce Seconda si augura
“che ci siano dei non sensi”.
Mentre Terzia interrompe la storia
non più di una volta al minuto.

Ben presto, conquise a un silenzio improvviso,
con la fantasia esse seguono
la bambina del sogno attraverso un paese
di meraviglie strane e nuove,
a colloquio amichevole con uccelli e animali...
e quasi lo credono vero.

E sempre, quando la storia prosciugava
i pozzi della fantasia,
e debolmente lui tentava, stanco,
di mettere da parte l'argomento
“Il resto la prossima volta...” “La prossima volta è ora!”
gridano le voci festose.

Così crebbe la storia del Paese delle Meraviglie:
così lentamente, a uno a uno,
i suoi strani episodi furono intagliati...
e ora la storia è finita,
e si vira verso casa, allegro equipaggio
sotto il tramonto del sole.

Alice! Accetta una storia infantile
e con gentile mano
deponila là dove si intrecciano i sogni dell'Infanzia
col mistico nastro della Memoria,
come ghirlanda secca di pellegrino, fatta di fiori
colti in una terra lontana.