
La principessa Maisha, che vuole dire Vita, era bianca come
il latte e aveva capelli biondi come stelle. I suoi occhi scuri come la notte
brillavano come la rugiada del mattino. La sua bellezza superava ogni pensiero
umano e le fate la lodavano oltre ogni confine. Quando arrivò all’età in cui
doveva prendere uno sposo fu indetta una gara tra tutti i principi e i giovani
del regno e dei regni vicini. Chi avesse portato in dono alla principessa i
colori più splendidi avrebbe avuto la sua mano.
Venne un ricco mercante con un forziere splendido d’oro e
pietre preziose. Ma l’oro allo sguardo della principessa divenne opaco come il
sudore nelle miniere lontane.
Venne il figlio del più potente dei re e portò una spada
lucente di bronzo ancora rossa del sangue dei nemici. Ma allo sguardo della
principessa il bronzo divenne la cenere di un villaggio di ribelli raso al
suolo.
Venne un povero giardiniere con in mano una rosa. Era rossa
più di un rubino e aveva foglie verdi che brillavano come mille smeraldi. Il
suo stelo era bruno come la terra scura, come la terra fertile quando in
autunno cadono le foglie. Quando la principessa posò su di lui il suo sorriso
il cappello di paglia divenne la ricca corona per il nuovo re e il castello fu
pieno di grida di gioia.
Furono celebrate le nozze nella più grande felicità e presto
Maisha, Vita, sentì che dentro di sé cresceva un nuovo dono, Diara. Maisha
volle che Diara avesse la pelle scura, bruna come fertile terra, occhi
brillanti come verdi foglie e i capelli rossi come la rosa che per lei aveva
colto il suo amore. E così Diara nacque e crebbe per i suoi primi anni
circondata da amore e colori.
Ma l’invidia del potere rifiutato crebbe ancor più grande di
Diara, e armò l’esercito del più potente dei re. Fu impossibile per la regina
Maisha difendere il suo regno, che mai aveva avuto bisogno di armi e mai aveva
combattuto una guerra, ma prima che la lama delle spade si abbattesse sul
sorriso della famiglia reale, le fate misero in salvo la principessina. Quando
la battaglia cessò tutto era cenere e polvere e Diara ormai era sola nel mondo.
Le fate credevano che la piccola Diara avrebbe restituito i
colori al suo regno e che tutto sarebbe tornato come prima, ma la solitudine e
la nostalgia avevano tolto i colori dal cuore della principessa. Così le terre
rigogliose e verdi rimasero nere e dure, gli abiti delle donne non erano più
tessuti di fili d’oro e trapuntati di fiori; dagli alberi non pendevano frutti
rossi e succulenti e le acque dei fiumi riflettevano sempre un cielo denso di
nubi.
Tuttavia Diara crebbe forte e bellissima: i suoi capelli
rossi e i suoi occhi verdi facevano ricordare al cuore del suo popolo che la
bellezza e la felicità erano ancora possibili.
Quando giunse il tempo di dare un nuovo re al regno, le fate
tornarono al castello per bandire la gara tra i principi e i giovani audaci che
volevano ottenere la mano della principessa: chi avesse portato al castello i
colori più belli sarebbe diventato re.
Giunsero al castello oro e pietre preziose, uccelli e
orchidee da ogni angolo di mondo, sete dipinte e vetri colorati, preziose
spezie dalle Indie e frutti tropicali, ma nulla faceva brillare di gioia il
cuore di Diara.
Per ultimo giunse un giovane nato nel suo stesso giorno. Era
cresciuto solo, dopo la grande battaglia che aveva distrutto il regno,
rifugiandosi tra le mura del castello. Aveva lavorato duro con i suoi compagni
per ricostruire il regno e le sue case, animato sempre da una speranza nel
cuore: la bellezza e la forza sarebbe tornata a far splendere il regno e la fiducia
del popolo avrebbe reso a Diara il sorriso. Giunse allora al castello con un
grande specchio che un tempo aveva avuto preziose cornici d’oro, preda del
terribile saccheggio del più forte dei re, lo porse alla principessa e lei dopo
anni si vide. Vide i suoi capelli rossi, vide il verde dei suoi occhi, la pelle
scura come un fertile terra. Vide i colori che avevano fatto innamorare sua
madre e ricordò. Si accese il suo sorriso e il regno divampò di bellezza
infinita.
Si celebrarono allora le nozze e Diara chiese come dono alle
fate che mai più i colori potessero abbandonare il suo regno: chiese di perdere
il suo enorme potere perché mai più il seme della gioia abbandonasse la sua
terra, nemmeno dopo il più terribile lutto.
Fu così che da allora i papaveri a primavera dipingono i
campi, il cielo ogni giorno si colora di rosso al tramonto, e le stelle
trapuntano il cielo anche nei giorni più difficili. Da allora le fate, silenti,
assistono felici alla magia dei colori che esplodono, nascoste nei sorrisi che
sbocciano tra le lacrime.
Epilogo.
Questa storia nasce dalla collaborazione con Le Pupe di Olga, piccole e meravigliose bambole fatte a mano con amore e fantasia. Oggi Diara, la bambola che ha ispirato questa storia, ha gli occhi del colore della terra scura: ha donato il suo verde brillante a un germoglio nascente.

Commenti
Posta un commento