sabato 27 settembre 2014

Istantanee by White

Gli imprevisti di un ritorno tardivo. 


Autodidatta e rigorosa. Scrive tutti i giorni, di preferenza nel pomeriggio. Ricerca la perfezione nella lingua. Attinge avida ad un mondo vastissimo di letture, che si intessono strettamente con l’esperienza personale in cui forte era il peso della tradizione orale. Senza mai trascurare la Bibbia, specie per delineare le figure dei patriarchi. Sa raccontare per immagini. In ogni sua opera questi tasselli, imperativi nella sua anima, si mescolano abilmente tra loro, dando origine ad esiti sempre differenti. Ritrae le pulsioni dell’umanità. Alle spalle, ogni volta, una ricerca accurata. Sullo sfondo l’isola, da tempo lontana. Una messa a fuoco a distanza, ma nitida. Luogo di ispirazione prediletta. Che la Sardegna abbia questo potere è noto: è sufficiente dare anche uno sguardo sommario ai resoconti dei primi viaggiatori. Ha il fascino primitivo e la grandiosità di un luogo senza tempo. Delizia sopraffina per i tessitori di immagini. La bibliografia che la riguarda è imponente, quasi impossibile da quantificare. Non poteva essere diversamente per un premio Nobel. E’ prolifica, Grazia. Ma si studia più che conoscerla, questa scrittrice, e questo, a mio avviso, è un peccato. La sua vita, le sue scelte di donna, le sue tensioni, non ci sono note compiutamente. Grande il riserbo nella sua vita privata. Sappiamo della sua necessità di scrivere. Un imperativo costante. E dell’ostilità tenace con cui dovette scontrarsi. Soprattutto le donne le andavano contro, in nome di una morale che era fatta di desideri di uomini, ripetuti annullandosi, facendo proprie convinzioni non di rado mortificanti. Mal tollerando chi osava scostarsi dalla consuetudine, diffidando di chi esigeva un percorso di vita diverso. 
A me, più di ogni altra cosa, ha colpito l’episodio relativo alla traslazione della sua salma. 
Da noi, in Sardegna, capita che i grandi personaggi godano di riconoscimenti tardivi. Postumi. Dal suo trasferimento a Roma la Deledda aveva preso le distanze dalla sua città natale, Nuoro, e dalla sua gente, o forse, meglio, dalla sua atavica paura del cambiamento. A troppi anni dalla sua morte, la città ritiene che sia giunto il momento che Grazia ritorni a casa a riposare. Ma a documentarsi si viene a sapere che ci furono delle difficoltà.  Nel giugno del 1959, le sue spoglie terrene, giunte dal Verano, dovevano essere tumulate nella chiesetta della Solitudine. Solenni i riconoscimenti, tra le autorità Antonio Segni, allora presidente del Consiglio. Un ritorno tardivo. Le aveva spesso fatto rabbia la sua città, le andava stretta come un corsetto impietoso, toglieva il respiro, ma nello stesso momento, e in una contraddizione solo apparente, era la sua fonte di ispirazione, nonostante in tanti non avessero mai visto in lei un tentativo di riscatto del genere femminile, semmai una ferma e deprecabile volontà di affermazione personale. Ma ora, premio Nobel conclamato, e donna, Nuoro la reclamava. Corse in massa a renderle omaggio. Dal 16 agosto del 1936 riposava in una tomba a forma di nuraghe, come aveva espresso nelle sue volontà, ad estremo simbolo della nostalgia della sua terra di cui aveva narrato tanto. Con la scritta in latino: "Non est Deus mortuorum, sed viventium". 
L'idea della traslazione era venuta in mente qualche anno prima, ad alcuni artisti locali, tra i quali i fratelli Ciusa Romagna. Dei tre, Giovanni, qualche anno prima, aveva lavorato alla ristrutturazione della chiesa della Solitudine, eretta nel 1625 per volontà popolare, e tante volte descritta da Grazia nelle sue opere. Lo Stato ne aveva sostenuto le spese, per riverire degnamente il premio Nobel. Come in uno scrigno prezioso vi lavorarono alcuni dei migliori artisti isolani. Eugenio Tavolara realizzò il portale bronzeo e le formelle per le tappe della Via Crucis, i candelabri ed il crocifisso. Il bassorilievo in trachite sarda che adornava l'abside era opera di Gavino Tilocca. Grazia amava il piccolo edificio, per la posizione, e forse anche per le sue forme scabre. C’è un filo rosso che la lega alla chiesa della Solitudine lungo tutto il corso della vita. Le dedica il suo ultimo romanzo, ed attribuisce alla protagonista, Maria Concezione, la lotta contro il suo stesso male fatale.
In principio, il marito, Palmiro Madesani mostrò una certa riluttanza nel considerare la possibilità del trasferimento delle spoglie. Poi cedette alle pressioni del comitato autorevole che si era costituito con questo scopo. Uno sciopero impedì che la salma arrivasse via mare. Si provvide per via aerea Roma – Alghero. La salma giunse a Nuoro scortata da una staffetta della stradale, salutata durante il percorso. Portata a braccia da giovani in costume sardo, in un lungo corteo, percorse un tragitto, che a partire dall’ospedale Zonchello sfilò lentamente per corso Garibaldi, Via Tola, ed infine raggiunse la Cattedrale. Era presente anche il nipote Alessandro, figlio di Franz, ammirato per il tributo riservato alla sua nonna famosa. Dopo la messa celebrata con grande solennità, il corteo raggiunse la via a lei intitolata e fece una breve sosta nella casa natale. Poi giunse alla sua destinazione finale. La tumulazione, in forma privata, era prevista per l'indomani. E qui si verificò il secondo imprevisto. Al momento della riesumazione ci era accorti che la salma appariva mummificata e pertanto non poteva essere accolta nell'urna cineraria che era stata approntata. Si ripiegò su una bara. Anche il sarcofago in marmo nero, posizionato alla Solitudine, era stato progettato per accogliere un’urna. In extremis si convocò un abile e noto capomastro, il signor Marras. In totale riserbo lavorò tutta la notte, all'esterno della chiesa, per creare sotto il sarcofago uno spazio capace di ospitare la bara. I resti mortali di Grazia Deledda finalmente riposano sotto il muro perimetrale della chiesa, e non all'interno del sarcofago di marmo nero, ma perpendicolarmente ad esso. Ma tant'è! Un altro fatto inquietante prese voce. Si racconta che nel volo DC3 dell'Alitalia, preso come ripiego per lo sciopero, viaggiasse anche la salma di un carabiniere di Mamoiada che tornava a casa. Qualcuno vociferò di un possibile scambio. La voce è stata smentita ma continua ad aleggiare come un dubbio molesto.
Se lo avesse saputo, Grazia, credo avremmo sentito dalla sua bocca una di quelle pittoresche imprecazioni terrificanti, che popolano i suoi scritti. E non avrebbe avuto torto.

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