giovedì 21 febbraio 2013

Aspettando l'8 marzo... Ritratto di Annetta - By Red


Succede che sulla metropolitana i tuoi sensi sono attratti all’improvviso dal profumo di una vecchietta magra magra. Sa di un misto di lavanda, fiori d’arancio, rose e sapone da bucato, profuma di giardino. Succede che come in una vertigine ti gira la testa, e non sei più lì, ma in un giardino. Hai cinque o sei anni e non sei sola, con te c’è lei, che sa di lavanda, fiori d’arancio, rose e sapone da bucato. 
Mi prende per mano e attraversiamo il giardino. Quanti fiori! I cespugli di sterlizie sono più alti di me, mi incantano con i loro colori, ma la sua mano calda mi spinge ad andare avanti. Sollevo lo sguardo, il suo viso ha così tante rughe che non le saprei contare, gli occhi si strizzano per la luce forte del sole, ma comunque guardano avanti. Cammina scalza per il giardino, attraversiamo gli aranci, i melograni, gli albicocchi. Si sente chiocciare.
Se penso alla sua voce la ricordo come fosse passato un giorno, mi dice “andiamo a vedere se c’è un ovetto”. Per il resto non la ricordo parlare a lungo, non ricordo che mi facesse tanti discorsi, ricordo che mi prendeva per mano e mi portava a vedere le cose ed io, timidissima, in silenzio, con lei guardavo il mondo, e imparavo.
Imparavo che le uova sono di un tepore meraviglioso quando le prendi dal pollaio e che vanno tenute bene, altrimenti cadono, ma non bisogna stringerle, se no si rompono. E così capivo che per esser donne non basta avere un piglio solido né delicato, bisogna essere entrambe le cose, insieme.
Poi mi portava nel corridoio assolato, accanto a ogni porta una pianta da interni, mi faceva pulire le foglie larghe con un panno morbido appena umido, “solo la parte lucida però, ché dall’altra le foglie respirano e se le bagni le manca l’aria”. Così imparai che la cura è fatta di carezze e pazienza, ma anche rispetto, perché  a volte si rischia di togliere l’aria, anche senza volerlo.
Quando curava il giardino era un incanto: tagliava, potava, zappava, bagnava e sussurrava parole che non ho mai capito, stando a piedi scalzi sulla terra. Non c’era gesto che non fosse sicuro, non una piccola esitazione, e il giardino per questo l’amava. Nessuna pianta poteva resisterle, dalle ninfee ai melograni, e il suo passaggio significava fioritura certa, come fosse una fata. Così imparai che i colori non possono scoppiare nel mondo senza un pizzico di magia.
Ricordo che portava sempre i capelli divisi in due trecce che fissava con delle forcine alla testa come una coroncina. Ricordo la prima volta che la vidi con i capelli sciolti: si stava pettinando. Lontano dallo specchio le sue mani si muovevano veloci e sicure ad intrecciare i capelli lunghissimi e grigi, e in un minuto era di nuovo perfetta. Così imparai che una donna non ha bisogno di guardarsi allo specchio per vedersi e per sapere chi è.
Qualche volta andavamo a fare la spesa. Ricordo la camminata in silenzio con il carrellino marron, per via Enrico Toti, “attenta qui” quando attraversavamo in piazza Italia e poi il suo muoversi sicuro tra i banchi al mercato, e il giro fuori, alle bancarelle. A volte comprava qualcosa e mi diceva di non dirlo a nessuno. Ora so che sarebbero diventati regali per le mie sorelle o per i miei cugini quando fosse arrivata una festa, ora so che così sicuramente sono nate le mie bambole più amate, portate per me da Gesù Bambino, a casa sua. Così ho imparato che se hai nel cuore le persone incontri ogni giorno un piccolo dono per loro.
La ricordo d’inverno affaccendata intorno a una vecchia cucina economica, o a sistemare i carboni in un braciere di ottone, sempre operosa, sempre in silenzio. Così ho imparato che non c’è bisogno che tutti vedano quello che si fa, basta fare.
La ricordo poi negli anni più tristi, della malattia e del dolore, la ricordo stanca accorrere al richiamo del marito che ormai non ci riconosceva più e la chiamava mamma. Così ho imparato che a volte la vita è dura, eppure il giardino continua a fiorire.
Ricordo la penultima volta che la vidi. Era la prima volta che la vedevo a letto. Ricordo la fatica nel respirare, ricordo la sofferenza che le si leggeva negli occhi. E ricordo la carezza che fece al mio viso, senza dire nulla. Quel giorno ho imparato a fare le carezze.
Ricordo l’ultima volta che la vidi, i suoi tratti di nuovo rilassati, le rughe fitte ma appianate, le trecce perfette, il vestito semplice. Tutti piangevano, io non facevo che pensare che era bella, e che stava bene. Fu così che imparai che la morte è triste ma può portare serenità.
Sono passati quasi ventitré anni da quel giorno di agosto, io allora ne avevo nove, oggi sono una donna. Eppure ho ancora scolpito negli occhi il suo viso, che spesso è tornato a trovarmi nei sogni, il suo profumo lo riconoscerei tra mille e chiara ancora oggi è la percezione della mia mano nella sua. Mi sembrava magica, ora sono certa che lo fosse, e penso a quante cose ancora avrei potuto imparare da lei, quanto sarebbe preziosa oggi la sua presenza.
Io non sono brava nel silenzio, dimentico troppo spesso di dare l’acqua ai fiori, approfitto di qualunque superficie riflettente per specchiarmi. Sono una frana in economia e anche se voglio stare in disparte finisco per attirare l’attenzione.
Eppure un giorno guardandomi allo specchio ho scoperto una ruga in mezzo alla fronte, che racconta di tutte le volte che strizzo gli occhi guardando verso il sole, e ho pensato che vorrei che il tempo fosse un ragno, per tessere sul mio viso una tela. Vorrei che la vecchiaia si leggesse scolpita sul mio viso come la somma di tutte le mie risate, di tutti i miei pianti e del sole, per non dimenticarli mai e per poter raccontare anche se un giorno non fossi più in grado di parlare.
Una volta, uscendo di casa in ritardo, mi sono scoperta a intrecciami i capelli mentre camminavo attraversando il paese. Parlo con i fiori e con gli alberi, è più forte di me, mi ritrovo ad accarezzarne, lieve, le foglie. Non posso fare a meno del piacere di sentire la terra scura sulla mia pelle, ho uno strano istinto che mi fa camminare più sicura se sono scalza e non mi fa pungere i piedi nemmeno se cammino vicino alle ortiche.
Guardo una sua vecchia foto, di prima delle rughe, mi guardo allo specchio, sorrido. Per farmi bella mi sono tirata su le trecce, come una coroncina. Un’amica mi dice “Che bella, sei pettinata come Frida!”, si illumina il mio sguardo, rispondo solo “no, come Annetta. Nonna”.



2 commenti:

  1. Che post commovente davvero complimentissimi!Vi leggo sempre con piacere, ma questo post mi ha molto toccato...

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  2. Grazie!!! Sono particolarmente contenta, il ritratto di Annetta non era un post come tutti gli altri, almeno per me :)
    Perché non provi a scriverci anche tu? Fino al 7 marzo aspettiamo i vostri "ritratti", e l'11 marzo alle ore 18,30 in via Lamarmora 123 a Cagliari faremo delle letture! Ti aspettiamo!

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