giovedì 31 marzo 2016

Ali di Jana - by Violet



Ali di Jana
Ho cantato tutta la notte:
sorda è la notte, il canto muto

Ali di Jana
Ho volato tutta la notte
sulla groppa del vento

Ali di Jana
Ho bussato alla porta del giorno
con in mano un tamburo

Ali di Jana
La mia vita tra le sue mani
non è al sicuro

Ora siedo, immersa nel buio e accendo un fuoco
Troverò una canzone nuova nel cuore del vento
Distesa nel raggio di luna prenderà forma
Girotondo di ali di fata con cui viaggiare

Ora sfido
il mare in burrasca
Ali di Jana

Sola scendo
nella tempesta
Ali di Jana

Varcherò
la carezza del sole
Ali di Jana

Sulle labbra
un nome nuovo
come il giorno bambino:

“Ali di Jana”


lunedì 21 marzo 2016

Il Dono del Fuoco

Foto da Web

Agli albori della civiltà, la vita di nessun popolo sulla Terra era facile, ma quella degli indios Shuar, che vivevano nella foresta pluviale, era, tra tutti, particolarmente sfortunata. Essi infatti vivevano tra il verde rigoglioso, ma la vegetazione era così fitta che raramente il Sole riusciva ad attraversarla per far penetrare i propri raggi, caldi e lucenti, fino al suolo. Al sole si scaldavano le scimmie, si rallegravano gli uccelli, che vivevano sugli alti rami, ma gli uomini non ne potevano godere. Ogni giorno, a metà giornata, pioveva, per lunghe ore, e tutto si impregnava di acqua, abbondante, e stillava gocce fino al giorno seguente. La cosa più penosa per gli indios Shuar, però, era nutrirsi. Non avevano fuoco e scaldavano gli alimenti sotto le ascelle, così il cibo le infettava e spesso si formavano piaghe aperte e purulenti.
In una grotta, al limitare della foresta pluviale, vivevano i Giganti. Essi possedevano il fuoco, ma non lo avevano mai voluto donare agli indios Shuar. Per tanto tempo gli abitanti della foresta avevano mandato regali ai Giganti per ingraziarsi il dono del fuoco, ma senza successo. Allora avevano tentato di entrare nella grotta per rubarlo, ma i Giganti rotolavano una grossa pietra all'imboccatura e la fessura che rimaneva aperta era troppo piccola per gli uomini. Qualcuno, tuttavia, era riuscito ad intrufolarsi nella grotta, però di lui non si era saputo più nulla. Così, tra gli uomini, regnava la rassegnazione e la paura.
Solo la vechia Nonna, la capostipite della tribù, l'Anziana Saggia degli indios Shuar, sperava ancora. Un giorno, che si sentiva particolarmente stanca e le ossa le pesavano per la forte pioggia, andò nella radura al centro della foresta e chiamò a sé tutti gli uccelli del cielo, coloro che, variopinti nelle loro piume dai colori sgargianti, abitano i rami alti degli immensi Alberi e vedono il Sole. Chiese aiuto per rubare il fuoco ai Giganti, ma in cambio ricevette solo canti di derisione e scherno: gli uccelli non si avvicinano al fuoco, perché le loro penne si bruciano facilmente, impedendogli di volare. Mentre se ne andava, sempre più stanca e curva sul suo vecchio bastone, sentì come una carezza che le si posava sulla spalla. Era Jempe, l'uccellino più piccolo e colorato che avesse mai visto, piccolo come un grande insetto, dalle ali veloci e dalla coda lunga e bellissima.
Vado io – le disse. – Fidati di me!
La vecchia lo guardò sconsolata, come poteva un essere così indifeso portare il fuoco, se si erano rifiutati tutti gli alati della foresta, forti e saggi?
Non puoi – gli rispose – sei troppo piccolo. Vai in pace!
Era un uccellino molto piccolo, Jempe, ma molto testardo. La mamma gli aveva spiegato, fin dai tempi del nido, che non serve essere grandi per aiutare gli altri, ma serve essere buoni di cuore e generosi. E gli aveva anche detto che niente è impossibile, se ci credi fino in fondo, e che non saprai mai se sei capace a portare a termine una grande impresa, se non ci provi.
Non fu facile per un esserino così piccolo e leggero arrivare alla grotta dei Giganti in mezzo a tutta la pioggia che cadeva quel giorno, ma lui aveva nel cuore il cinguettio di fiducia della sua mamma e ci riuscì. Era sera, quando giunse, così fradicio che quasi non riusciva più a muovere le ali, divenute troppo pesanti. Dall'apertura della grotta filtrava un rivolo di fumo: i Giganti dovevano aver acceso il fuoco. Si fece forza ed entrò. Era bello, il fuoco, rosso e giallo e arancio e viola: cambiava in continuazione! Emanava un tepore buono e piacevole e Jempe, quasi dimentico della propria missione, si avvicinò e si mise a scuotere e a lisciare le penne perché si asciugassero. Allargò le ali, allargò la coda, quando, i Giganti lo videro e provarono a catturarlo. La lotta fu dura, Jempe cambiava continuamente direzione al volo per sfuggire alle grandi mani che lo volevano prendere. Vide che l'apertura della grotta non era lontana e ora che era asciutto poteva raggiungerla facilmente, ma per arrivarci doveva passare sopra il focolare. Non ci pensò un attimo e si lanciò da quella parte, ma forse volava troppo basso e la lunga coda, passando sopra il fuoco, si accese.
Fuori dalla grotta, Jempe volò più veloce che poteva attraverso la foresta fino alla radura dove aveva parlato con la vecchia Nonna. Esausto si posò sopra un ramo secco ed esso prese immediatamente fuoco, ma ormai della sua lunghissima coda non restava che un moncherino frastagliato e biforcuto.
Così il popolo degli indios Shuar ebbe il fuoco. E non lo perse più, imparando con il tempo a governarlo e conservarlo.
E così, Jempe, il Colibrì, da allora ha una coda corta e biforcuta, ma ancora colorata di vivacissimi colori e splendida, a motivo del suo dono. Un dono grande, quello del fuoco, che solo il coraggio di un essere piccolo e generoso poteva portare.

Tratto da una Leggenda dell'epoca precolombiana, conservata attraverso i secoli e narrata dalla Comunità Shuar, dell'area Jivara, in Perù.


martedì 15 marzo 2016

La Fanciulla dal Sorriso di Luna - by White


A novant’anni dal Nobel, ad ottanta dalla morte, mi pare sia propizio ricordare Grazia Deledda.
In alcune delle sue opere che si parli preferibilmente di donne lo si intuisce già dal titolo: Marianna Sirca, Annalena Bilsini, Cosima, solo per citare i suoi personaggi femminili più conosciuti. 
In realtà la sequenza delle sue donne è ben più radicata. 
Tracciata con l’accuratezza di un ritratto eseguito da una mano capace. 
Immaginate un’antica toeletta, di quelle con lo specchio centrale e quelli laterali orientabili. Dove l’immagine si moltiplica e può essere osservata da diverse angolazioni, con civetteria, spirito critico e curiosità. Sotto il ripiano una miriade di cassetti e cassettini, con la serratura o no. E ribaltine.
Ecco per me questo elemento del mobilio così potentemente evocatore della femminilità riflette l’idea che mi son fatta della Deledda e del suo mondo delle donne,
della sua indiscutibile capacità di scrutarne l’anima. 

BIANCOFIORE
La mia prima e sola amica si chiamava Biancofiore: ed è stata la prima e sola persona al mondo che io abbia cordialmente invidiato……
E anche lei, Biancofiore, cresceva col suo nome, come crescono i fiori col loro e non si può immaginarli con un altro: la rosa è la rosa, la giunchiglia è la giunchiglia. Biancofiore aveva il pallore diafano della gardenia, incoronato dal nero corvino dei capelli lisci e iridati; e anche gli occhi erano scuri, ma di quel bruno meridionale, lampeggiante di sole, con le sopracciglia che restano nere anche nella più tarda vecchiaia. …
Amicizia nata dalla vicinanza sul banco di scuola della seconda classe elementare, e via via rinforzatasi appunto dall'attrazione dei contrasti. Biancofiore, bella, ben vestita, sempre accompagnata da una domestica già anziana che scimmiottava la frigida austerità della nobile padrona, non aveva, nonostante l'esempio e la biblioteca del padre, che una gracilissima intelligenza: io la stordivo con le mie invenzioni, con l'essere la prima della scuola, con la beffa benevola ma condita d'invidia, che per vendicarmi indirettamente di lei mi prendevo delle cose e delle persone che la riguardavano…
Il vestito rosa della mia amica, le sue collanine di corallo, mi lasciavano, dopo queste visite, il gusto amarognolo delle feste godute in casa altrui. ….
Eppure la sorte di Biancofiore e della sua amica fu molto diversa: ella rimase nella sua bella casa, ….mentre io salivo la scala della vita, con tutti i suoi diversi gradini, a volte di marmo lucente, a volte di pietra aspra e corrosa. ..
Biancofiore non si era mai mossa dal suo sfondo, come non si muove una figura, per quanto bella e viva, dal quadro ov'è dipinta: aveva la mia stessa età, ma dimostrava sempre quindici anni. Come i popoli felici, non aveva storia. Non scriveva mai, non mandava neppure un saluto: forse si era anche dimenticata del passato, dell'amica, come ci si dimentica di un oggetto perduto che non si spera più di ritrovare. Le sue mani sempre giovani, con le dita che come i ceri non accesi non si consumano mai…..”

(La mia amica, dal «Il cedro del Libano”,Novelle, 1939)


LA SIGNORA ROTTA-TORELLI
La signora e le figliuole del professor Rotta-Torelli, riunite
intorno alla tavola ancora apparecchiata, nella saletta tranquilla la
cui porta a vetri dava su un giardino incolto, discorrevano col giovane professore Antonio Azar.
A dire il vero, la signora, ancor giovane e bella, ma coi capelli
bianchissimi, ascoltava in silenzio, stuzzicandosi i denti e
guardando con due vivi occhi neri or l'uno or l'altro dei giovani, a
misura che parlavano, senza aver l'aria di capire del tutto le loro
discussioni. Ella era figlia d'un capitano piemontese, di quelli che
"han fatto la patria", e che perciò forse non aveva avuto il tempo
di curare l'istruzione della figlia, lasciandola crescere nella più
completa ignoranza: ella non leggeva mai un libro, e non sapeva
se i molti che leggevano le sue tre figliuole fossero buoni o cattivi…

(Amori Moderni, da “Amori Moderrni”, Novelle, 1907)

domenica 13 marzo 2016

La mia Mamma Rossoblù

Prima o poi bisogna farlo. Prima o poi bisogna confrontarsi con lei, guardare la propria immagine riflessa nello specchio che la natura ci ha fornito fin dal momento in cui quella gambetta di cromosoma ha decretato la nostra sorte: donne. Prima o poi dobbiamo rassegnarci al fatto che sì, siamo uniche, è vero, ma nove mesi a nuotare nel liquido amniotico ci segnano per sempre, ci plasmano, ci cospargono qua e là di ineluttabili marchi di fabbrica che ci rendono indissolubilmente legate a un’altra donna: la mamma. La nostra mamma.
Ecco, per me ora è arrivato quel prima, o quel poi.
“Come sei bella!”, non ho idea di quante volte gliel’avrò detto. “Come sei bella!”, non si possono contare le volte che me l’ha detto. Per molti anni ci siamo guardate con ammirazione e amore, sì, ma come mondi diversi, lontani. Poi io sono cresciuta e i dettagli hanno perso di importanza: l’essenza ha preso il posto dei fronzoli ed è stato come se all’improvviso uno specchio appannato fosse stato rimesso a lucido. “Siamo uguali, mamma!”, “figlia mia, sei proprio come me!”. Una rivelazione, a volte commovente, a volte inquietante, ma pur sempre una verità, una cosa con cui fare i conti.
Io non so esattamente il giorno in cui ho capito quanto io e mamma ci somigliamo, ma penso fosse una domenica, verso le tre. Non ci metto la mano sul fuoco, magari era sabato o mercoledì forse… No, non ricordo proprio se era campionato o coppa Italia, non posso sapere tutto. Coppa Uefa no, nel novantaquattro ero troppo giovane per capire queste cose e dopo quell’anno non abbiamo più giocato in Europa!
Insomma, la rivelazione, la quadratura del cerchio, la nostra fusione perfetta, di una mamma e una figlia così apparentemente diverse, si è palesata mentre giocava il Cagliari. È in quel momento che ci trasfiguriamo, quando ci piazziamo lì, vicino alla radio. Allora  per chiunque si fa evidente la nostra parentela strettissima. Abbiamo lo sguardo sicuro di chi sa che deve fare la propria parte per portare a casa la vittoria, fede assoluta che se noi parliamo vicino alla radio i giocatori sentiranno i nostri consigli e ne faranno tesoro, l’esultanza che esplode all’improvviso, la concentrazione, la scaramanzia, il divertimento assoluto nel vedere o anche solo ascoltare il bel gioco. L’unica differenza è che lei evoca la decapitazione per gli avversari, io l’impiccagione. E poi mamma non dice le parolacce, ma io non sono educata come lei.  
So che da lei ho preso l’amore per il racconto, so che lei mi ha insegnato a distinguere il bene e il male, so che solo lei può competere con la mia testardaggine e so che lei mi ha trasmesso il bisogno di giocare. Giocare sempre, con tutto, su tutto, per tutto.
Quante storie in rossoblù mi avrà raccontato! E in quelle storie c’erano tutti gli insegnamenti che servono a un bambino. In quei racconti c’era il bene, Gigi Riva, e c’era l’uomo nero, Concetto Lo Bello. Le difficoltà da superare e le delusioni da ingoiare. C’erano gli eroi romantici e c’erano quelli che pensavano di poter comprare tutto con i soldi; c’era chi restava fedele e c’era chi saltava sul carro del vincitore. C’era chi pensava di essere una Signora e insultava i pastori (ma noi sappiamo che le vere Signore non fanno così), e c’erano i pastori che finivano per essere i re del campionato. Poi c’era Nenè che era proprio un bel ragazzino e c’era Cera, che poverino, eh, era bravo, figlia mia (anche l’estetica va insegnata alle fanciulle). Prima c’era la tribuna alberata e poi c’era il sant’Elia, e mamma con il suo abbonamento in poltroncine numerate, con un’amica, perché il calcio a volte è un affare tra donne. E lo scudetto, la festa, le bandierine cucite dalla zia. E poi Gigi Riva si era fatto male e si era iniziato a perdere, ed erano rimaste le partite di serie C e di serie C2 da ascoltare alla radio, con passione immutata. E allora c’ero io che chiedevo cos’è il fuorigioco, o se il calcio di punizione è che danno un calcio al giocatore che ha fatto il fallo. E mamma rideva e mi spiegava. E tifava. E con lei tifavo anche io, ascoltando i racconti della sua Cinquecento caffellatte, con una strisciolina rossoblù che aveva fatto disegnare per festeggiare lo scudetto. Mi viene in mente che io non ho una macchina da dipingere, ma la prima volta che ho festeggiato con le unghie in rossoblù è stata nel 1998, per la promozione in A, con mister Ventura. Non cambia molto.
Per propiziare i risultati io indosso vestiti abbinati tra rosso e blu, lei porta al mercato Gigia, l’orsacchiotta in tinta che io e Violet le abbiamo regalato per il compleanno. E tutte e tre ci stanchiamo come matte per novanta minuti a settimana come se fossimo in campo. E ridiamo, ci guardiamo e siamo uguali, bellissime e leggere. Perché mamma ci ha insegnato a tifare il Cagliari e noi siamo figliole obbedienti. Perché mamma ci ha insegnato a raccontare storie lievi e sorridenti, e così abbiamo imparato a fare.

E così da sempre, ogni volta che la guardo penso “che bella la mia mamma!”. Ora so che anche io lo sono, perché sono uguale a lei: alla mia mamma rossoblù.

martedì 1 marzo 2016

Vorrei un mondo petaloso - by Red

 
Vorrei pensare al mondo come a un fiore. Immaginare ogni idea, ogni possibilità, ogni diversità come parte imprescindibile della bellezza di una corolla. Vorrei che per esprimerci usassimo una pioggia di petali delicati, che ogni nostra parola fosse detta per abbellire e profumare, mai per sovrastare. Che la dialettica fosse una tempesta petalosa che sconvolge l’abitudine con i colori.
Vorrei avere una mente petalosa, delicata e impalpabile. Ricca di idee, contraddizioni, pensieri. Rifugio di insetti e gocce di rugiada, spazio per metamorfosi, trampolino di lancio per farfalle, una mente che in arruffata armonia custodisca il nettare dell’esistenza.
Vorrei un cuore petaloso, che cosparge il mondo di amore petaloso, che piange petali di malinconia, così leggeri da non far male, così lievi da disegnare poesie nell’aria.
Vorrei vivere in un tempo petaloso, fatto di giorni da sfogliare come un gioco. Giorni che passano lasciando il profumo dei campi sulle dita, che si posano nella memoria come un sorriso, senza peso.
Vorrei amici petalosi, buffi, premurosi. Storie colorate come gerbere, stropicciate come papaveri petalose come dalie.

Vorrei maestri che amano imparare, bambini che danno nomi alle cose. Vorrei adulti con braccia aperte e petalose, spalancate verso i piccoli. Piccoli come boccioli di sorriso pronti a schiudersi al mondo. E vorrei pensarlo come un fiore, delicato, petaloso. Vorrei che guardando un fiore si dicesse: “com’è bello! È petaloso come il mondo”.