Perché la voce non basta
E’ piccola Giusy, apparentemente
fragile. Si esprime con garbo, ma ti guarda dentro. Pacata nei toni. Gli occhi
scuri e mobilissimi trasudano affabilità, sotto le ciglia in su. Viso
espressivo e chioma scura. Mani lunghe e affusolate. Nessuna traccia di divismo
in lei. Autentica nei rapporti interpersonali. Signorile ed educata. Domina la
timidezza, che trapela nella ricerca accurata delle parole, meditate, senza
esagerazioni, su un sorriso bambino, di denti piccoli e candidi. Una potenza
vocale inaspettata, che non sa rivelarsi ad una prima osservazione. Anzi pare
proprio non poter abitare quel corpo esile ed aggraziato. Lungo e metodico lo
studio, ininterrotto, severo. Sua la voce che nessun palco internazionale ha
saputo privare della cadenza originaria, nel dialogo, cagliaritana e
cantilenante. Né la lunga assenza da casa. Idee chiare, emozioni evidenti. Chi
ha avuto il piacere di conoscerla ne è rimasto colpito. Una combinazione
esplosiva di capacità straordinarie e anelito alla normalità. Naturale la propensione
a creare spirito di squadra, di chi è in grado di regalare armonia, con cui è
facile lavorare. Sempre attenta che la sua luce non faccia ombra a nessuno. Sostegno
nei momenti difficili. Dispensatrice di conforto. Nessun capriccio da star. Sa
dire di no, quando si accorge che il ruolo proposto non le si addice. Senza
rimpianti. Non si affanna per la gloria. A lei interessa far bene. Amore per il
suo lavoro, un’innata maestria di immedesimarsi, di calarsi nei ruoli. Superba
la voce, non solo per l’estensione e il colore. Dà voce all’anima. Voce che è
tramite evidente in chi l’ascolta, strumento magico di emozioni. Di quella minuta
donna schiva nessuna impronta rimane sul palco. Mai un ingresso stentato quando
si apre il sipario. Semmai una forza della natura, prorompente, che si
materializza in presenza, assoluta. Donne che rivivono in lei, con vigore. “Io
prendo tutto sul serio”, dice, “quando muoio, io, muoio davvero!”. E lei è di
volta in volta Violetta, Regina della notte, Manon Lescaut, Mimì, solo per
citarne alcune. Sempre attendibilissima. Canto di estrema bravura, fa sentire
una premonizione di fatalità, sa trasmettere una sensazione di addio alla vita.
Si attribuisce una buona dose di incoscienza, ripensando ai suoi esordi. Attratta
inizialmente dalla musica leggera, si scopre soprano. Canta, recita, ha una
gestualità impetuosa. Si dilata in scena, oltre i limiti del suo corpo, fino a dominarla,
calamitando l’attenzione. E va, incamera successi, calca palchi prestigiosi, è
molto richiesta. Viene richiamata. “Non succede spesso”, dice schernendosi.
Bella, espressiva, dai colori mediterranei. I costumi meravigliosi che indossa
la accrescono, a volte creando aneddoti divertenti. Come la volta in cui la
gonna era così ampia che non passava attraverso l’ingresso al palco, progettato
male, ed era costretta ad entrare in scena rigorosamente di lato, “come in un
geroglifico”, ricorda ridendo. O la fatica di indossare i coturni,
trascinandone il peso con studiata agilità, o i grandi copricapo. Mai pugnace o
scontrosa, immune ai commenti velenosi che si propagano facilmente negli
ambienti del teatro. Va per la sua strada. E’ schiva, si avvicina agli altri
con cautela, ma sa essere allegra e pronta al sorriso. Non esita a rivolgersi
ad un pranoterapeuta cialtrone, con un collega, quando una maledizione sembra
diffondere il mal di gola tra i cantanti, nel corso delle prove estenuanti. Ne
ride ancora di gusto, al ricordo. Anche se qualcuno, un po’ più attento,
intravede un retrogusto amaro di tristezza, in fondo in fondo al suo sorriso. Poco
più che quarantenne è costretta ad ingaggiare il duello più estremo, con una
rivale a volte scorretta, la vita. Lotta con tutta sé stessa, con la stessa passione
che sa imprimere alle sue amate eroine. Non dice della sua battaglia personale,
inventa impegni improrogabili quando non può essere presente. Quando le terapie
oncologiche la stremano e le arrochiscono la voce. Non è difficile crederle, fa
una vita nomade. Nasconde il suo stato, cerca di stregare la malattia con la
malia della sua voce. La occulta ai molti che la amano, non vuole essere motivo
di preoccupazione. A lungo pare riuscirci, ma il destino si compie anche contro
la più ferrea volontà. Ed avrà la meglio su di lei, ancora troppo giovane per
abbandonare la scena. Ora le è stata dedicata l’Arena del Parco della Musica, a
ridosso del Conservatorio Pierluigi da Palestrina, dove si è formata ed ha
conseguito il diploma in canto e piano. E che si è subito distinta vincendo il
concorso internazionale di Spoleto per il canto, poco più che ventenne. Indimenticata
insegnante nei master estivi per le voci nuove, sempre a Cagliari. Si
entusiasma per i suoi allievi, partecipa completamente alla loro emozione, la
condivide nel profondo. Intervistata dice: “Guardatemi, sono tutta una
macchia”, mostrando la pelle del collo e del petto, con un’incantevole
espressione birichina sul viso, di chi sa che ha scoperto nuovi talenti e ne
gioisce. Ha fatto in tempo ad insegnare che il dono di una voce straordinaria
non basta. Lo studio, la tecnica e la personalità devono saper creare un mix
equilibrato, un’artista completa deve rivelarsi, come un fiore che sboccia,
quando è giunto il momento. E rinnovarsi e mutare ad ogni nuovo ruolo. Un
soprano sopraffino Giusy Devinu, andata via in silenzio in una tiepida sera di
inizio maggio.
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