lunedì 7 settembre 2015

Cieco

Foto da Web

Cieco. Vagava cieco e zoppo, per il mondo allora conosciuto. Cieco, senza altra identità, ché il primo nome l'aveva barattato con la fama – epica, fulgida e terribile fama quella di colui che uccise Bellero e liberò la Terra dall'alito infuocato della Chimera – ed il secondo lo aveva perso nella bramosia della gloria, nella sfida a Zeus immortale e alla sua dimora.

Era divenuto un solitario viandante: evitava le strade battute dagli uomini, perché non accettava la sua nuova condizione, ed evitava il pensiero degli dei, perché ormai aveva timore del mutare repentino del loro umore. Avrebbe evitato anche se stesso, se avesse potuto, e i ricordi, ma questo non sono gli uomini a deciderlo. La vita non lo abbandonava, anzi, ogni giorno il suo corpo riacquistava un po' di forza. E i ricordi, di imprese, di gloria, dei sogni ambiziosi e dell'orgoglio, che aveva alimentato e sostenuto ogni azione, lo seguivano da presso, mentre camminava, e si accostavano a desinare con lui, quando sostava a riposare le gambe stanche. Così, le soste si erano fatte brevi e più sostenuto il suo andare. A volte una brezza fresca e leggera accompagnava il viaggio, dando sollievo alla pelle arsa e ricacciando indietro dal pensiero i ricordi sgraditi. Se il vento del Nord soffiava forte, poi, non sfidava la sua corsa, ma ne assecondava la direzione. Il suo passo diventava leggero, sospinto dalle ali del vento, e gli sembrava di assaporare di nuovo la libertà, come quando le ali che lo portavano erano quelle di Pegaso, l'unico amico e alleato che il destino gli avesse regalato. Quelle erano le sole occasioni in cui, dopo un lungo tratto di cammino, stanco, si abbandonava al sonno e lasciava che nel sogno l'amico alato lo venisse a trovare, a ripercorre il cielo forti e veloci, mai paghi, verso il sole.

La gente che lo incontrava lungo la via lo chiamava “Vecchio”, ma ancor più spesso “Cieco”. E forse era vero, Cieco era il nuovo nome che la sorte gli aveva assegnato, la sua nuova condizione, l'orizzonte di vita a cui trovare un senso, se mai ce ne fosse stato uno.
Nei primi tempi, dopo che fu precipitato dal cielo alla terra, disarcionato da Pegaso, pensava che non avrebbe mai fatto l'abitudine a quella nuova condizione. Ad ogni passo inciampava, spesso cadeva. Non percepiva gli ostacoli, né i pericoli. I rovi gli laceravano le carni fino a farle sanguinare, quando ci finiva dentro e doveva lottare per liberarsi. I rumori lo angosciavano, lui che fino ad allora non aveva conosciuto la paura, perché sembravano amplificati e non capiva la direzione da cui provenivano. Giorno dopo giorno, però, gli altri sensi acquistavano finezza e venivano in suo aiuto: dagli odori capiva se c'era vegetazione, e di che tipo; dal calore sulla pelle percepiva di essere circondato da alberi alti, o riparato da una collina, o quando in cielo le nuvole correvano veloci oppure si fermavano per addensarsi e aprirsi in una pioggia ristoratrice. L'udito, poi, era diventato suo fedele alleato e, pian piano, attraverso i suoni, imparava ad intuire il mondo: sapeva se veniva qualcuno, se era osservato, se c'erano animali nei paraggi. I suoi incontri erano rari, l'abbiamo detto, perché fuggiva le vie degli uomini, ma capitava che incrociasse qualcuno lungo la strada, di fare insieme ad un uomo o a un vecchio cane un tratto di cammino, di dividere il cibo e l'acqua in una sosta.
Ogni giorno che passava si accorgeva di come la realtà, attorno a lui, acquisisse pian piano forma: all'inizio erano stati voci e suoni, poi ombre. Infine, tutto, gli alberi, gli arbusti, i fiori, gli uccelli e tutti gli altri animali, gli uomini, aveva assunto consistenza, materia.
Così cominciò un esercizio che nella vita passata, quando aveva gli occhi per farlo, non aveva mai praticato. Iniziò a guardare. Guardare ciò che gli si presentava davanti. Non importava cosa fosse, ma l'attenzione che dedicava, il tempo che passava, la parte di sé che coinvolgeva.
Guardava il mondo e, per la prima volta lo vedeva: sentiva i profumi, sentiva i colori, percepiva le sfumature. Guardava il fiume e imparava la necessità dello scorrere via, del dono dell'acqua, del perdersi nel mare. Guardava il mare e imparava la costanza dell'andare e ritornare. Guardava il bosco, la macchia, e imparava la necessità delle radici. Guardava il cielo, ma ora lo faceva con nostalgia e non era più pieno di orgoglio e brama di gloria. Guardava gli uomini e si scopriva capace di vedere i loro pensieri, i loro desideri, le loro necessità. Si scopriva capace di ascoltare, capire, tendere una mano. Ma soprattutto guardava se stesso e, finalmente, vedeva ciò che era: un uomo. Capace di cadere, dall'immensità del cielo agli abissi della notte. Ma capace di alzarsi e camminare. Ancora. E di nuovo.

Raccontano che Omero fosse cieco per aver sempre dinanzi agli occhi le imprese degli eroi del passato e poterle narrare. Raccontano che Tiresia fosse cieco per poter vedere il futuro. Lui, Cieco, vedeva il presente, ora, e gli sembrava il dono più grande che la vita potesse avergli riservato.



Bellerofonte, figlio di Glauco, re di Corinto. Il suo vero nome era Ipponoo, ma divenne Bellerofonte dopo aver ucciso Bellero. Sconfisse la Chimera, i Lici e le Amazzoni, in groppa a Pegaso, il cavallo alato nato dal sangue del capo mozzato di Medusa. Sempre in groppa a Pegaso, infine, voleva raggiungere l'Olimpo, ma Zeus mandò un tafano a pungere il cavallo che si imbizzarrì e sgroppò l'eroe. Pegaso raggiunse l'Olimpo, ma Zeus, da allora, se ne servì come animale da soma, Bellerofonte, invece, precipitò su un roveto e rimase cieco e zoppo. Vagò a lungo, solo e ramingo, per la terra. E il mito non ha tramandato la storia della sua morte...

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