sabato 25 gennaio 2014

Istantanee - by White


La formica di Acquaresi

Giuannica si siede. Si guarda le mani e sospira. Le maniche arrotolate fin quasi al gomito. In ogni stagione. Intrise della fragranza del sapone di Marsiglia, come ogni capo che possiede. Sta tutto in un piccolo armadio ad anta unica, con quelli del marito. Composta, poggia i palmi sul grembiule che indossa sempre, traccia tenace della sua operosità che non conosce sosta. Ogni segno sulla pelle lucida, consunta ed arrossata dal lavoro, è un ricordo, che legge con chiarezza. Anche se non ha mai imparato a leggere. Il volto stanco e mite incorniciato dal fazzoletto, sollevato appena, posteriormente, da una crocchia minuta di capelli ancora neri. Non porta orecchini. Una voglia viola scuro, a forma di mora, sotto la guancia sinistra, dove comincia il collo. Gioco irresistibile per le dita bambine dei nipoti. Un occhio velato di azzurro, per la fatica dei pesi portati sul capo, dicono le figlie, e che la rende sognante ed insieme impenetrabile.
Mi osserva intimidita, è strano per lei che qualcuno si interessi alla sua storia, è convinta di essere stata una tra le tante. Poco singolare. Solo una donna tra le tante cresciute in mezzo ad una povertà avvilente. In una terra dalla bellezza quasi imbarazzante da quanto è maestosa, e in contrasto, mi è sempre venuto da pensare, con la fatica della vita che vi veniva condotta. Ma forse l’uso di un tempo passato non rivela la verità. E’ triste attualità. Terra avara, arida, inadatta a qualsivoglia coltivazione che produca reddito. Microscopici vigneti, agrumeti ed orti destinati al consumo familiare. Attraverso le sue parole stentate, timide fin quasi a dar fastidio per il tono dimesso, ripercorro anch’io quella stradicciola che dal piccolo borgo di Acquaresi, tra Buggerru e Masua, conduce allo spiazzo fuori dalla miniera. Vi cammina quotidianamente, avanti e indietro, ricalcandone il tracciato, uno stuolo di donne, poco più che bambine, anzi proprio bambine, e gracili adolescenti, in file ordinate. Formiche operaie. Anche il villaggio è come gli altri, solo più minuscolo. Tra le palme secolari qualche casa modesta, la Direzione e l’Ospedaletto. Poco discosta la chiesetta campestre di Sant’Antonio. Quelli più forti trovano impiego nelle architetture del sottosuolo, dove, dicono, si costruisce al contrario, e per sottrazione, verso l’inferno. Gli inerti, sputati fuori con rabbia, a forza di braccia, mutano il paesaggio e lo colorano di sopruso. Stratigrafie violentate. Coni grigio rossastri ad offendere il verde della vegetazione bassa e rada, a ridosso del mare. Per il resto distese di gariga, dove il viola - azzurro del rosmarino e della lavanda si mescola al giallo dell’elicriso e della ginestra. Solo l’asfodelo non china la testa, ed ondeggia altero guardando l’orizzonte. Un freddo tenace, che sgretola i muscoli, d’inverno, vento potente che annulla le vesti insufficienti. Mere ragnatele a coprire la decenza. D’estate un sole implacabile e polvere fine che si solleva annebbiando il pensiero e spezzando il respiro. Negli occhi i colori di una bolla di sapone che si intrufolano nella visione, come una sbornia. Di queste creature solo le mani interessano a chi comanda, che siano veloci e instancabili, piccole e prensili. Il resto non conta. La paga un tozzo di pane ammuffito gettato con disprezzo a chi è lì perché ha fame. Il poco che resta da spendere allo spaccio aziendale. Qui è tutto miniera. E miseria. Però se innalzi lo sguardo vedi il mare, selvaggio e immenso. Per chi ha buona vista, nei giorni limpidi di sereno, facendosi schermo con la mano, oltre lo scoglio bianco del Pan di Zucchero, lascia intravedere altre terre, mondi lontani, mai visti da vicino. Immaginati. Forse desiderati, come un altro destino possibile. Cercano il minerale quelle mani abili, lo selezionano per grandezza e purezza. Piombo e zinco, ed anche argento, in quantità inferiore. Poche lire per non pesare sulla famiglia numerosa, e poi, con pazienza infinita, per preparare il corredo. Dopo il matrimonio le donne non fanno più le cernitrici, il loro tempo è tutto per la famiglia e per il marito minatore. E per la preghiera che non venga mai il giorno che la sirena, fuori dall’orario dei turni, suoni proprio per loro l’urlo più temuto. Ma la sirena della miniera ha sempre gridato il dolore di una comunità.
Avrei voluto davvero ascoltarlo, questo racconto, dalla tua voce, Nonna. Non ne abbiamo avuto il tempo. Nata nel 1903, eri troppo anziana e provata per guidare il mio interesse verso il mondo al rovescio della miniera, che mi accompagna da sempre. In ogni pagina, luogo, testimonianza, io ti rivedo. E con te il tuo sposo. Immagino paura e stenti. Il buio caldo e infido come il fiato di un mostro mitologico. Sommo quello che apprendo da altri come se fosse parte anche della tua vita che non ho conosciuto. Pochi i ricordi di te. Il tuo amore per il pesce che riuscivi a smontare completamente come il gatto più famelico e con gran compiacimento. Seduta in disparte, in un angolo del tavolo riservato ai bambini, sempre a fare spazio agli altri. Il rispetto partecipe con cui, ogni anno, ci portavi, fino all’inizio del viottolo della tua casa, che raramente raggiungevi, per assistere all’” Incontro”. E le espressioni del viso, sul quale compariva tutta la tua gioia al ricongiungersi della Madre, con il mantello stellato, sfavillante di azzurro, con il Figlio. Oppure l’entusiasmo bambino che ti avvinceva al sentire il richiamo del camioncino dell’uomo che vendeva la varechina. Sfusa, a litri. Te ne occorreva sempre. Ma era un pretesto per spendere una manciata di lire senza rendere conto a nessuno. Tue, finalmente. Tra quelle scatole impilate dentro il furgoncino tazzine da caffè che trovavi irresistibili, strofinacci da cucina, imbuti e poco più. Piccoli tesori che portavi a casa con la cura che regalavi ai nipoti neonati. Per poi continuare ad usare le cose vecchie per non rovinare le nuove.
Talvolta, nel vagare tra le grandi corsie degli Ipermercati mi viene da chiedermi che impressione ne avresti tratto. Credo ne saresti stata intimorita ed avresti pensato a chi mai potesse servire quel mare di roba.

Formica per tutta la vita, senza pretese, al servizio degli altri. Poco dopo la lunga malattia e la morte del nonno, sei andata via, certa di aver assolto il tuo compito fino in fondo, a riposare in pace, finalmente.


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