lunedì 7 dicembre 2015

L'Eco delle Parole

Immagine da web


Narra la leggenda che in una terra lontana, sperduta tra le montagne, viveva e vive ancora oggi un popolo forte e antico. Un popolo che sa aspettare, sa ascoltare, sa imparare dalla storia e dagli eventi. Un popolo che sa narrare e sa cantare.

C'era un giorno un giovane pastore che aveva molta fame, perché aveva finito le provviste e casa era ancora lontana. Si fermò a dissetarsi ad un torrente dalle acque fresche e cristalline quando, alzando gli occhi, vide una mela rossa e tonda, trasportata a valle dalla corrente. Allungò la mano, prese la mela e la mangiò con gusto. Il pastore era un giovane onesto e decise di ripagare di quel dono benedetto il padrone del melo che lo aveva nutrito col suo frutto. Non fu facile scalare la montagna, seguendo il torrente verso la sorgente, ma alla fine giunse ad uno splendido frutteto, nel quale c'erano alberi di tutte le specie, dai rami rigogliosi e carichi di frutti profumati e succulenti. Chiese chi era il padrone, perché doveva pagare una mela.
– Questo giardino appartiene al Re. Dubito che si accorgerà di una mela caduta nel torrente – disse un giardiniere – vai in pace, buon giovanotto!
Il pastore, però, insisteva per pagare il giusto prezzo per la mela, così fu condotto davanti al Re.
– Sire – disse il pastore – una mela del vostro giardino mi ha sfamato: fate un prezzo per il vostro dono ed io lo ripagherò.
Il Re fu molto stupito: vide che si trattava di un giovane buono e onesto e decise di dargli in sposa la figlia.
– La mia figliola è cieca, zoppa e muta – disse il Re. – Ecco, questo sarà il tuo prezzo!
Il pastore non se la sentì di rimangiare la parola data e le nozze furono celebrate con grandi festeggiamenti. La sera, mentre gli invitati proseguivano la festa, il giovane portò la sua sposa nella casa a loro destinata e si accorse che la Principessa era una fanciulla bella come una fata, dagli occhi scuri e profondi che lo guardavano con un sorriso, dal passo lieve come una danza e dalla voce dolce come il canto di un usignolo.
– Ero cieca – disse la giovane – perché non ho mai potuto vedere il mondo. Ero zoppa, perché non avevo nessuno con cui danzare. Ed ero muta, perché il canto delle mie parole non ha trovato orecchie attente e cuori aperti.

Da quel giorno i due sposi stettero sempre insieme. Intrapresero un viaggio del cuore, che allargò lo sguardo della giovane Principessa e liberò i suoi piccoli piedi in passi leggeri come una danza. Percorsero la loro terra antica, le immense e alte montagne, le gole e le valli a cui facevano corona. Riempirono gli occhi di bellezza, tutta quella che il giovane pastore riuscì a mostrare alla sua sposa. E colmarono il cuore delle storie e della vita della gente che incrociavano nel cammino, di quel loro popolo duro, perché forgiato dalla vita, vero, perché attaccato alla terra, e ricco solo delle proprie parole antiche.
La Principessa sapeva tacere e ascoltare. E ascoltò tutto e tutti, imparando presto che quelle parole, oltre che essere antiche, avevano ali, per volare verso il cielo, e piedi, per percorrere le valli della terra. Erano parole forti, che avevano imparato l'arte di sopravvivere: si infilavano nelle gole tra le montagne e, quando sbattevano alla roccia, non si ferivano né morivano, ma tornavano indietro come eco. E si moltiplicavano e fluivano, di onda in onda, fino ai confini più reconditi dello spazio e del tempo, dove cuori aperti le raccoglievano e custodivano, dove voci generose si intonavano al canto.
Ebbero molti figli i due sposi.
Fin dalla nascita del primo, la giovane mamma, iniziò a cantare per lui quelle parole, quegli echi lontani che aveva imparato nel viaggio con il suo sposo. E così fu anche con il secondo, il terzo, il quarto e il quinto. E tutti gli altri ancora. La Principessa cantava e, man mano che il canto le scioglieva la lingua, le parole crescevano in lei e divenivano storie e poemi. I figli diventavano grandi con quel canto nelle orecchie e nel cuore, e imparavano a ricordare e a cantare. E come un eco il canto risuonava in loro. Come un'onda che si allarga lo moltiplicarono e lo portarono lontano, nei viaggi e nelle avventure, quando iniziarono a girare il mondo. Ricordavano e cantavano: e viaggiando davano ali e piedi a quelle storie e voce e suono alle parole. A loro volta ebbero figli, a cui cantare e insegnare, e i figli ebbero altri figli e altri ancora ne incontrarono per via, chiamati dalle parole, che mettevano loro un desiderio nel cuore, quello di ascoltare e di imparare, di ricordare e di cantare.
Per ultima alla Principessa nacque una bambina. Anche per lei la mamma cantò. E ninnò e parlò e insegnò. Anche per lei fece scorrere fiumi di parole e le annodò in tessiture di canto. Anche a lei diede il dono di imparare, di ricordare, di tramandare. Alla sua bimba, però, volle fare un dono in più, da madre a figlia, da sorella a sorella, che tra donne è così: le insegnò a conservare, perché le parole non si perdessero, perché l'eco non si spegnesse del tutto, nei periodi in cui il canto fosse stato proibito. E la piccola conservò ogni storia e ogni parola, la tenne al caldo nel cuore, la cantò ai figli e alle figlie, e loro ai figli e alle figlie, e ancora ai figli dei figli e alle figlie delle figlie.

Così, si dice, dalla Principessa, che era stata cieca e zoppa e muta, nacque una stirpe che dona un suono alle storie e fa fluire l'eco delle antiche parole. Questa stirpe ha superato lo spazio e il tempo, ha superato le difficoltà, le avversità e i silenzi. Ed è arrivata fino a noi.
Alcuni li chiamano Aedi, altri Dengbej. Noi li chiamiamo, semplicemente, Cantastorie.


Questa storia prende avvio da una leggenda del popolo curdo. In verità, però, è una riflessione, sulla forza delle parole e della parola, sul perdurare di un eco lontano che ancora oggi parla da orecchio a cuore... una riflessione su come una storia può cambiare la vita e dare speranza a questo nostro vecchio mondo.

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