sabato 26 aprile 2014

Pensieri. Su una canonizzazione. Anzi, due - by Violet

Sono nata in una famiglia cattolica, ma aperta, nella Chiesa italiana del post Concilio. Sono cresciuta, i primi anni di vita, con due zie anziane che la fede la narravano e, prima ancora di dirla, la vivevano.
Avevo sei anni l’anno che tutti ricordano come quello dei “tre papi”. Ero piccola, quindi, ma non così tanto da non avere un vago ricordo di Paolo VI, della sua figura essenziale. Ricordo i trentatré giorni di Giovanni Paolo I e tutto il papato di Giovanni Paolo II. Non ho conosciuto, invece, Giovanni XXIII. Non personalmente. Eppure, di lui, ho letto molto. Ho visto i filmati d’epoca e sentito i suoi discorsi. Ho approfondito le ragioni del Concilio. Ho visitato i luoghi in cui è nato. E da allora me lo sento vicino. Come uno di famiglia. Un nonno, forse ancor più che un padre, ben più avanti di me nello stesso pellegrinare che è la nostra fede. Perché il padre, forte, deciso, negli anni della formazione, della giovinezza e della prima maturità, è stato Giovanni Paolo II.
Giovanni Paolo II, appunto. Un uomo che ho amato molto. Che ha segnato fortemente il mio approccio con la Chiesa, madre nella fede. Un uomo che, come ogni padre, ho anche analizzato, criticato, demitizzato, ma mai smesso di amare, nel cammino che porta a scegliere, ogni giorno, per trovare le ragioni della fede e dell’appartenenza.
Forse questa è una premessa un po’ lunga. Ma essenziale per far comprendere ciò che dirò. Per capire il disagio che provo oggi, alla vigilia della canonizzazione di due uomini che amo così tanto da averli appena definiti un padre e un nonno. E vi dico la verità, quando dico che mai e poi mai avrei pensato che un giorno così, se mai fosse arrivato, non mi avrebbe riempita di gioia.
Non mi piace ciò che vedo. Per niente. Non mi ci ritrovo, non ritrovo le ragioni della mia fede, della mia speranza. Le ragioni forti dell’amore, in questo enorme palcoscenico che stiamo mettendo su. Credo che non ci si sarebbero trovati nemmeno loro, quelli che vengono trattati come fossero i protagonisti di tutto ciò: Giovanni Paolo II amava le folle e la ribalta, era un grande comunicatore, eppure rimaneva un mistico innamorato della Madre; Giovanni XXIII era un uomo semplice, più vicino al concetto di prete di campagna che di principe della Chiesa, credo che si sarebbe infastidito non poco a vedere che dopo la sua morte lo si metta di nuovo, suo malgrado, su un piedistallo dal quale era volontariamente sceso in vita.
Dicevo. Non mi piace ciò che vedo. Non mi piace questo grande affanno per una cosa, la santità, che dovrebbe essere la regola del viver cristiano. E non solo perché la Chiesa, anche se fatta di peccatori, è santa, ma perché anche noi battezzati siamo santi. Nella Chiesa primitiva ci si chiamava fratelli e ci si considerava santi, perché nella speranza cristiana si viveva della certezza di essere risorti nel Risorto. E, se anche il cammino per la santità è lungo e in salita, le parole di Gesù, “siate santi come santo è il Padre vostro che è nei cieli”, sono la meta della vita di fede. E allora, perché tutta questa straordinarietà? Perché questo enorme sottolineare una diversità, quasi a renderla meta inarrivabile? Non è inarrivabile. Non è cristiano che lo sia!
Credo che il motivo risieda in un altro atteggiamento che vedo. E anch’esso non mi piace. L’atteggiamento è quello dell’idolatria. Lo so, idolatria è una parola forte. Pesantissima. Eppure credo che per noi cristiani, forse più che per altre vie spirituali, questo pericolo sia sempre in agguato. Anche nei termini. Nelle parole che si usano per parlare di fede, di santi, di Dio. Questi giorni più che mai. “La Chiesa fa santi due papi!”, è un annuncio comune che si alza da più parti. Falso. La Chiesa al massimo riconosce che un percorso di fede, cioè un patto d’amore tra Dio e degli uomini, è stato condotto fino in fondo con fedeltà, sicuramente da Dio, che è il fedele per eccellenza, e anche dagli uomini in questione. Riconosce che questo cammino è stato percorso dentro la tradizione della santa Chiesa di Dio. Riconosce che è un cammino buono perché dà frutti buoni e sottopone queste persone ai fedeli, come esempio. Come fratelli maggiori nella fede.
“Il miracolo di Giovanni Paolo II”. Altra affermazione falsa. Ai limiti dell’idolatria. Dio solo fa miracoli. Lui solo può tutto. Perché Lui solo è Dio e noi, tutti, anche i santi, siamo uomini.
E qui mi sorge un altro dubbio. Profondo. Difficile. Domenica scorsa era Pasqua. L’avvenimento più grande e importante della mia fede. Gesù si consegna, muore e risorge. E tutta l’umanità risorge con Lui. Perché a Roma, il centro della cristianità, a festeggiare con il papa, non c’era nemmeno la metà dei pellegrini attesi per domani? Cos’è più importante? Qual è l’evento centrale della mia fede? Il problema è che, se mettiamo al centro Dio e la resurrezione, dobbiamo mettere al centro il vangelo. E la nostra umanità. Dobbiamo mettere al centro la nostra fragilità e la ricerca costante di strade perché la resurrezione sia visibile nel mondo, attraverso l’amore reciproco vissuto da noi cristiani, così come ci chiede il vangelo. Osannare il santo è mettere al centro la gloria. Quasi che la santità fosse cosa nostra. Quasi che, ma sì, se sono fortunato, potrà capitare anche a me di diventare un santo famoso e alla moda! Con milioni di pellegrini.
E poi c’è un’ultima cosa. La metto ora, alla fine di questa riflessione ad alta voce, perché è seria, ma meno importante. Non mi piace lo sfarzo. Le spese eccessive. Il commercio. Non mi piacciono i soldi che girano attorno a questo evento, io che vorrei una Chiesa povera e sorella negli incroci delle strade del mondo e che ringrazio papa Francesco per il coraggio di mettere al centro del suo messaggio le periferie della terra. Non mi piace il disturbo che stiamo arrecando al mondo, con la nostra presenza. Noi che dovremmo servire e non essere serviti. Ma soprattutto non mi piacciono le luci della ribalta. L’immagine di potere e di prestigio che ne vien fuori.


Così domani starò a casa. Anzi andrò a messa, come ogni domenica. Perché è Pasqua. A ringraziare per la settimana trascorsa. A nutrirmi di Uno che lava i piedi e muore in croce. Di uno che Risorto prepara il cibo per i suoi. E dice: “Fatelo anche voi”.

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