lunedì 7 luglio 2014

Istantanee - by White

 Il canto contro la paura

Di lei ricordo con estrema chiarezza il viso. Perfetto l’ovale, grandi occhi scurissimi, tratti regolari e assoluti, da canone classico. I capelli lunghi, lisci e corvini, con la scriminatura centrale. Bellissimi. Estremamente comunicative le espressioni, di una profondità ricca di pathos. Un volto che non si scorda. Nella mia mente è l’indimenticata Marta del Gesù di Nazareth di Zeffirelli. E la voce, così potente, profonda e vibrante. Un canto incantatore, ancestrale, che promana da una figura il più delle volte immobile, ieratica, severa come una statua. Sapevo poco della sua vita. I personaggi noti spesso arrivano al pubblico sminuiti nella loro complessità, è un aspetto che emerge e castra gli altri. Maria ha fatto tante cose, diversissime. Ha cantato sempre, da piccolissima. I canti della sua terra. Dei suoi padri, di una vita comunitaria perduta. Era un modo per ammaestrare la paura, il suo canto, uno scudo contro le Ombre che temeva di incontrare, quando appena albeggiava, si recava a lavare i panni al fiume, a Biddanoa. La paura spinge a correre, ma se sul capo reggi una grande cesta colma di bucato non puoi. Allora il suo canto aleggiava sulla vallata e inteneriva e commuoveva i passanti che sapevano della sua presenza al fiume. E’ così esile, da bambina, che a stento ci si immagina possieda una tale voce. Ma è il suo dono, presto riconosciuto. Canta in chiesa, in latino e in sardo, e nelle sagre paesane, accompagnata dal nonno a dorso d’asino. Maria è orfana di padre, l’ha perso molto presto, morto di povertà, dice, solo, in un ospedale sassarese. Lavoro e scuola, poca, meno di quella che avrebbe voluto. Ma dal balcone della casa di Siligo Maria sente prepotente il bisogno di nuovi orizzonti, di sfuggire alla miseria, di emanciparsi. Dopo esser stata eletta Miss Sardegna, partecipa alla competizione nazionale. Roma diventa la sua casa. Fa di tutto, essicca foglie di tabacco, realizza candele di cera. Finché non la nota un uomo che diventerà suo marito e manager, forse con una maggiore propensione per il suo secondo ruolo. Maria studia all’Accademia di Santa Cecilia. Da inizio ad uno straordinario lavoro di tutela della memoria del canto sardo tradizionale. Ha salvato, registrandoli, spesso dal vivo e nel loro contesto originario, numerosissimi canti che diversamente sarebbero andati perduti. Maria è una donna che gli anni fanno più bella. Dalle foto è evidente. Dotata di rara forza espressiva e di intensità interpretativa. La sua è una ricchissima esperienza artistica. Fragile e testarda va per la sua strada. Non cambia genere come le propongono con insistenza, per adeguarsi ai gusti del mercato, che non è che straveda per la musica folk, per giunta in lingua sarda. Piace la sua voce, la sua bellezza, il suo portamento fiero e nobile, non quello che canta. Non insegue la ricchezza. Questa sua ostinazione porterà a diverse rotture con le case discografiche. Ha solo un debole: le scarpe, forse per averle desiderata a lungo da piccola, con i piedi feriti e pieni di geloni. Diventa famosa, anche all’estero, in particolare in Francia e in America. Collabora con artisti di fama internazionale, come Joan Baez e Amalia Rodriguez. La sua carriera va oltre il canto, è richiesta al cinema e a teatro. Registi importanti. Interpreta tante donne: Teresa d’Avila, Grazia Deledda, solo per ricordarne alcune. Scrive poesie di forte impatto e profondità. Si impegna politicamente, come consigliere per il comune di Roma. Ma poi dirà di aver fatto un errore, che un artista ha poco a che fare con il mondo della politica. E’ chiamata ad insegnare antropologia culturale all’Università di Bologna, un ruolo che la intimorisce e insieme la gratifica. In età matura conosce un giovane architetto di cui si innamora. Dopo un ventennale rapporto burrascoso e poco felice lascia il marito per lui. E accade ciò a cui ormai non pensava più, e che le avevano detto non fosse possibile: a quarantasette anni diventa mamma di David, un dono straordinario. Ma la vita non è tenera: le riserva gioie e grandi dolori. Lutti, incomprensioni, tradimenti e abbandoni. La fine dell’amore la prostra nel corpo e nello spirito. A lungo sarà inebetita dal dolore, inerme. Afferma che l’amore vero, assoluto, uccide. Non c’è mai coincidenza nella fine di un sentimento. E chi viene abbandonato muore. Coverà dentro un’angoscia insostenibile. Perderà anche la voce. Per poi rinascere, per gradi, per amore del figlio. Amata ma poco compresa, questo il suo destino di tutta una vita. In Italia per i limiti linguistici di comprensione del suo canto. Nella sua terra per una specie di ritrosia immotivata. L’accusavano di aver svilito il canto sardo facendolo conoscere e “commercializzandolo”. Solo negli anni si capirà la portata della sua operazione, o meglio della missione che andava compiendo, con amore e mossa da un intento di tutela e salvaguardia, non altro. Avrebbe avuto la possibilità di percorrere vie più agevoli. Era magnetica. Una volta, in India, in un momento di pausa dalle riprese di un film per Raidue, tratto da un romanzo di Conrad, passeggiando per le vie di Bombay, scorge una chiesetta bianca che le ricorda quella di Siligo. Entra. E’ deserta. Le viene spontaneo intonare l”’Ave Maria”. Solo alla fine, quando si volta per uscire, si accorge che una folla si è assiepata alle sue spalle, rapita dalla sua voce. Il suo canto va oltre i limiti della lingua, sa riempire spazi profondi. Tocca dentro il cuore. Dalle parole di chi l’ha conosciuta sappiamo che Maria Carta è stata una donna di intensa simpatia, che si esprimeva pacatamente, alternando le sue due lingue in piena armonia. In un crepitio allegro di mortaretti. Brava cuoca, amava cucinare i cibi della sua terra. Adorava la musica, i libri, i giovani, le collaborazioni “improbabili”: una volta Jovanotti l’accompagnò alla batteria! Il suo operato ebbe riconoscimenti tardivi: solo nel 1993 le fu tributato il riconoscimento di “Donna Sarda dell’anno”. Il presidente Cossiga l’aveva già nominata Commendatore della Repubblica. Ma la malattia che si era manifestata da subito invasiva, nel 1989, poco dopo la morte della madre, non demorde. Ed è crudelmente misantropa, la attacca nella sua femminilità. Scompare per un po’, confortandola, per poi riapparire più feroce che mai. Una lotta combattuta con fierezza, fede e ironia, fino alla fine, nel settembre del 1994, quando si spegnerà nella sua casa romana senza aver mai perso lucidità. Tra i tappeti a pibiones ed i cestini che amava realizzare. Diceva di essere nata a vent’anni, quando aveva iniziato ad aprirsi al mondo.

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