mercoledì 10 aprile 2013

Ritratto di Signora - Maria Montessori by Silvia Marini


Il mio Ritratto di Signora preferito è quello di una grande donna italiana vissuta tra il 1870 e il 1952 che, oltre a lasciare un segno nel mondo pedagogico, ha regalato alle mamme e alle educatrici del
futuro un prezioso esempio di umanità e saggezza racchiuso nel nome di Maria Montessori.
Fin dai primi anni di studio Maria manifesta un forte interesse per le materie scientifiche come la matematica e la biologia, una circostanza che le causerà contrasti con i genitori, che avrebbero voluto avviarla alla carriera di insegnante.
Nonostante l’opposizione del ministro Bacelli e grazie invece all'aiuto di papa Leone XIII si iscrive alla Facoltà di Medicina dell'Università “La Sapienza” di Roma, dove sarà la prima donna a
laurearsi in medicina (nel 1896) dopo l'unità d'Italia. Si dedica con passione e metodo alla ricerca in laboratorio e oltre ai corsi di batteriologia e microscopia segue il corso di ingegneria sperimentale. Studia anche pediatria all'Ospedale dei bambini, le malattie delle donne negli ospedali di San Giovanni in Laterano e del Santo Spirito di Sassia.
È una studentessa molto capace, tanto da vincere un premio di mille lire dalla Fondazione Rolli per un lavoro in patologia generale e da occupare nel 1895 un posto di “aggiunto in medicina” degli ospedali con il diritto di entrare nella Società Lancisiana riservata ai dottori e professori degli ospedali di Roma fino ad allora esclusivamente dominati dagli uomini che, spiazzati e disorientati dall'arrivo di questa nuova “creatura”, si prendono gioco di lei arrivando persino a minacciarla. A questo atteggiamento l'animo sensibile della Montessori risponde con una decisa reazione nei confronti del genere maschile tanto da escluderlo addirittura dalla sua vita, ma trova comunque la forza di andare avanti nelle sue ricerche.

Consegue il titolo di laurea il 10 luglio del 1896 con una tesi a carattere sperimentale dal titolo “Contributo clinico allo studio delle allucinazioni a contenuto antagonistico”, divenendo così la prima dottoressa d'Italia.

Maria ottiene la nomina di assistente presso la clinica psichiatrica dell'università di Roma, in collaborazione con Giuseppe Ferruccio Montesano (con cui ha un sodalizio professionale e affettivo), dedicandosi al recupero dei bambini e delle bambine con problemi psichici, da lei definiti anormali. Il lavoro in clinica la porta ad entrare materialmente in contatto con gli ambienti scientifici di Inghilterra e Francia e ad avviare gli studi riguardo alla possibilità di inserimento nella comunità dei bambini e delle bambine anormali, attraverso un percorso di educazione adeguato.

La partecipazione a numerosi convegni pedagogici, in varie città europee, le permetterà di entrare in contatto con la scuola di Itard e Seguin e di apprendere i loro metodi sperimentali di rieducazione dei minorati mentali. Contribuisce con il suo impegno all'emancipazione femminile. Partecipa al Congresso Femminile di Berlino nel 1896 in veste di rappresentante dell'Italia nel quale interviene in favore del diritto alla parità salariale tra donne e uomini. Partecipa anche al successivo Congresso Femminile di Londra (1899).

Nel 1898 presenta a Torino, al congresso pedagogico, i risultati delle sue prime ricerche e dopo breve tempo, diventa direttrice della scuola magistrale ortofrenica di Roma. Con lo spostamento dei suoi interessi sul lato dell'educazione, decide di rinnovare le sue basi culturali laureandosi in filosofia.

Intorno al 1900 inizia un lavoro di ricerca presso il manicomio romano di S. Maria della Pietà dove, tra gli adulti malati di mente, si trovavano bambini con difficoltà o con turbe del comportamento, i quali sono rinchiusi e trattati alla pari degli altri malati mentali adulti e in stato di grave abbandono affettivo.

L'eccezionale dottoressa, oltre alla profusione di amore e di attenzione umana che elargisce a queste povere creature, si rende ben presto conto, grazie al suo acume e alla sua sensibilità, che il metodo di insegnamento usato con questo tipo di “pazienti” non è corretto, non è insomma adeguato alle loro capacità psicofisiche e alle loro esigenze.

Dopo numerosi tentativi, anni di osservazioni e prove sul campo, la Montessori arriva così ad elaborare un nuovo e innovativo metodo di istruzione per bambini disabili. Uno dei concetti basilari di questo metodo (che affonda comunque le sue radici all'interno dell'evoluzione del pensiero pedagogico), è centrato sulla constatazione che i bambini hanno fasi di crescita differenziate, all'interno delle quali sono più o meno propensi a imparare alcune cose per trascurarne delle altre. Da qui ecco allora una consequenziale differenziazione dei piani di studio e di apprendimento, “tarati” sulle reali possibilità del bambino. Si tratta di un processo che oggi può apparire scontato, ma che ha richiesto un'evoluzione degli approcci pedagogici e una riflessione attenta, all'interno di questo pensiero, su cosa sia o non sia un bambino e su quali caratteristiche peculiari una creatura del genere, di fatto, abbia.

Il risultato di questo sforzo conoscitivo porta la dottoressa ad elaborare un metodo di insegnamento del tutto differente da qualsiasi altro in uso all'epoca. Invece dei metodi tradizionali che includevano lettura e recita a memoria, istruisce i bambini attraverso l'uso di strumenti concreti, il che dà risultati assai migliori. Viene rivoluzionato da questa straordinaria didatta il significato stesso della parola “memorizzare”, parola che non venne più legata ad un processo di assimilazione razionale e/o puramente cerebrale, ma veicolata attraverso l'empirico uso dei sensi, che comportano ovviamente il toccare e il manipolare oggetti.

I risultati sono talmente sorprendenti che, addirittura, in una prova controllata da esperti e dalla stessa Montessori, i bambini disabili ottengono un punteggio più alto di quelli considerati normali. Ma se la stragrande maggioranza delle persone si sarebbe ritenuta soddisfatta da un tale risultato, questo non vale per Maria Montessori che viceversa ha una nuova, propulsiva idea (da cui si può ben valutare il suo eccezionale spessore umano). La domanda di partenza che si pone è: “Perché i bambini normali non possono trarre profitto dallo stesso metodo?”. A tal fine, nel 1907, a San Lorenzo, apre la prima Casa dei Bambini, in cui applica una nuova concezione di scuola d'infanzia: Il metodo della pedagogia scientifica, volume scritto e pubblicato a Città di Castello (Perugia) durante il primo corso di specializzazione (1909). Il testo viene tradotto e accolto in tutto il mondo con grande entusiasmo. Al suo arrivo negli Stati Uniti, nel 1913, il New York Tribune la presentò come the most interesting woman of Europe (la donna più interessante d'Europa). Da quel momento, il suo metodo avrebbe riscosso un buon interesse in tutto il Nord America.

Dal successo dell'esperimento romano nasce il movimento montessoriano, dal quale nel 1924 avrà origine la scuola magistrale Montessori e l'"opera Nazionale Montessori", eretta, quest'ultima, in Ente Morale e volta alla conoscenza, alla diffusione, all'attuazione e alla tutela del suo metodo. Maria Montessori ne diviene Presidente onoraria.

Il suo successo non l’ha resa immune da aspre critiche che la definivano un’abile ammaliatrice, una camuffatrice e un’affarista, ma Maria lascia cadere le critiche, va avanti e riesce ad organizzare nel 1926 il primo corso di formazione nazionale che preparava gli insegnanti a seguire il suo metodo.

I bambini disabili di cui Maria Montessori si prese amorevolmente cura e a cui rimarrà affezionata per il resto della sua vita, dedicandovi tutti i propri sforzi professionali, ricambiarono la sua dedizione con altrettanto affetto.

La passione, l’amore per la scienza e per l’umanità che questa grande donna ebbe nel cuore, la portarono a diventare un vero e proprio simbolo e un'icona di filantropismo. Forse è proprio questo di cui abbiamo bisogno ancora oggi: l’esempio di una grande donna.

In un mondo in cui tante di noi sono alla ricerca spasmodica della via più breve da percorrere per arrivare al successo; tante ancora non lottano abbastanza per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna, nella vita come nel lavoro; troppe perdono addirittura la vita per mano di chi giura di amarle, ma la speranza di un cambiamento c’è perché come lei stessa sosteneva: «Se vi è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo»…e noi donne possiamo ancora fare tanto per cambiare le cose.

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