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Immagine da web |
Narra la leggenda che in
una terra lontana, sperduta tra le montagne, viveva e vive ancora
oggi un popolo forte e antico. Un popolo che sa aspettare, sa
ascoltare, sa imparare dalla storia e dagli eventi. Un popolo che sa
narrare e sa cantare.
C'era un giorno un
giovane pastore che aveva molta fame, perché aveva finito le
provviste e casa era ancora lontana. Si fermò a dissetarsi ad un
torrente dalle acque fresche e cristalline quando, alzando gli occhi,
vide una mela rossa e tonda, trasportata a valle dalla
corrente. Allungò la mano, prese la mela e la mangiò con gusto. Il
pastore era un giovane onesto e decise di ripagare di quel dono
benedetto il padrone del melo che lo aveva nutrito col suo frutto.
Non fu facile scalare la montagna, seguendo il torrente verso la
sorgente, ma alla fine giunse ad uno splendido frutteto, nel quale
c'erano alberi di tutte le specie, dai rami rigogliosi e carichi di
frutti profumati e succulenti. Chiese chi era il padrone, perché
doveva pagare una mela.
– Questo giardino
appartiene al Re. Dubito che si accorgerà di una mela caduta nel
torrente – disse un giardiniere – vai in pace, buon giovanotto!
Il pastore, però,
insisteva per pagare il giusto prezzo per la mela, così fu condotto
davanti al Re.
– Sire – disse il
pastore – una mela del vostro giardino mi ha sfamato: fate un
prezzo per il vostro dono ed io lo ripagherò.
Il Re fu molto stupito:
vide che si trattava di un giovane buono e onesto e decise di dargli
in sposa la figlia.
– La mia figliola è
cieca, zoppa e muta – disse il Re. – Ecco, questo sarà il tuo
prezzo!
Il pastore non se la
sentì di rimangiare la parola data e le nozze furono celebrate con
grandi festeggiamenti. La sera, mentre gli invitati proseguivano la
festa, il giovane portò la sua sposa nella casa a loro destinata e
si accorse che la Principessa era una fanciulla bella come una fata,
dagli occhi scuri e profondi che lo guardavano con un sorriso, dal
passo lieve come una danza e dalla voce dolce come il canto di un
usignolo.
– Ero cieca –
disse la giovane – perché non ho mai potuto vedere il mondo. Ero
zoppa, perché non avevo nessuno con cui danzare. Ed ero muta,
perché il canto delle mie parole non ha trovato orecchie attente e
cuori aperti.
Da quel giorno i due
sposi stettero sempre insieme. Intrapresero un viaggio
del cuore, che allargò lo sguardo della giovane Principessa e liberò
i suoi piccoli piedi in passi leggeri come una danza. Percorsero la
loro terra antica, le immense e alte montagne, le gole e le valli a
cui facevano corona. Riempirono gli occhi di bellezza, tutta quella
che il giovane pastore riuscì a mostrare alla sua sposa. E colmarono
il cuore delle storie e della vita della gente che incrociavano nel
cammino, di quel loro popolo duro, perché forgiato dalla
vita, vero, perché attaccato alla terra, e ricco solo
delle proprie parole antiche.
La Principessa sapeva
tacere e ascoltare. E ascoltò tutto e tutti, imparando presto che
quelle parole, oltre che essere antiche, avevano ali, per
volare verso il cielo, e piedi, per percorrere le valli della
terra. Erano parole forti, che avevano imparato l'arte di
sopravvivere: si infilavano nelle gole tra le montagne e, quando
sbattevano alla roccia, non si ferivano né morivano, ma tornavano
indietro come eco. E si moltiplicavano e fluivano, di onda in
onda, fino ai confini più reconditi dello spazio e del tempo, dove
cuori aperti le raccoglievano e custodivano, dove voci generose si
intonavano al canto.
Ebbero molti figli
i due sposi.
Fin dalla nascita del
primo, la giovane mamma, iniziò a cantare per lui quelle
parole, quegli echi lontani che aveva imparato nel viaggio con il suo
sposo. E così fu anche con il secondo, il terzo, il quarto e il
quinto. E tutti gli altri ancora. La Principessa cantava e, man mano
che il canto le scioglieva la lingua, le parole crescevano in lei e
divenivano storie e poemi. I figli diventavano grandi con quel canto
nelle orecchie e nel cuore, e imparavano a ricordare e a cantare. E
come un eco il canto risuonava in loro. Come un'onda che si allarga
lo moltiplicarono e lo portarono lontano, nei viaggi e nelle
avventure, quando iniziarono a girare il mondo. Ricordavano e
cantavano: e viaggiando davano ali e piedi a quelle storie e voce e
suono alle parole. A loro volta ebbero figli, a cui cantare e
insegnare, e i figli ebbero altri figli e altri ancora ne
incontrarono per via, chiamati dalle parole, che mettevano loro un
desiderio nel cuore, quello di ascoltare e di imparare, di ricordare
e di cantare.
Per ultima alla
Principessa nacque una bambina. Anche per lei la mamma cantò.
E ninnò e parlò e insegnò. Anche per lei fece scorrere fiumi di
parole e le annodò in tessiture di canto. Anche a lei diede il dono
di imparare, di ricordare, di tramandare. Alla sua bimba, però,
volle fare un dono in più, da madre a figlia, da sorella a
sorella, che tra donne è così: le insegnò a conservare,
perché le parole non si perdessero, perché l'eco non si spegnesse
del tutto, nei periodi in cui il canto fosse stato proibito. E la
piccola conservò ogni storia e ogni parola, la tenne al caldo nel
cuore, la cantò ai figli e alle figlie, e loro ai figli e alle
figlie, e ancora ai figli dei figli e alle figlie delle figlie.
Così, si dice, dalla
Principessa, che era stata cieca e zoppa e muta, nacque una stirpe
che dona un suono alle storie e fa fluire l'eco delle antiche parole.
Questa stirpe ha superato lo spazio e il tempo, ha superato le
difficoltà, le avversità e i silenzi. Ed è arrivata fino a noi.
Alcuni li chiamano Aedi,
altri Dengbej. Noi li chiamiamo, semplicemente, Cantastorie.
Questa storia prende
avvio da una leggenda del popolo curdo. In verità, però, è una
riflessione, sulla forza delle parole e della parola, sul perdurare
di un eco lontano che ancora oggi parla da orecchio a cuore... una
riflessione su come una storia può cambiare la vita e dare speranza
a questo nostro vecchio mondo.
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