lunedì 16 giugno 2014

Istantanee - by White


Ma che gallina d’Egitto!

Avevo otto anni quando l’ho incontrata. Proprio da vicino intendo. Mi sentivo una fanciulla moderna, spigliata. Abbastanza informata delle cose della vita. Eppure la sua presenza mi risultava inquietante. E mi dondolavo nervosamente, su quella brutta sedia scrostata da ospedale, e non toccavo per terra con i piedi. Attendevo il responso. Sapevo chi fosse Ines e quale fosse la sua professione, ma qualcosa mi sfuggiva. Il suo operare appariva sfumato, nei tratti essenziali, protetto da una specie di timore rispettoso e insieme omertoso.
A me interessava sapere se sarei diventata sorella.
Le donne parlavano di lei spesso, con un che di sussurrato, un’aria arcana le aleggiava intorno. Ricordo bene la figura, una donna grande e slanciata, ma ossuta, nodosa, con grandi mani, su braccia dinoccolate, con poca grazia, da uomo. Abiti informi e scuri, da suora laica, come le scarpe. Inconsueta l’altezza che accresceva la sua autorità e la sua fermezza. Una signora abituata a dare ordini, e ad essere ubbidita. Rude, nei gesti, sbrigativa. La sua professione imponeva decisioni repentine. Dava a tutti del tu, ed allora non era proprio frequente, ma era tipico delle sue parti. Portava sempre la crocchia, ed orecchini pendenti, di foggia sarda. Importante il naso. La voce, nonostante i lunghi anni trascorsi in Sardegna, non aveva perduto l’originaria cadenza padovana. In moto perpetuo, sembrava non avere riposo, né i ritmi consueti delle persone a me note. C’era sempre qualcosa di veloce, di frettoloso, che non poteva attendere, che la accompagnava. La si vedeva ovunque, con passo marziale, o lanciatissima in bicicletta. So che destò scalpore, all’inizio, la sua indipendenza. Non si erano mai viste qui donne così, sole, indipendenti, sempre attive, che non si ritiravano, pudicamente, dentro casa, per uscirne solo nelle ore opportune. Da Padova aveva raggiunto sua sorella Clelia a Cagliari nel 1943, anch’essa stimatissima ostetrica che operava da tempo in città, e ne aveva ricalcato la carriera.
Era un faro luminoso. Signorina Ines Degli Agostini ha fatto nascere moltissimi bambini nell’hinterland di Cagliari. Ha prestato la sua opera per lunghi anni. Riceveva in via Italia, in un ambulatorio spartano e scuro come l’antro di una creatura temibile, in una penombra artificiale data da un pesante tendaggio che occludeva la vista sulla strada. Più spesso faceva visita a domicilio, a qualsiasi ora. Il suo giungere portava con sé ordine, fiducia, la consapevolezza grata che la vita stava facendo il suo corso naturale. Ricordo le sue mani adunche, già deformate dall’artrosi, sui fianchi di mia madre, mentre imperturbabile la guidava nel travaglio, incurante delle urla. Poi, assicuratasi che tutto procedeva per il verso giusto, scompariva repentinamente. Sapevo dalle chiacchiere delle donne che era sfacciata, a loro dire. Faceva domande imbarazzanti, le costringeva, colme di pudore e di ignoranza a conoscere il proprio corpo, ad averne cura, ad imparare le regole più elementari di igiene e profilassi sanitaria. Ma era molto di più, era psicologa, e confidente delle gestanti. Amica della vita. Lottatrice per la vita. Dava consigli sulla alimentazione, su come preparare il corredo, insegnava ad allattare. Tutte, indistintamente temevano le sue mani, troppo grandi e impudiche per essere poco più che tollerate dalla necessità. “Talleresi”, dicevano, immense e dure, senza delicatezza. Come se ci fosse qualcosa da espiare già dalla visita, il prezzo di una sessualità confusa, narrata ridacchiando di compiacimento e finto pudore. Di nascosto chiamavano ingenerosamente le sorelle “galline padovane”, con quel po’ di malevolo che talvolta si destina agli “stranieri”. In realtà era profonda e indelebile la riconoscenza per il loro aiuto prezioso, a lungo insostituibile ed unico. Non di rado alle ostetriche venivano dati i bimbi da battezzare. Attualmente è in corso una pratica per intitolare alla memoria delle due sorelle una scuola materna. 

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