giovedì 21 novembre 2013

La mia Terra che piange - By Red


E allora il Cielo scese a toccare la Terra.
La baciò tanto forte da toglierle il respiro.
La strinse, fino a farla sanguinare.
Si abbracciarono con la disperazione di chi è lasciato solo.
Scaturì un pianto mai udito, che penetrò le stanze di chi era rimasto sordo al grido della terra.
Che urlava di dolore. Forte. 
Fino al giorno in cui il cielo scese a toccare la terra.




La mia povera, piccola Terra ferita. Piena di figli, amati, ricolmati di doni.

Figli vicini e lontani, ricchi di memoria e nostalgia.
Figli ingrati, che dimenticano anche il suono della sua voce, che pronunciano cadenze inesistenti pur di non calcare la voce e gli accenti al suo atavico ritmo.
Figli senza più doppie, senza più musica, senza più parole materne.
Figli che restano e vanno, poveri, piccoli e feriti come lei.
Come lei ribelli.
Come lei rassegnati.
Come lei traditi.
Figli traditori che la vendono a pezzi.
Figli acquisiti che la scelgono tra mille altre terre.
Figli che ovunque si trovino non dimenticano.
Figli che, cullati nel suo grembo, la insultano.
Figli che la chiamano stronza.
Figli che la chiamano mamma.
Figli che le appartengono.
Figli che senza di lei non vivono, figli che sono Lei.

La mia povera, piccola Terra ferita.
Che tutti vorrebbero Paradiso, del turismo, del cemento.
Paradiso degli investitori, degli affari. dell’industria.
Invece è solo Terra.

E a furia di volerla trasformare in paradiso la si rende un inferno, perché cos'è l’inferno se non la perdita della propria anima?
Terra sfruttata anziché lavorata, terra con una storia ancora inascoltata.
Racchiusa tra pagine di terra.
Che parlano di porti sommersi, di alvei fluviali secchi ma vivi, di ondate di piena che lasciano strati di fango. Ma ci piace pensare che sia stata Atlantide, amiamo inventarci falsi tzunami, raccontare di eroi e volontà degli dei, e non imparare, mai.
Che la mia piccola Terra fu grande non perché fu la terra dell’oro, non perché mandò o non mandò i suoi figli guerrieri a far la guardia imperiale a un faraone, ma perché fu grande.
È grande non perché ospita schiere di sceicchi o di mafiosi russi in cerca di mare e di affari, ma perché è grande.

Perché è lei.
Perché è terra.
Rossa d’argilla, di sabbia bianca, grigia di cenere.
Rosa e dura come il granito.
Che sa modellarsi al vento di maestrale e al lavoro dell’acqua, ma non si piega di un millimetro al cemento.

Perché la terra lo sa che quel che conta è il vento, non la corruzione.
Che la storia la fa l’acqua, non i soldi né gli interessi. Se non ci credete andate a leggerla, la storia, quella fatta di pagine di terra.
Contate le grandi civiltà nascoste sotto strati di sabbia e fango.
Sotto folate di vento e alluvioni. 
Siamo solo uomini, come tutti quelli che da qui son passati, e che verranno.
Dobbiamo ficcarcelo in testa che vince la Terra.
Questa povera, piccola terra ferita.
Questa terra che piange.
Piange per le sue ferite e per i suoi figli.
I figli traditi, i figli traditori.
Piange di dolore e rabbia.
Perché non si sta imparando, neanche stavolta.

Si discute sterilmente, pensando al prossimo voto, si usa una tragedia per nascondere il resto.
Perché tra chi dice che questa non è l’ora delle polemiche e chi altro non fa, se non polemiche, io non so chi scegliere. 
Perché nessuno dice che il pianto della mia Terra è un pianto antico.
Un pianto per i figli che hanno perso tutto oggi, per scelte scellerate.
E anche per quelli che perdono troppo, da anni, per scelte scellerate. Per chi non ha più casa e per chi non ha più lavoro.
Che sono poi le stesse persone. Illuse da un investimento che doveva portare ricchezza e spazzate via dal fallimento.
Che siano mattoni, che siano fabbriche, che sia turismo.
Piange perché oggi nessuno parla di domani, di come smettere di impiantare “industrie” con incoscienza, di come fare a non violentarla più, lei insieme ai suoi figli.
Piange perché in futuro non potrà fare a meno di portare distruzione ad altri suoi figli.
I suoi figli diletti, quelli rimasti a curarla.

Ne sentirà per sempre il dolore.

Fino al giorno in cui non la ameremo come madre, non la cureremo come casa, non la tratteremo come si deve trattare la Terra.
Fino al giorno in cui smetteremo di chiamarla “stronza”, “investimento”, “affare”, “paradiso”.
Fino al giorno in cui non la chiameremo solo, semplicemente, Sardegna.

3 commenti:

  1. Che dire, complimenti è un testo scritto con il cuore del dolore!!!

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  2. E' proprio così, un dolore intenso che si prova insieme alla nostra terra e ai suoi figli...

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  3. Complimenti! Davvero commovente." Figlia della terra SARDEGNA"

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