martedì 12 marzo 2013

Ritratto di Signora: le mani di fata delle sorelle Coroneo - By Medusa

In omaggio ai nostri lettori, che hanno partecipato al nostro concorso, iniziamo da oggi a pubblicare i loro elaborati, nella speranza che vi piacciano quanto sono piaciuti a noi. 


Già al primo sguardo, così come appaiono in una foto in bianco e in nero, è evidente che siano sorelle, di quelle vere. Discrete, timide, dai colori mediterranei, si appoggiano mollemente su uno dei tanti parapetti in calcare bianco che regalano i panorami generosi della città del sole. La nostra città. Affini e diverse, naturalmente complementari, solo due anni di età separano Giuseppina e Albina. Nate sul finire dell’Ottocento, conseguono il diploma in scuole diverse. Un fatto non proprio consueto tra le donne di allora. Nessuna delle due compie studi d’arte, o decide di impiegare il suo titolo nell’insegnamento. Poteva non influire sulla loro formazione avere in casa una stanza in cui il papà aveva allestito un ospedale per le bambole? La loro è un’arte insita, naturale, vive nelle loro mani delicate che traducono in forme ciò che vedono quegli occhi sognanti. Creano con la stoffa, con la carta, padroneggiano i tratti delle figure, modellano espressioni con pochi elementi di grazia squisita. Rimangono nubili e vicine per tutta la vita. Il loro è un mondo cortese, dai bei modi, raccontano la loro isola con modernità inusitata, forse non avendone neppure piena consapevolezza. Ma qualcuno le nota, assurgono alla notorietà nelle riviste d’arte più importanti, nelle mostre che si organizzano in quelli anni in Italia e all’estero. Faticano nella popolarità, la schivano come un insetto molesto, come un piccione inopportuno, introdottosi da ladro attraverso la finestra, che potrebbe imbrattare le loro amate stoffe, i merletti, i collage. Ma le loro opere, perché di questo si tratta, hanno tratti inconfondibili. Cambiano bottega, da Castello alla Marina, infine al Corso, dove fino alla fine degli anni Ottanta gestiscono un negozio molto particolare, la Barcaccia, al civico 103. Dietro quelle vetrine non si intravedono solo pezzi di antiquariato che celebra i multiformi temi della Sardegna, è quello un luogo magico, silenzioso, più ritrovo di letterati ed artisti che destinato alla vendita, che a loro non interessa, anzi si privano con malcelato disappunto delle loro opere. Atteggiamento consueto di chi ama ciò che sa fare, e non può fare a meno di accarezzarlo con lo sguardo. Continuano a creare, quasi nascostamente, regalano a chi stimano, solo a pochi eletti, figure piene di umanità, donate con imbarazzo, con un lieve rossore del viso, immagino, e le iridi scure e modeste ombreggiate dalle ciglia folte. Gli anni della guerra le segnano nel profondo, cancellando la soavità del loro mondo e popolandolo di figurette che non sanno nascondere la sofferenza, la povertà, il dolore inenarrabile della città del sole violentata dalle bombe della follia umana. La polvere dei detriti e degli edifici sventrati, assieme all’eco delle urla, incipria per sempre di tristezza i luoghi ed i loro cuori sensibili. Volti mummificati subentrano alle eteree fanciulle che indossano i costumi della Sardegna, ai loro cartamodelli che tradiscono sempre il luogo di nascita delle sorelle, con un particolare minuto, a volte basta una piccola pala di fico d’india sullo sfondo. Questi uomini e queste donne parlano con il viso e con il corpo, gridano, assumono pose che sanno decuplicare il messaggio di dolore. Mani enormi che rivelano la fatica della quotidianità. E su una panchina desolata, un bastone di legno, abbandonato sopra un fazzoletto a quadretti lercio. Il segno, mi sembra, di una levità dell’animo maciullata dalla crudeltà della storia.    

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