lunedì 16 dicembre 2013

Istantanee - by White


Donna Francesca, 
emancipatrice di donne

Ho conosciuto Donna Francesca di recente. E’ nata un giorno dopo di me, l’undici giugno, ma di 252 anni prima. Ripercorrerne le tappe della vita è un privilegio, ed una continua sorpresa. Antiche memorie orali pazientemente raccolte si intessono ai dati dei documenti, spesso in lingua spagnola. Ne emerge una donna che non cercava nomea per sé, ma dotata di un profondissimo senso pedagogico, di fede cristiana e solidarietà, lungimiranza e intuito negli affari. Una figura alta e snella, grandi occhi nocciola, dalla salute ferrea. Nata a Muravera da una ricca famiglia di possidenti, non si crogiolò mai nella sua condizione di favore, ma ne fece uno strumento di crescita per la comunità. Con tenacia, capacità ed un briciolo di spregiudicatezza, che non guasta mai. Sposa giovanissima ad un celebre giurista, Don Pietro Sanna, fin dal 1735, con una cerimonia di nozze celebrata con grande sfarzo, alla quale prese parte tutta la nobiltà isolana. Da quel momento si trasferì in Castello, a Cagliari, abitando due belle case, che ancora si conservano, lasciando di sé un ricordo di amabilità, di cultura e spirito pio. Leggeva molto, amava Metastasio e probabilmente accolse la dottrina economica fisiocratica. Vissuta in momenti storici cruciali, seppe accogliere le istanze di progresso agricolo promosse dalla Casa Savoia. Nello sfacelo seguito alla dominazione spagnola, ed in mezzo ad un analfabetismo imperante. Vide cadere in un cesto, in Francia, teste coronate, e l’ascesa al potere di Napoleone. Impiantò una floridissima coltivazione di gelsi in vasti territori di sua proprietà tra Muravera e Quartucciu. Studiò sempre e diede vita ad una straordinaria impresa che produceva seta di ottima qualità, non avendo rivali, sul mercato nazionale, anche perché seppe sfruttare le favorevoli condizioni climatiche locali, che consentivano una schiusa dei bozzoli anticipata, grazie al fiato caldo del vento africano che spesso ci accarezza. Viaggiava in continuazione, con o senza il consorte, ma con il suo pieno sostegno e stima. Nei suoi salotti cortesi si respirava il sapere, al quale lei attinse, a piene mani. Profonde conoscenze botaniche si fondevano armoniosamente con le innovazioni tecniche, con il ricorso ai telai più avveniristici. Grande cura nella preparazione del personale, specialmente femminile, per il quale destinava ingenti somme ed i migliori insegnanti. Nei magazzini della sua grande casa a Quartucciu impiantò laboratori tessili all’avanguardia, sottraendo molte famiglie alla povertà e fornendo le basi perché le donne avessero un reddito proprio, apprezzandone immensamente il lavoro, e favorendolo in ogni modo. Fu sua l’intuizione di trasformare un’attività tradizionale delle donne in impresa. A chi si sposava regalava in dote un telaio, perché l’attività procedesse, anche dopo le nozze, annullando la dipendenza economica dal marito. Un telaio finì nelle mani della signora Lucia, mamma di Emilio Lussu, ad Armungia. A Donna Francesca si deve l’ideazione di “su cambusciu”, la cuffietta in seta e broccato, allora segno distintivo delle fanciulle più agiate, in seguito adottata in molti dei costumi sardi tradizionali, e che ancora definisce gli abitanti di Quartucciu. Moglie e madre amorevole, ebbe due figli maschi, Raffaele e Stanislao, che non le sopravvissero, ed una figlia fattasi monaca cappuccina ad Ozieri, con il nome di suor Maria Michela. Non ebbe discendenza. Forse l’immagine sul soffitto altissimo della sua casa, in via Lamarmora 61, la ritrae in forma idealizzata, come si usava allora, ma non si ha certezza. Un’abitazione con un atrio sontuoso, con un arco a sesto acuto di aria aragonese. Sul fondo si apre una scalinata punteggiata dal verde delle felci, delle kenzie e dei falangi bicolori. All’interno salotti e tappezzerie dove prevalgono i toni dell’oro, riflessi su enormi specchi, e che si schiudono su graziosi balconcini in ferro battuto. Chissà, forse sul fondo delle sue retine sono rimasti impressi per sempre quei colori cangianti di Feraxi e di Colostrai, il fruscio delle canne su quelle acque dolci e salate, frammisti ai toni della rena e delle saline, ed all’oro degli agrumi. O lo sfavillio dei piumaggi delle innumerevoli specie dei volatili. O ancora, i tanti verdi arborei e dei boschi ghiandiferi. Per questo la sua seta era così apprezzata. I suoi abiti, fu infatti anche stimata stilista, vestirono la nobiltà di Casa Savoia, e la stessa zarina Caterina di Russia, indossa una sua creazione, in un ritratto che potete ammirare all’Ermitage. Noleggiava golette perché la sua “seda sardescha” potesse raggiungere il nord d’Italia, specie l’area comasca.
Se vi capita di passare nelle campagne di Quartucciu, a Pill’e Matta o Abruzzerì, lungo la strada, che in tre giorni di cammino consente di raggiungere Muravera, vi imbatterete certamente in qualche gelso sparuto. Soffermatevi: è il segno grato dell’eco della memoria. Il nome di Donna Francesca Sanna Sulis è legato all’istituzione di numerose Opere Pie, e per testamento, contestatissimo, di una prefigurazione di quella che è ora abitualmente definita come “Assistenza domiciliare”, ed anche sovvenzioni contro lo strozzinaggio dei prestiti dei Monti di Pietà, perché gli indigenti non dovessero conoscere anche l’usura. Lasciò gran parte dei suoi beni ai poveri di Muravera, perché non patissero la fame ed il freddo, si sofferma spesso sul fatto che fossero vestiti adeguatamente, e potessero studiare. Ora, con orgoglio, le sono stati intitolatati la Biblioteca Comunale di Quartucciu, ed a Muravera il “MIF”, il Museo per l’imprenditoria femminile. Figura di straordinaria modernità chiese di essere sepolta con semplicità, senza sfarzo alcuno. Ma alle sue esequie, nei primi giorni di febbraio del 1810, migliaia di cuori grati presero parte. Nessuno seppe portare avanti la sua attività.

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