giovedì 7 marzo 2013

Aspettando l'8 marzo... Ritratto di Maria Antonia by Pink


Quella che racconto stavolta non è una storia straordinaria e incredibile. Quella che racconto stavolta è, credo a ragione, una storia molto comune fra le donne che hanno passato la loro giovinezza negli anni della guerra e ne sono uscite a testa alta. Voglio raccontarvi la storia di mia nonna. Mia nonna paterna si chiamava Maria Antonia e già il fatto di dover usare l'imperfetto un po' non mi piace, perché io mia nonna praticamente non l'ho conosciuta: se n'è andata abbastanza giovane (non aveva nemmeno 80 anni) con l'ennesimo schiaffo che la vita le aveva riservato. Era nata vicino ad Alghero, per la precisione a Villanova Monteleone, e mandata giovanissima a fare la servetta in una casa importante di Alghero. Ma lì le cose non andarono molto bene, tanto che venne a Cagliari. Si ritrovò giovanissima, da sola, abbandonata dalla famiglia d'origine, in una città sconosciuta e grande e, come se non bastasse, in piena epoca fascista. Le donne sono sempre fragili e la vita a volte è proprio stronza da permettere che una ragazza si ritrovi ragazza madre alla vigilia della guerra con tutto quello che, di brutto, le convenzioni sociali dell'epoca ci aggiungevano. Non c'erano moltissime scelte e bisognava comunque darsi da fare e lavorare. Così fece mia nonna. Andò a lavorare al “sanatorio” come infermiera, ma forse non si aspettava di trovarci il grande amore dentro quelle mura. Conobbe mio nonno, infermiere anche lui. Mi dicono che mio nonno fosse un uomo veramente bellissimo e molto ricercato dalle donne, ma di mia nonna si innamorò sul serio da metterci su famiglia nel bel mezzo di una guerra. Sarebbe un fantastico lieto fine, ma le cose non stanno esattamente così. Cagliari fu bombardata parecchie volte e i miei nonni erano precettati in ospedale in quanto infermieri. Il prezzo per la città furono ospedali distrutti, chiese sventrate, danni ingenti ovunque e chiaramente morti. Per i miei nonni il prezzo fu una figlia persa e una dispersa. Una morì piccolissima, l'altra -la maggiore- sembrò sparire da un rifugio durante un bombardamento appunto. Fu solo dopo lunghe ricerche che tutta la famiglia al completo riuscì a riunirsi in un paesino non lontanissimo da Cagliari. Intanto continuava "l'esilio" dalla famiglia d'origine e fu solo quando mia nonna era in attesa di mio padre (il penultimo di 5 figli) che fu riammessa a casa dei suoi genitori, ma era sempre e comunque il 1944 e mica era facilissimo spostarsi da Cagliari ad Alghero. Mia nonna ci arrivò con pancione e figli nascosta sotto il tendone di un camion militare grazie all'indulgenza di un'ufficiale americana. La guerra finì, arrivò l'ultima figlia e i miei nonni riuscirono finalmente a sposarsi. C'era fame da tagliare a fette nella Cagliari post bellica, ma i miei nonni lavoravano entrambi e bene o male riuscivano a tirare avanti con l'aiuto di un vicinato che era più una grande famiglia. Ma la costante di questa storia è che la vita è veramente stronza quando ci si mette e nel 1955 mia nonna resta vedova. Mio padre non aveva che 10 anni. Se già era complicato tirare avanti in due, figuratevi cosa poteva essere farlo da soli. Mia nonna poté contare allora sull'aiuto di sua suocera, di mia zia e di una cugina. La povertà era tanta, ma la dignità ancora di più e andarono avanti anche allora. Nel vicinato c'era un signore, vedovo anche lui, con due figli a carico, che economicamente stava bene. Lo definivano un tipo non troppo “raccomandabile”, perché lavorava al porto e si sa come sono i portuali, no? Però le voleva bene veramente e poteva garantire un futuro decisamente dignitoso a lei e a tutti i figli. Mia zia, la maggiore, nel frattempo s'era fidanzata e poi sposata. Mia nonna, dopo molti dubbi e molte discussioni coi figli, si risposò. Non tutti i figli erano d'accordo, anzi a dirla tutta non era d'accordo nessuno tranne una mia zia. La qualità della vita della nuova famigliola era molto buona, non era certo quella che potrebbe definirsi “bella vita”, ma c'era una bella casa, cibo, vestiti e anche qualche viaggio. La famiglia si allargò, arrivarono prima i generi e le nuore, poi i nipoti, una frotta di nipoti. I miei nonni erano molto attaccati ai miei genitori e a noi figli e ci straviziavano in ogni modo possibile. Ma l'abbiamo detto che la vita è stronza, no? Mia zia festeggiò i 25 anni di matrimonio, ma mia nonna già in qualche modo era convinta che lei non sarebbe arrivata nemmeno stavolta ai 25. Intanto ero nata io, l'ultima nipote. Il casino iniziò non appena ci fu l'annuncio della gravidanza, mio nonno si rifiutò di parlare con mio padre perché non era il caso di pensare ad un terzo figlio con altri due bambini ancora piccoli, che cos'era questo sciollorio? Ma alla fine si arrese e mi piace pensare che fu conquistato da me. Poi non andava bene il nome. Nella mitologia degli abitanti di Castello c'era una signora col mio stesso nome che, a quanto pare, non era ben ricordata da mia nonna. “Ci pensi, mamma, è il nome delle due nonne unito assieme”, mia madre la convinse così ad accettare la scelta fatta dai miei fratelli. Mia nonna, ma di più mio nonno, erano convinti che non mi avrebbero mai vista grande e perciò ne approfittavano per riempirmi di vizi e coccole. Tanto per spiegarvi il livello, vi racconto una cosa che accadde quando ero molto piccola. La prima parola che dicono i bambini “normali” è mamma in genere, oppure papà. Io ho detto “nonn...”. I puntini non sono casuali, infatti nessuno capì esattamente chi stavo chiamando. I miei nonni la finirono per litigare malamente:
  • “Maria, la chi sa pippia ha nau Nonno!”
  • “Oh Efisio, bolia nai Nonna...”
  • “Uhmmm... Ma sesi! Ha detto Nonno!”
  • “Ma 'ta sesi, scimpru? Ha chiamato Nonna, voleva me la bambina!!!”

Ve li ricordate voi i mondiali del 1982, quelli spagnoli? L'Italia vinse, ma noi qualche ora dopo la finale perdemmo mio nonno. Mia nonna si ritrovò vedova per la seconda volta. Adesso era veramente sola, in una casa troppo grande. Ma non perse mai la sua dolcezza. Era facilissimo coinvolgerla in qualunque tipo di scherzo o burla e noi nipoti gliene facevano davvero tante. Mio fratello le diede delle terrificanti caramelle all'aglio, ma lei le mangiò senza battere ciglio per restare allo scherzo. Roba da sentirsi malissimo. Ma noi eravamo bambini e lei era una nonna davvero eccellente sotto tutti i punti di vista che si faceva fare qualsiasi cosa le chiedessimo. La sorte è comunque in agguato. Come vi ho detto io mia nonna non l'ho praticamente conosciuta. E' morta nel 1985 dopo l'ennesimo schiaffo della vita: il giorno prima era diventata bisnonna. Vedete, c'è un motivo per cui ammiro mia nonna. La ammiro perché la vita l'ha veramente trattata male in ogni modo possibile, ma lei si è sempre scrollata tutto di dosso ed è andata avanti col sorriso sulle labbra, non gliel'ha mai data vinta anche quando sembrava difficilissimo rialzarsi e riprendersi. Non si è mai indurita, è sempre stata dolce e materna con tutti e questo non è mica facile, visto che a noi ne basta una per buttarci a terra per sempre e renderci cinici e cattivi. Eppure lei l'ha fatto e io mi sento onorata di essere sua nipote, perché è stata una davvero una donna fortissima.

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