sabato 22 febbraio 2014

Istantanee - by White


La veglia della madre

Guardami.

Tu forse non lo sai che cosa è accaduto, ma lo intuisci. Mi vedi, chiusa in me, pietrificata. Non mi dimenticherai. Mai. L’immagine del mio dolore non ti lascerà. E’ scolpita minuziosamente. Ogni più piccolo affondo dello scalpello è l’eco ampliata del mio strazio. Mi raggruma il corpo, che non ha più la forza di estendersi. Un’energia nefasta si è impadronita di me, e mi trascina impietosa verso la terra. Mi accoccolo qui, vicino a te. Abbranco le ginocchia perché non tremino. Le mie mani ossute e nervose, i tendini tesi, oltre i polsini della camicia che fuoriesce dallo zippone. Il collo svuotato, e alla fine, sul colletto largo sul petto, due bottoni in filigrana. Scalza, come una penitente. I piedi abbruttiti dal lavoro. Ma è tutto inutile ormai. Ogni mio gesto è sofferenza. Quell’ombra che vedi sui miei occhi non è data dal fazzoletto calato in avanti. E’ l’oscurità del mio cuore dilaniato. Stringo le labbra fino allo spasimo, la contrazione crea una rosa di rughe amare sulla mia bocca. Che non si poserà più sulla tua tempia tiepida e pulsante, nel mio bacio materno. Non la posso aprire, adesso. L’urlo trattenuto, fuoriuscendo libero, farebbe tremare la montagna. Dove ti hanno ucciso, figlio mio. Ti ha tradito e li ha nascosti. I tuoi assassini. Io ho temuto tanto, sempre. L’uomo non perdona, e non dimentica. Punisce e cancella la vita. Usa lame e fuoco. Tranelli e crudeltà. Sparge sangue. Mai pago di vendetta, che anzi si rigenera ad ogni nuova morte. Ma a me, da ora, nessun fuoco potrà mai più infondere il calore perduto. La tua assenza dominerà i miei giorni, che risuoneranno, finché avrò respiro, del mio urlo muto. Nella fissità del mio sguardo l’immagine del tuo corpo offeso. A me, non resta che vegliare, raggomitolata.


“La madre dell’ucciso” nasce da una vicenda reale che Francesco Ciusa visse nel corso della sua infanzia, e la cui immagine, per sua stessa ammissione, non lo abbandonò mai.

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